Viaggiare ti rivolta come un calzino

01/01/2004 - Ezio Bettinelli

Intervista ad Antonietta Laterza

Cosa rappresenta la dimensione del viaggio nella tua esperienza personale?

Per me la dimensione del viaggiare è una delle cose più belle che la mia mente possa immaginare. Soprattutto viaggiare come una full immertion in altre realtà, in senso globale. A me piace il turismo culturale, andare in una città europea  o extra europea e cercare di fare la vita che fanno tutti i cittadini di quella città. Prendere contatto con la storia, la cultura, la vita quotidiana di questi paesi, di queste persone. Viaggiando ti rendi conto di quante diversità e stili di vita ci sono nel mondo: è  molto divertente e interessante fare questi confronti. Per via della mia professione di cantante mi è capitato di fare viaggi in Danimarca, in Francia, in Inghilterra, in Germania e stranamente lì trovavo con la gente del posto una sintonia che magari non trovavo a Bologna o a Roma o a Milano. Questo è molto bello perché considerare il pianeta terra  come un’incubatrice di idee, di qualità di vita, di stili di vita immenso ti dà anche una grande speranza. Permettersi di viaggiare è come vivere di più la vita, diventa più vita perché puoi trovare delle sintonie anche imprevedibili, importanti sul piano della ricerca personale che uno fa, sul piano del suo lavoro o della sua passione, della sua arte. Sarà perché ho la luna in Sagittario ma mi sento una viaggiatrice nata, nel senso che mi piace provare  a vivere l’avventura, mi piace imbarcarmi in un tipo di viaggio dove io so da dove si parte ma non so dove arrivo e non so quando ritorno. Diventa un’esperienza, chiamiamola avventura, che mi può proprio cambiare. Per me viaggiare è come una rinascita. Poi magari  mi capita  di morire un po’ in molti viaggi, ma in altri è stata proprio una rinascita, un’esplosione di emozioni, di idee. Mio marito, Nicolas, era argentino, di Buenos Aires: mi piacciono molto le persone straniere, che parlano un’altra lingua, perché il linguaggio è poi molto legato al modo di pensare e anche al modo di essere. Diventano sfumature di contenuto, non è solo un modo di dire ma di essere. Ci sono modi diversi di intendere l’amicizia, la solidarietà, il piacere della cultura. È come essere non in un altro paese ma in un altro pianeta.
Quando Nicolas mi ha portato a conoscere i suoi è stato per me come vivere due mesi su Venere; in effetti quando si è così immersi in un’altra realtà si fa un’esperienza globale che colpisce non solo la mente ma tutti i sensi: è diversa la luce, i colori, la temperatura. A livello di esperienza fisica e poi anche culturale “ti rivolta come un calzino”, lì veramente ti senti un’altra persona in un altro mondo e questo è bellissimo. Poi dopo la morte di mio marito, ho vissuto alcuni anni con un ragazzo senegalese e anche quella è stata un’immersione nella cultura africana e in particolare del Senegal, con il loro cibo, la loro lingua, la loro religione. Ecco è come se fossi vissuta per un po’ di anni in un altro pianeta, questa volta su Marte.
Nel viaggiare ho capito che dietro agli atteggiamenti evidenti c’è un retroterra, c’è un certo modo di essere, c’è un diverso rapporto con la natura, con il tempo, con il clima; come ad esempio nel Nord tutto deve essere lavorato perché la natura non ti regala niente. Cambia, quindi, la psicologia umana. Per me è interessantissimo viaggiare anche per questo motivo.
Quando il viaggio finisce rimane tanto perché ci si sente cambiati, ci si sente più ricchi, più aperti,   si hanno molti più modi di pensare davanti, non solo il nostro. Poi c’è anche il rammarico perché è difficile mantenere il contatto. Mese dopo mese ci si ritrova a ritornare un po’ quelli di prima, però un po’ più straniati dal proprio luogo. Bisognerebbe ogni tanto avere la possibilità di partire per un grande viaggio soprattutto mentale. Per questo non mi piacciono i villaggi turistici che, anche se sono dall’altra parte del mondo,  copiano il nostro modello di vita occidentale per cui dal punto di vista culturale è come essere a Rimini.

Vi è un’attenzione presente al turismo accessibile, a rendere il viaggio un’esperienza possibile anche per chi a difficoltà di movimento. Come la leggi questa attenzione?

È fondamentale ma occorre fare qualcosa di più e di diverso. Quello che, secondo me, bisognerebbe favorire è l’accessibilità in senso globale, di tutte le case, gli alberghi, le spiagge e non essere costretti, soltanto perché si è disabili, a fare un turismo su una corsia preferenziale perché questo, a volte, ti impedisce di conoscere gran parte dei luoghi peculiari di quel paese. Non si tratta solo di dire facciamo l’albergo accessibile, ma di avere realmente la possibilità di accedere a ciò che di vero e interessante c’è da conoscere in quella realtà.
Sono d’accordo sul fare dei percorsi che favoriscano l’accesso a certi luoghi (e si sta facendo molto) però non dimentichiamo che sarebbe molto meglio che fosse tutto già facilitato in partenza nella progettazione iniziale delle città, delle strade, delle case. Se no, hai sempre bisogno di avere degli amici disponibili ad aiutarti.
La nuova frontiera è qui: non solo i percorsi per andare in certi posti, ma prevedere nella progettazione urbanistica un piano di accessibilità globale per tutti. Se no c’è il rischio che per poter viaggiare si va solo in certi posti. Se uno vuole essere viaggiatore o viaggiatrice a tutti gli effetti,  questo aspetto si deve tenere presente: non è che il turismo per disabili ti fa veramente andare dappertutto. Questo per dire anche che oggi come oggi è assolutamente impraticabile l’idea  di una persona disabile che viaggia da sola.

L’impatto con le persone che per mestiere si occupano di facilitare la mobilità delle persone disabili: che esperienza ne hai?

Negativa, ma non per colpa dei lavoratori. A un certo livello dirigenziale si trova la massima disponibilità a parole. Ma quando arrivi, ad esempio in una stazione, chi è che ti fa il servizio? Una cooperativa di facchini! Che ti “sbatte” sull’elevatore, ti senti un fenomeno da baraccone, una merce da trasportare. Si tratta di personale non preparato, senza una formazione specifica, che spesso sente come un obbligo in più questo compito e rivendica, fra l’altro, l’assenza di un aumento retributivo ad hoc.
Si delega, si tende a garantire un servizio al più basso costo possibile. È chiaro che questo spesso  vuol dire avere un servizio di qualità scadente dove la persona disabile è assimilata a un pacco da spostare. Non si può dare la colpa al singolo operaio, lui è stato assunto come facchino per trasportare della merce, non è che ha fatto un corso di formazione per trasporto persone disabili. Bisognerebbe curare anche gli aspetti relazionali ed emotivi che un rapporto, anche estemporaneo, con la persona disabile può suscitare. Se questa cura non c’è, il servizio che  si realizza è alla fine asettico e un po’ più disumano, può creare separazione fra le persone piuttosto che integrazione nella vita normale.

Che cosa consiglieresti alle persone che si occupano in modo professionale di mobilità e turismo accessibile?

Da parte di chi offre questi servizi consiglierei di fare molta attenzione a non creare ghetto. Di pensare e proporre occasioni di turismo e vacanza in tutte le situazioni normali e reali senza  considerare che i disabili debbano avere un loro posto speciale, una spiaggia solo per loro ecc. Mi piace andare in una situazione dove il rapporto fra persone, disabili e non, sia reale. Poi se ho degli amici disabili e voglio andare via con loro, bene, ma è una mia scelta e non perché sono costretta a farlo dalla mancanza di alternative.
Anche alle persone disabili direi di non fermarsi solo a queste corsie preferenziali, di considerare se stesse come persone che hanno diritto di provare a fare quello che vogliono veramente fare, senza darsi già dei limiti in anticipo perché come persone disabili non si può “avere delle pretese”. Questo è già sbagliato; è importante, invece, cercare di fare il massimo almeno per quello che riguarda i sogni e i desideri, poi ci pensa la vita reale a metterti dei limiti. Se i limiti ce li diamo già noi nella nostra testa abbiamo finito ogni discorso in partenza.