In vino veritas

29/06/2011 - Stefano Toschi

Ho letto recentemente un’intervista a Ernesto Olivero , in cui racconta di un sondaggio fatto fra alcuni ragazzi di un liceo torinese riguardo ai valori per loro più importanti. La risposta è stata sconcertante: prima di citare la famiglia, l’onestà o l’impegno sociale, i ragazzi hanno messo un non-valore, una sorta di precondizione, secondo loro, per ogni altro atto etico: la salute. Questa risposta mi ha dato molto da pensare su come i ragazzi di oggi vedano le persone malate o deboli. La cronaca degli ultimi tempi presenta, non a caso, diversi episodi di maltrattamento di disabili, soprattutto nelle scuole. Questo a prima vista è strano, perché il processo di integrazione in questi anni è andato avanti, almeno in apparenza. Anzi, la cronaca denuncia di episodi di bullismo anche nei confronti di chi disabile non è affatto, ma si presenta semplicemente diverso dallo standard e dai modelli proposti quotidianamente ai giovani dai media e dalla società. Da sempre il classico “primo della classe” è deriso e isolato dai compagni, ma mentre prima c’era una sorta di rispetto e ammirazione nei confronti dell’impegno e delle capacità altrui, oggi questo aspetto è totalmente venuto meno. In gruppo gli adolescenti si sentono forti e spavaldi, pensano di potere fare tutto e il “branco” si scaglia contro chi è diverso da loro, magari anche migliore, ma che essi semplicemente non comprendono o che fa loro paura, perché li mette di fronte a qualcosa di nuovo, che non rientra nella loro idea di normalità. I soggetti deboli o diversi non vengono soltanto emarginati, ma offesi e maltrattati, come ci insegna la cronaca recente, fino al punto da indurli alla depressione o, peggio, al suicidio.
Tuttavia, bisogna riconoscere che oggi c’è, da parte degli educatori e della scuola, un maggior impegno nel tentare di avvicinare i giovani alle tematiche dell’handicap. Non è più così strano avere in classe un ragazzino con qualche deficit, per non parlare del quotidiano rapporto con la diversità, considerando la forte presenza di ragazzi stranieri nelle scuole italiane. Forse, anzi, c’è anche troppa attenzione verso “l’integrare”: nella mia classe delle scuole medie avevamo un’insegnante di sostegno in cinque. Oggi, il rapporto è di uno a uno. Il ragazzino, avendo solo per sé tutte le attenzioni di una professoressa, è meno stimolato ad adeguarsi al livello della classe, o a valorizzare i suoi talenti. Anche negli altri compagni si forma l’idea che quel ragazzo abbia bisogno di un’insegnante solo per sé, che non sia come gli altri, o non sia abile in nulla, non si pensa che abbia semplicemente caratteristiche ed esigenze differenti, e questo contribuisce a emarginarlo.
Partito da Bologna, ma ormai presente in tutta Italia, da quasi 20 anni è attivo il progetto Calamaio, che porta nelle scuole di ogni ordine e grado persone disabili, attive e comunicative, che mostrano da vicino ai ragazzi la diversità, proponendola però come modello positivo, dunque sostenendo una nuova cultura dell’handicap, che vede la persona con deficit come soggetto attivo della società, e non solo come oggetto di cure e attenzioni passive. Ciò è molto importante, perché permette ai ragazzi di fare esperienza della diversità fin da piccoli, oltretutto in una società come la nostra, che si avvia sempre più a incarnare un modello multiculturale.
Anche io alle scuole medie e poi al liceo e, naturalmente, all’università, ho fatto l’esperienza di una classe “normale”. Sì, perché le elementari, invece, le avevo frequentate in una classe “speciale”, formata da soli bambini con deficit fisici. Proprio alla luce del fatto che ho provato entrambe le situazioni, non mi sento di criticare né l’una né l’altra esperienza. Il bilancio è stato più che positivo in tutti e due i casi, probabilmente grazie alla bravura degli insegnanti che ho incontrato, ma anche all’ambiente e ai nostri genitori. Andando alle scuole medie, proprio nei primissimi anni in cui i ragazzi disabili potevano andare a scuola con gli altri, seguiti da una insegnante di sostegno ogni 5 o 6 ragazzi (quindi non in rapporto uno a uno come avviene oggi), ho in un certo senso anticipato gli obiettivi del progetto Calamaio. Ricordo infatti un episodio: arrivato in classe il primo giorno di scuola, una bambina, vedendomi, si mise a piangere. Era il suo modo di esprimere, con particolare sensibilità, la sua visione della disabilità. Il professore, molto saggiamente, non la mandò, come sarebbe successo oggi, dallo psicologo della scuola, ma le disse semplicemente: “Invece di piangere, aiutalo!”. Questo professore, con grande semplicità, aveva espresso da un lato la consapevolezza che la persona con deficit non deve suscitare compassione, dall’altro il luogo comune che, ancora oggi, è duro a morire, cioè che il soggetto disabile sia solo bisognoso di aiuto, e non possa aiutare gli altri. In ogni caso, pur essendomi sempre trovato bene nella scuola “normale”, non ho certamente subito traumi dalla scuola “speciale”. Anzi, quegli anni sono stati fondamentali per la mia crescita e maturazione, per l’acquisizione di autostima, di sicurezza e di fiducia nelle mie capacità, ancora una volta grazie all’abilità degli insegnanti. Infatti, nella classe partivamo tutti sullo stesso piano, non con uno svantaggio iniziale, come avviene se si confronta un alunno con qualsivoglia deficit con uno perfettamente normale. E nel partire, potrei dire, tutti ugualmente svantaggiati, allora venivano fuori le vere capacità di ognuno, i talenti e i carismi che ci rendevano speciali, diversi l’uno dall’altro e ci davano tanta sicurezza in noi stessi, regalandoci la certezza di avere abilità differenti. Non è un caso, infatti, che quasi tutti i miei compagni di questa classe “speciale” siano arrivati a laurearsi brillantemente o, comunque, a diventare persone stimate e, talvolta, addirittura famose! E, soprattutto, nessuno di noi è cresciuto col minimo complesso, consapevoli di avere le stesse opportunità dei coetanei! Per noi bambini disabili era stimolante poter competere amichevolmente fra noi ad armi pari, e godere ogni volta delle conquiste e dei progressi compiuti, che magari non avremmo potuto fare se costantemente confrontati con ragazzini “normali”. Forse avremmo sviluppato delle frustrazioni nate dal confronto con chi aveva caratteristiche diverse da noi, e forse ci avrebbero solo considerato “quelli che hanno bisogno di un’insegnante di sostegno tutta per loro”. Invece, anche nella scuola “mista”, il fatto di non avere un’insegnante “personale” ci ha permesso di non perdere fiducia nelle nostre capacità, pur nella consapevolezza della necessità oggettiva di un aiuto in più.
Concludo con un piccolo aneddoto: mentre scrivevo questo articolo, ho ricevuto l’invito da parte dei miei ex compagni di liceo a partecipare a una rimpatriata in pizzeria. Questo mi ha fatto pensare e porre qualche domanda: “Chissà”, ho pensato, “se fra qualche anno i compagni disabili saranno ancora invitati alle feste e alle cene di classe?”. Arduo, per ora, dare una risposta. La vera integrazione si misura anche dopo del tempo, a tavola davanti a una pizza o a una bottiglia di vino: come dicevano i latini, in vino veritas.

 

 

Articolo apparso sul n.17 del settimanale "Vita", 23 Marzo 2007

Parole chiave:
Scuola ed educazione