Viaggi e miraggi

01/01/2004 - Francesco

Turismo per tutti: informazione, esperienze, pensieri

INTRODUZIONE

   Viaggiare è bellissimo.
Il viaggio, sin dagli albori, è sempre stato centrale nella nostra storia, la storia dell’uomo e della donna sulla terra.
Ci è stato raccontato dai poeti, dai cantastorie; la tradizione orale ha pensato ai viaggi e alle avventure in terre sconosciute che affascinano tanto i nonni quanto i bambini, poi la musica, i libri, ora il web, con tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione nel tempo abbiamo s/parlato di viaggio e viaggi.
Viaggiare lo considero un bene primario dell’uomo e delle donne, proprio come l’acqua e il carbone per intenderci, come l’informazione tra l’altro, cioè quei beni di cui l’umanità ha sempre avuto bisogno per lo sviluppo di qualunque attività.
Anche le rivoluzioni nei campi più diversificati hanno attinto significati e parole proprio da quei significati che ognuno di noi ha del viaggio. Elaborati in prima persona e poi collettivamente.
La scoperta dell’LSD, la droga sintetica degli anni ’60-70, il trip, non a caso chiamata “il viaggio” perché altera la percezione della coscienza, e poi il World Wide Web, la tripla w di Internet, una rete di informazione/i grande come il mondo che puoi navigare.
È proprio qui, nell’intreccio tra beni primari, tra informazione e cultura, movimento mente-corpo, (bisogno di) alterazione della normalità, che si insinua il mio viaggiare è bellissimo.
E questo è un territorio di tutti e di tutte. Di tutte le età e le estrazioni sociali. Di tutti i colori. Di tutti diritto.

 

Viaggiare è inutile.
L’umanità, tranne rare ed elitarie eccezioni, non ha mai viaggiato per piacere, solo per costrizione o per far guerra.
E proprio oggi che il viaggio è così raccontato, pubblicizzato, reso feticcio diviene esperienza impossibile, almeno per chi vive nella parte a occidente del mondo. Spesso diventa solo illusorio, tentativo di cambiare qualcosa di noi cambiando la coreografia intorno.
Il viaggiatore si è fatto turista e sempre più vacanziere. I viaggi, le vacanze diventano obblighi sociali da assolvere non per risposta a un bisogno interno di stacco e straniamento ma per convenzioni sociali che spaccano la nostra, unica, vita in sfere separate e artefatte. Si è persa per noi inevitabilmente l’esperienza globale dell’essere attraversati (più che dell’attraversare) che i viaggiatori mitici riportavano per sempre con sé alla fine di ogni ritorno.
In tempi sempre più rapidi ci spostiamo in luoghi sempre più uguali, da cui pretendiamo risposte e stimoli, non in funzione di una comprensione reale, anche se inevitabilmente relativa, di quei paesi e di quelle popolazioni, ma delle immagini convenzionali a cui operatori turistici e addetti all’informazione ci hanno ormai educato. Gli unici viaggi sono spostamenti, i ricordi sono cartoline, i racconti aneddoti.
Per questo mi ritrovo sempre più spesso a pensare che lasciare l’aria entrare nei pensieri della mia testa  sia oggi l’unico viaggio per cui valga la pena di spendersi.

Di Francesco Ghighi di Paola e Giovanna Di Pasquale

 La lettura    

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa sapere con precisione quanti - avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla che mi interessasse in modo particolare, pensai di andarmene per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c’è un umido tedioso novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, davanti alle agenzie delle pompe funebri o dietro a tutti i funerali che incontro; e, specialmente, ogni qualvolta l’insofferenza mi possiede a tal punto che io devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello in testa ai passanti, giudico allora sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile.
Herman Melville, Moby Dick, libro primo

 

Giù, giù, giù. Avrebbe mai finito di cadere? “Chissà quanti chilometri è che sto cadendo?” disse a voce alta. “Starò avvicinandomi più o meno al centro della terra. Vediamo un po’: dovrebbe fare un seimila chilometri e qualche di profondità, penso…” (giacché, dovete sapere, Alice aveva imparato molte cose del genere durante le lezioni a scuola, e benché questa non fosse l’occasione più adatta per far sfoggio di cultura, dato che il pubblico era scarsino, tuttavia era sempre il momento buono per fare un po’ di ripasso) “… sì, dovrebbe essere la distanza esatta…ma  allora chissà a quale Latitudine o Longitudine mi trovo!”
(Alice non aveva la minima idea né sulla Latitudine né sulla Longitudine, ma erano pur sempre dei gran bei paroloni da tenere pronti.)
A questo punto riattaccò: “Chissà se sto attraversando tutta la terra! Che numero sbucare fra quella folla di gente che cammina a testa in giù! Tantipodi, se non erro…” (stavolta fu abbastanza contenta che non ci fosse nessuno a ascoltarla, questa parola non le appagava l’orecchio) “… ma dovrò chiedergli il nome del paese, naturalmente. Scusi, signora, qui siamo in Nuova Zelanda o in Australia?” (e mentre parlottava cercò di fare la riverenza - figurati, fare la riverenza intanto che stai precipitando nel vuoto! Credete di esserne capaci voi?) “Penserà che io sia una paesanella ignorante! No, non sarà proprio il caso di far domande: ci sarà pure un cartello stradale da qualche parte”.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

 

Sostengo – disse Andrew Stuart – che le probabilità sono a favore del ladro, che non può non essere un uomo abile!
Andiamo, via! – rispose Ralph – non c’è più un solo paese nel quale possa rifugiarsi.
Per esempio!
Dove volete che vada?
Io non lo so – rispose Andrew Stuart – ma, dopo tutto, la Terra è abbastanza vasta.
Lo era una volta… – disse a mezza voce Phileas Fogg. Poi: Sta a voi tagliare, signore – aggiunse presentando le carte a Thomas Flanagan.
La discussione restò sospesa durante il robbie. Ma subito Andrew Stuart la riprendeva  dicendo:
Come, un tempo! Forse che la Terra è diminuita per caso?
Senza dubbio – rispose Gauthier Ralph – Sono dell’opinione del signor Fogg. La Terra è diminuita, giacché la si percorre adesso dieci volte più presto di cento anni fa. Ed è questo che, nel caso di cui ci occupiamo, renderà le ricerche più rapide.
E renderà anche più facile la fuga del ladro!
A voi giocare, signor Stuart – disse Phileas Fogg.
Ma l’incredulo Stuart non era convinto e, a partita finita:
Bisognerà convenire – riprese – che avete trovato un modo ameno per dire che la Terra è diminuita! E così, siccome se ne fa adesso il giro in tre mesi…
In ottanta giorni solamente – rispose Phileas Fogg.
Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

 

Dissi che avrei provveduto io a fare i bagagli.
Mi vanto alquanto della mia abilità nel riporre la roba. Fare i bagagli è una delle tante cose nelle quali sento di essere più esperto di qualsiasi altra persona al mondo (e mi sorprende, a volte, constatare quanto siano numerose tali cose). Convinsi George e Harris della mia capacità e dissi loro che sarebbe stato preferibile se avessero lasciato fare soltanto a me.
Essi accettarono la proposta con una prontezza che ebbe dell’incredibile. George caricò la pipa e si allungò sulla poltrona; Harris, dal canto suo, appoggiò le gambe al tavolo e accese un sigaro.
Questo non corrispondeva affatto alle mie intenzioni naturalmente...
In ogni modo modo, non dissi niente e cominciai a metter via ogni cosa. Il lavoro risultò essere molto più lungo di quanto avessi creduto; ma finalmente terminai di riempire la valigia, e vi sedetti su, e strinsi le cinghie.
- Non ce li metti gli stivali? – domandò Harris.
Mi guardai attorno e constatai che li avevo dimenticati. Ecco com’è Harris. Si era ben guardato dal pronunciare una parola prima che io avessi chiuso la valigia e stretto le cinghie, naturalmente. E George rise, con una di quelle sue risatine esasperanti, insensate, simili al raglio  di un somaro, che mi rendono furente.
Riaprii la valigia e vi ficcai dentro gli stivali; poi, proprio mentre stavo per richiuderla, mi balenò nella mente un’idea orribile. Avevo ricordato di metterci lo spazzolino da denti? Non so come sia, ma non riesco mai a ricordare se ho già messo nella valigia lo spazzolino da denti. Lo spazzolino da denti è un oggetto che mi ossessiona quando viaggio, e che mi infelicita l’esistenza. Sogno di non averlo messo nella valigia, mi sveglio di soprassalto, madido di freddo sudore, e salto giù dal letto e dò la caccia allo spazzolino. Poi, al mattino dopo, lo metto nella valigia prima di essermene servito, e devo riaprire la valigia per prenderlo; e, naturalmente, è sempre l’ultimo oggetto che vi trovo; in seguito, rifaccio la valigia e dimentico lo spazzolino da denti, e devo salire di corsa al primo piano all’ultimo momento per prenderlo, e sono costretto a portarlo alla stazione avvolto nel fazzoletto.
Naturalmente ora dovetti togliere dalla valigia ogni maledetto oggetto, e naturalmente non riuscii a  trovare lo spazzolino. Frugai dappertutto fino a ridurre ogni cosa nello stesso stato in cui doveva essersi trovata prima che il mondo venisse creato, quando regnava il caos. Naturalmente, trovai almeno diciotto volte gli spazzolini da denti di George e di Harris, ma non riuscii a trovare il mio.
Rimisi tutto nella valigia, un oggetto per volta, scrollandolo prima a mezz’aria e finalmente trovai lo spazzolino dentro uno stivale.
Riempii allora di nuovo, e richiusi, la valigia.

Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

Parole chiave:
Letteratura, Tempo libero