Vestire per nascondere o per punire

01/01/1993 - Viviana Bussadori

Una ricerca condotta da due educatori analizza le informazioni che si possono ricavare dall'abbigliamento dei disabili.

"B. ha venticinque anni ed è affetto da sindrome di Down; contribuisce a fare di lui un personaggio il suo particolare abbigliamento. I pantaloni che indossa sono fuori moda, a campana, mai oltre la caviglia e rigorosamente sorretti da un paio di bretelle con asole al posto dei ganci.
Gli indumenti che sono diventati piccoli sono accomodati dalla madre con aggiunte e riporti laterali, spesso di altri colori e di altra stoffa. È importante dire che i suoi genitori vestono alla stessa maniera".
"M. è una ragazza di ventotto anni; ha una grave cerebro-lesione con tetraparesi spastica a causa della quale cammina a fatica. Spesso è vestita inadeguatamente rispetto alla stagione, soprattutto in inverno. I colori dei suoi vestiti sono spesso sgargianti e abbinati con scarso gusto. Questo modo di vestire non è riscontrabile nel resto della famiglia".
"A. ha venticinque anni ed è affetta da sindrome di Down. Questo il suo "look" quotidiano: camicie coloratissime con colli dalle punte esagerate, gonna svasata e corta a ginocchio, pullover aderenti, calzettoni di cotone o calze di filanca bianche, rosa o azzurre. Le scarpe ortopediche di A. sono di colori vari, sempre molto intensi e spesso sono tinte in famiglia. Porta minuscoli occhiali da vista con Topolino sulle aste laterali".
Brevi profili di giovani disabili, tratteggiati da due educatrici professionali del centro diurno in cui sono inseriti. Maria Grazia e Maria Rita sono partite da quella che definiscono una constatazione quotidiana: "I ragazzi con cui abbiamo lavorato e quelli con cui lavoriamo ora - affermano - sono generalmente "vestiti male"". È nata così una riflessione (sotto forma di tesi) con cui le due educatrici, andando a di là del dato ovvio e superficiale, analizzano le informazioni che si possono ricavare dall'abbigliamento delle persone handicappate.
I protagonisti della ricerca condotta da Maria Grazia e Maria Rita sono proprio loro, i "ragazzi" del centro diurno, handicappati gravi con un'età compresa tra i venti e i trent'anni, non autonomi quindi nemmeno nella scelta dei vestiti. Poi i familiari, soprattutto le madri che nel 90% dei casi si occupano del vestiario dei propri figli.
Quali dunque i tratti salienti del vestiario quotidiano? Le educatrici rilevano una vasta gamma di possibilità tra cui l'inadeguatezza rispetto all'età, alla stagione e alla taglia, la qualità spesso scadente, la foggia fuori moda, la scarsa diversificazione rispetto al sesso che, nel caso delle ragazze, si traduce in un vero e proprio occultamento della femminilità.

L'abbigliamento per leggere il rapporto con la famiglia

Le funzioni canoniche, assolte dall'abbigliamento, vengono indubbiamente stravolte nel caso dell'utenza presa in esame. Il coprire ad esempio si estende fino a diventare un vero e proprio nascondere. L'abbellire è molto relativo viste le caratteristiche del vestiario medio. II richiamo sessuale coinvolge la già difficile percezione della sessualità che rispetto alle persone handicappate tende decisamente ad essere negata. La comunicazione del proprio status sociale non può che rispecchiare quella di una categoria "improduttiva", marginale dal punto di vista economico e scarsamente integrata. L'ultima funzione poi, la comunicazione della personalità, è totalmente disattesa visto che, come sottolineano le autrici, "… la personalità dei nostri ragazzi non è così completa e cosciente da permettere loro la scelta, di conseguenza chi li veste lo fa secondo propri schermi".
Ci troviamo insomma di fronte a una comunicazione mediata, filtrata
da idee e rappresentazioni della famiglia; quindi un ottimo strumento per leggere il rapporto di questi disabili con i genitori.
Secondo le due educatrici si possono verificare tre casi. Nel primo la scarsa cura nel vestiario del ragazzo handicappato si riscontra anche negli altri membri della famiglia: c'è quindi una rappresentazione del modello familiare e, "…nei casi presi in esame si riscontra una relazione positiva fra il ragazzo e la famiglia".
Secondo caso è invece quello in cui, pur in assenza di differenziazioni grosse nell'abbigliamento, viene rilevata una negazione dei bisogni del ragazzo. Questa si manifesta ad esempio attraverso il rifiuto di fare indossare al figlio il bavaglino, un accessorio che denota la disabilità. Siamo di fronte, insomma, ad una negazione dell'handicap.
C'è infine il terzo caso, quelle famiglie che mostrano grosse differenziazioni tra l'aspetto esteriore dei membri, molto curato, e quello dell'handicappato.
"L'atteggiamento generalmente riscontrato nella famiglia- sottolineano Maria Grazia e Maria Rita- è un non voler prendere in considerazione i bisogni del ragazzo perché "tanto è handicappato".

Dall'iperprotettività alla punizione

Concludiamo con altri due brevi accenni alle riflessioni contenute nella ricerca. Alcune abitudini riscontrate, ad esempio l'uso di abiti inadeguati all'età anagrafica (calzoncini corti e calzettoni, cappello con paraorecchie anche a trent'anni) o la quantità eccessiva di indumenti, specie in inverno, sono indici di come la madre viva spesso il figlio come eternamente bambino. Il ragazzo infatti non essendo autonomo nel vestirsi dipende totalmente dalla madre la quale, a sua volta, mette in atto atteggiamenti iperprotettivi.
Altro elemento emerso dall'osservazione: l'abbigliamento dei "ragazzi" tende ad essere curato nei periodi in cui sono tranquilli e dimesso quando manifestano crisi e tensioni. Quale il legame con il nucleo familiare? Secondo le autrici queste oscillazioni riflettono le tensioni vissute all'interno della famiglia: quest'ultima si trova infatti nel difficile ruolo di dover sostenere una comunicazione con i figli che, per il contatto anomalo con la realtà, si basa solo sul contenimento delle ansie, dei "fantasmi".
Le educatrici avanzano dunque un'ulteriore ipotesi che, precisano, è di natura interpretativa e personale: "L'abbigliamento - scrivono infatti - potrebbe essere un modo attraverso il quale "punire" il figlio nel momento in cui vive un malessere che per forza di cose è subito da tutta la famiglia".