Viaggiare Imprudente

01/01/2004 - Claudio Imprudente

A Roma a sei anni

Mi alzai una mattina del lontano 1966 preso dalla voglia di andare a Roma, attratto non tanto dalla città eterna, dal fascino della capitale, ma soprattutto da Roma come sede del Papa e... dello zoo. Non so perché, ma erano queste le due cose di primaria importanza per me, quelle che mi invogliavano a intraprendere il primo grande viaggio della mia vita. Erano gli anni in cui il Papa andava a passeggio sulla sedia gestatoria per le vie del  Vaticano e faceva la sua entrata trionfale così in San Pietro. La sedia gestatoria è una sorta di trono retto sulle spalle da quattro portantini che, in tal modo, portano a spasso chi ci sta seduto sopra, in questo caso il Papa. Questa cosa mi piaceva da impazzire, volevo assolutamente vederlo… fantasticare come ci sarei stato bene io là sopra; immaginavo uno scambio, le mie quattro ruote per i quattro portantini a mia disposizione per i miei passeggi. Ma io non ero il Papa.
I miei genitori decisero di accontentare questo mio desiderio e prenotarono un albergo per tre giorni. Finalmente il mio sogno si stava avverando, stavamo partendo per Roma. Ero felice, già solo il pensiero di quelle tre giornate mi facevano sentire sorretto dai portantini, già in alto. Era la prima volta che andavo in albergo ed era tutto così nuovo e avvincente. Una cosa però mi sembrava strana e faticavo a capire: tutta la vita da albergo si consumava tra le quattro mura della nostra stanza. Lì si dormiva, ci si lavava, e si mangiava. Era questo un particolare che non mi convinceva affatto; chiedevo ai miei il perché, ma la risposta era sempre: “perché in albergo si fa così”. Solo qualche anno dopo mia madre mi spiegò il vero motivo. La sala da pranzo ci era stata vietata, perché la mia presenza turbava la quiete degli altri ospiti. Erano altri tempi.

Al mare

Per noi famiglia Imprudente l’appuntamento fisso di ogni estate era la vacanza al mare. Ogni anno si caricava la macchina e tutti sorridenti  si partiva per Misano Adriatico e lì si rimaneva per un mese. Ogni mattina, asciugamani sulle spalle, si andava in spiaggia. Non avevo neanche l’impiccio di portarmi paletta e secchiello come facevano tutti gli altri, perché già la spiaggia pullulava di bambini attrezzatissimi e presi dal costruire castelli delle più svariate forme. Ogni mattina, arrivati in spiaggia, l’occhio di mia mamma viaggiava veloce perlustrando la zona e, visto il primo nugolo di bambini che giocavano costruendo castelli, si avvicinava e mi metteva lì con loro. Ma dopo qualche minuto accadeva questo: “Marco, vieni qui che ho bisogno”, “Federico, vieni a fare merenda”, “Luca, andiamo a fare il bagno”, “ Andrea, vieni a giocare un po’ qui con tua sorella” e a uno a uno i bambini si dileguavano. Qualche richiamo era poi seguito dalla spiegazione sussurrata dei genitori: “ Vedi quel bambino? Lui non sta bene”, e li dirigevano verso altre mete, costringendoli ad abbandonare i loro castelli e me che rimanevo lì a guardare. Ogni mattina si ripeteva questa scena, mi stavo quasi specializzando nell’attività di fare da custode ai castelli di sabbia. Anche il bagnino divenne protagonista delle avventure tra me e i cari genitori della spiaggia, perché questi andarono da lui a lamentarsi della mia presenza. La sua risposta fu che io ero un bambino come gli altri, non ero ammalato, e che se ero motivo di paura e fastidio, allora bene, liberissimi di cambiare spiaggia, perché io lì ero e lì rimanevo.
E queste erano le nostre giornate in spiaggia. Ma il coraggio di mia madre (per quei tempi!) non si fermava lì: lo spettacolo cominciava sull’imbrunire quando ci si preparava per la serata. Abbastanza standard, ma sempre divertente: la passeggiata per il centro di Misano, piena di gente bene che aspetta un anno intero per infighettarsi e passeggiare su e giù per le strade del centro. Abbronzati, acconciati e pieni di sé erano costretti ogni sera ad abbassare lo sguardo, anche un po’ indignato, per una così indecente presenza come poteva essere la mia. Ma ogni sera gli Imprudenti stavano in agguato e, non contenti della sola passeggiata, chiudevamo la serata in gelateria mangiandoci un bel gelato. Primo passo per mangiare il gelato è, allora come adesso del resto, tappezzarmi la maglia sul petto con almeno una ventina di tovaglioli sui quali andrà a depositarsi un misto di bava e gelato… lo ammetto, un po’ disgustosa. Ma fino a quando questo miscuglio si ferma sulla mia maglia… niente di che, al massimo qualche sguardo schifato. L’apoteosi dello show accade invece quando, con la bocca piena di gelato, mi scappa uno starnuto o una risata… il gelato purtroppo zampilla intorno e chi c’è, c’è. Immaginatevi il sipario che chiude la scena e un fragoroso rutto finale che quasi fa uscire la gente dalla gelateria. E ogni sera mia mamma mi portava in gelateria a Misano, nei mitici anni Sessanta, non so se mi spiego! Un gesto rivoluzionario, che va insieme alla grande rivoluzione della seconda metà del secolo: il ’68.

Gioie e dolori delle trasferte
La prima volta che sono stato all’estero per un convegno è stata un’esperienza illuminante. È stato in Belgio, ma potevamo anche essere presso gli Yanomani dell’Amazzonia, o su Marte, che io e Luca, il collega che mi accompagnava, non ci saremmo accorti della differenza. Quando non si sa la lingua… allora sì che si è handicappati veramente! In fin dei conti questa esperienza mi ha confermato il fatto che per praticamente annullare l’handicap si tratta di trovare il codice linguistico che permetta a due persone di comunicare. Tra una pennichella e l’altra, ricordo solo lo sproloquiare dei relatori come un ammasso di suoni confusi del tipo: “endicappè, piripì piripè”, e via così per ore, che solo Dario Fo potrebbe con il suo gramelot rendere bene. Insomma sia io che Luca non ci capivamo una cippa: come risultato sono riuscito a recuperare ore di sonno che dai tempi della giovinezza mi portavo dietro. Una menzione da fare: l’albergo. Spaziale, con la musica negli ascensori: ma adesso che ci penso era un po’ soporifera pure quella.
Quest’anno sono andato in Francia, ma con Fabrizio, che il francese lo sa!

Claudio Imprudente, Una vita Imprudente, Edizioni Erickson, Trento, 2003