Vila Esperança

01/01/2000 - R. G.

Ho incontrato Pio Campo, italiano, in un caldo, invernale, pomeriggio di luglio a Goias Velho, vecchia capitale dello stato di Goias, vicino, si fa per dire, a Brasilia. Nel mio viaggio in Brasile questo è stato uno degli incontri più importantiChe cosa è Vila Esperança?
Da un punto di vista freddamente giuridico Vila Esperança è una associazione apolitica e senza fini lucrativi e religiosi. Il suo scopo è lavorare sul riscatto e sulla valorizzazione della cultura brasiliana e quindi sulle radici culturali indigene e africane, che sono i due ceppi che compongono, insieme alla razza bianca, questa mescolanza che è il popolo brasiliano. Vila Esperança già nelle costruzioni riflette l’influenza di queste culture perché volevamo che i bambini che la frequentano si abituassero ad avere stimoli visivi che ricordassero loro da dove vengono, qual è la loro storia. Questo perché in Brasile, come in tutti i paesi chiamati del “terzo mondo”, la storia che si studia a scuola è una storia ufficiale, bianca, vista come storia di conquista, di dominazione. Noi invece cerchiamo di presentare la storia con occhi latino americani, che guardano dal sud del mondo, e che quindi interpretano più criticamente la realtà, soprattutto in relazione a questi 500 anni (il Brasile è stato scoperto da Cabral nel 1500) che sono stati 500 anni di sterminio culturale in nome della cultura europea o nord americana. Il lavoro che facciamo è aiutare i bambini, ma anche gli adulti, a riscoprire il valore, la bellezza di queste culture, che sono scritti nel colore della pelle, nei tratti somatici, nelle usanze e nel modo di vivere che resiste, anche se faticosamente, a dispetto della propaganda delle telenovelas dove domina un mondo sempre bianco, europeo, uno stile di vita che non è quello di qua.

Prima di continuare ti volevo chiedere se il pavone attacca l’uomo.
Non preoccuparti: forse lo stiamo un po’ innervosendo, seduti qui vicino alla sua gabbia. Vedrai che adesso il pavone si calma perché va a dormire.

Quanti bambini ci sono?
Ci sono duecento bambini che frequentano assiduamente la Vila. Concretamente è organizzata così: c’è una scuola elementare che va dalla prima alla quarta elementare, i maestri sono del luogo. Forse lo sai già, ma le uniche scuole che funzionano in Brasile sono quelle private perché c’è una volontà chiara del governo di non investire nelle scuole pubbliche, che sono quelle frequentate dalla maggior parte della popolazione di un certo ceto sociale. Queste scuole non funzionano, è un po’ diverso dall’Italia dove le scuole private sono un po’ per chi non riesce a studiare; qui invece formano la classe dirigente. Un popolo, invece, che non ha cultura è più facile da governare e da dominare.

Quello che mi colpisce della Vila è il suo essere una scuola a cielo aperto, un labirinto di stradine e sentierini che collegano “l’aula di geometria” (una scalinata composta da figure tridimensionali) al tendone del circo, dalla sala cucina al teatro indigeno, e ad altri posti ancora, sempre immersi nella vegetazione, circondati da “totem” e da una grande varietà di animali. Mi ha colpito quando ci siamo fermati di fronte un’ aula scolastica, con i consueti banchi e io ti ho chiesto: “questa è la scuola?”. E tu: “No, è solo l’aula per imparare a scrivere. Tutto è la scuola”.
Vedi, questa scuola di Vila Esperança è rivolta alla classe povera, ai bambini che vivono nella favela. E’ una scuola che funziona bene e che ha una impronta ben specifica: abbiamo fatto un calendario scolastico che dà importanza alle date che sono fondamentali per la storia del popolo brasiliano. La programmazione culturale ha dei ritmi ben precisi: ad esempio per due mesi studiamo la cultura africana, altri due studiamo la cultura indigena, eccetera. L’anno inizia con un progetto che si chiama Ancestralità ed è dedicato alla riscoperta degli avi: si apre con attività della Vila nelle quali collaborano i nonni, che stanno qui con i loro nipoti, insegnando quello che hanno appreso nella loro vita e che son cose che si stanno perdendo. I nonni insegnano a tessere con il telaio a mano, l’arte della terracotta, insegnano i piatti di cucina che anche qui sono sempre più sostituiti da cose americane, di plastica. C’è poi un interessante progetto della medicina naturale, ricette fatte con le erbe, che hanno un potere curativo enorme.

Ho visto che la stessa medicina ufficiale (l’ho constatato ad esempio nell’ospedale di Ceres, nell’interno dello stato di Goias, che ha un vero e proprio settore di produzione) punta molto sulle medicine naturali a base di erbe e minerali.
E questo è solo un aspetto di una cultura ricchissima. Questi nonni sono discendenti diretti degli indios e dei negri, hanno un bagaglio culturale che discende dalla cultura indigena e africana, anche per quanto riguarda lo stile di vita. Lo sforzo della Vila è di lavorare per dare una coscienza del valore della tradizione: a partire da qui si può fare un anche lavoro sociale per riallacciare i legami familiari che sono abbastanza difficili...hai una nuvola di zanzare addosso, pazienza...del resto siamo in Brasile. No...cambiamo posto... meglio...
(ci spostiamo nel tendone del Circo, uno dei tanti luoghi di questa magica Vila...)
Ti dicevo, come in tutte le situazioni di miseria anche le relazioni familiari si sfibrano: uno dei nostri obiettivi è di riallacciare, di rendere più umani i legami familiari. Tutta la programmazione degli eventi si conclude con una festa che raggruppa tutte le famiglie: si lavora insieme uno-due mesi e alla fine, con danze e canti, i bambini fanno vedere ai genitori quello che hanno imparato. Da un lato si fa conoscere questa cultura alla gente e dall’altro l’obiettivo educativo e affettivo è di ricollegare quello che sta facendo il bambino ai genitori. C’è anche una ludoteca, frequentata dai 120 bambini che vengono al pomeriggio, divisi in gruppi di venti: l’obiettivo è di giocare, rendere accessibile un mondo che purtroppo loro vedono solo in televisione. Qui hanno tutti i giocattoli che vogliono, presentiamo un mondo ludico che è quello nel quale dovrebbero vivere tutti i bambini.

Da quanti anni è attiva la Vila?
Da 9 anni: da quest’anno abbiamo aperto un memoriale indigeno-africano, che illustra alcuni aspetti della loro arte. I pezzi provengono sia da questa parte del Brasile che da altre; alcuni provengono dalle zone africane, da cui sono venuti gli schiavi. Essere indio o negro, nonostante si faccia finta che non esista il razzismo, è sempre un motivo di difficoltà, forse è come essere uno del sud in Italia. E’ una cosa sedimentata dentro alle persone, ed è per questo che anche noi troviamo difficoltà nell’aiutare il recupero di queste radici. A me sembra che dopo un po’ di anni stia nascendo un certo orgoglio di far parte di queste culture, che hanno una loro ricchezza e bellezza valide tanto quanto, se non di più, della nostra europea. I bambini che frequentano la scuola, a me sembra di poter dire, assumono
una postura diversa nei confronti della vita, di orgoglio di essere quello che sono per affrontarla a testa alta. In termini affettivi potremmo dire che ricevono qua una buona dose di ottimismo nei confronti della vita umana. Le feste, ad esempio: sono manifestazioni ricche e allegre, sono momenti importanti che aumentano la loro autostima. Qui a scuola, come dappertutto, imparano a leggere, scrivere e a fare di conto, ma sempre con la nostra impostazione culturale ben specifica. Tant’è che qui non studiano inglese ma hanno le nozioni basiche di una lingua africana, lo yorubà.

Ci sono bambini disabili?
Ci sono due bambini con difficoltà motoria, un altro è muto... Diciamo che le difficoltà spesso dipendono dalla violenza familiare. Qui alla Vila i disabili sono ben inseriti, aiutati in un senso positivo, c’èun’accettazione spontanea da parte dei loro compagni.

Come vi sovvenzionate?
Lo spazio è stato fondato da tre persone, io, Robson (brasiliano di Belo Horizonte) e Lucia, anche lei come me italiana. Quando ci siamo incontrati avevamo l’aspirazione di creare un piccolo mondo nel quale ci fossero relazioni più umane, di rispetto della diversità. Per realizzarlo abbiamo messo insieme quello che avevamo, abbiamo venduto le nostre case (chi aveva la casa) e abbiamo comperato questo terreno. Ci siamo messi a costruire piano piano tutto. Siamo anche un gruppo di teatro, e ci manteniamo facendo ogni due anni una tournée in Italia. La Rete Radiè Resch finanzia una parte del progetto, poi l’associazione Amici di Vila Esperança e infine l’AIFO, che in questi ultimi due anni ha finanziato il progetto Salute per un lavoro di prevenzione. Io, Robson e Lucia siamo gli unici volontari e ci chiamiamo Gruppo Circo.

Domanda da educatore. Avevo letto un documento interessante fatto da voi ma che mi ha lasciato perplesso: voi affermavate che Vila Esperança è la vostra vita. Non siete preoccupati di tenere distinti la vita e il lavoro? Voi come fate ad evitare il famoso “burn out”, ovvero, detto in altri termini, flippar via, cioccare?
Quello che succede è che Vila Esperança è anche la nostra casa. Proteggersi ogni tanto, isolarsi, è importante: ognuno si ritaglia il suo spazio, la sua casa. E’ un momento di ricarica, perché a volte è faticoso: nel periodo di “ferie”, quando i bambini non sono a scuola, in realtà lavoriamo il triplo. Non ci si può assentare, mai: unico strappo alla regola è ogni due anni una tournée in Italia. Stiamo via un mese e mezzo, la Rete Radiè Resch organizza per noi una serie di spettacoli che teniamo in tutta Italia. E’ vero, a volte è difficile ma non possiamo mai fermarci: la villa è quello che noi sognavamo e i sogni hanno una parte romantica e una faticosa. Quando qualcuno ha qualche problema si ritaglia spazi, per stare un po’ da solo.

Accanto alla Vila sorge un monastero che ospita Marcelo Barros, uno dei più importanti teologi della liberazione brasiliani. Avete collaborazioni col monastero?
Di buon vicinato: la teologia della liberazione, è nella stessa linea di lotta nella quale noi siamo. Come ti dicevo il nostro progetto non ha una impronta religiosa se non nel rispetto delle varie religioni. Uno dei progetti è di allestire un giorno la Casa delle religioni, attraverso stimoli visivi, odori magari, perché i bambini abbiano la possibilità di scegliere. Anche la religione cattolica è quella degli invasori si è imposta in un modo poco umano: il candomblè, la religione africana che celebra il culto degli Orixas, è stato perseguitato dalla polizia per vari anni, ha dovuto nascondersi. Il culto di molti santi della chiesa cattolica in realtà nasconde il culto di queste divinità africane. Il candomblè è estremamente presente ma ancora non ha il coraggio di uscire.

Altri progetti nel cassetto?
Completare gli spazi fisici della Vila (manca il collegamento dell’acqua potabile). Un progetto molto attraente è il Carrozzone Ambulante: arrivare, un po’ come saltimbanchi lì dove il teatro e la ludoteca non possono arrivare. Siamo riusciti a comprare un camion della seconda guerra mondiale per raggiungere i posti più sfigati, per farlo diventare della terza pacifica. Ci serve solo da metterlo a posto...

Secondo te è ripetibile una esperienza come questa?
Parli di altre Vila Esperança? Guarda, c’è una ragazza che ha lavorato da noi, che poi si è sposata, e che ha creato una ludoteca più o meno con lo stesso spirito di qui. L’importante è creare ambiti umani: poi ogni ambito ha la sua caratteristica.

Penso che la tua sia una formazione soprattutto artistica. Ho visto che nel tuo lavoro utilizzi molto la danza.
La danzaterapia è nata con Maria Fux, che vede la danza non come una serie di passi stereotipati ma come qualcosa che nasce dall’essere umanao e dal desiderio di superare i limiti che ognuno di noi si porta dentro. E’ una danza che nasce dai sentimenti e dall’emozioni che la persona ha: è importante stabilire con il proprio corpo una relazione intima, riscoprire le potenzialità che il corpo ha in una relazione creativa. Utilizzando tutto il proprio essere, testa, sesso, braccia, gambe...Questo metodo si applica a qualsiasi tipo di persona, anche a persone che hanno difficoltà a livello fisico: nella danza terapia si parte da quello che una persona è, anche se non è come Carla Fracci. Non c’è una normalità ma ognuno con le sue caratteristiche, con i suoi limiti e la sua capacità di rompere questi limiti, recuperando la capacità creativa anche al di là della sedia a rotelle. Da due anni faccio una esperienza di lavoro in un ospizio, dove ci sono persone rifiutate dalle famiglie per i più svariati motivi, persone anche molto anziane. Ero arrivato lì tutto tranquillo, con la mia cassettina di musica da far ascoltare, e la suora mi fa: “Sa, sono tutti i sordi”. In un primo momento non sapevo cosa fare. Poi mi sono accorto che lo stesso avveniva il riconoscimento, tramite la gestualità, della musica. E’ stata ed è una esperienza bellissima e che mi ha insegnato molto. I ricoverati hanno avuto una felicità enorme di capire che cosa era la musica e di vedere che erano capaci di esprimersi. Abbiamo anche realizzato uno spettacolo presso il teatro di Goias: gli “scemi del paese” hanno potuto danzare in uno spazio solitamente destinato a ben altri generi di spettacolo. E’ stato un momento molto forte. Attualmente lavoro una ora alla settimana: la danza terapia non ha un approccio massiccio, non è una danza qualsiasi.

(Ci mettiamo insieme a guardare la registrazione dello spettacolo. I sordi, anziani e ingobbiti, danzano armoniosi al suono della musica che non sentono, mentre una voce recita il verso: “il mio corpo è la mia casa e io amo la mia casa”.)

Pubblicato su HP:
2000/76