Verso un'organizzazione biblitecaria solidale

01/01/2001 - Rosaria Campioni

I centri di documentazione e l’organizzazione biliotecaria dell’Emilia-Romagna
Ho pensato di svolgere alcune considerazioni di carattere generale sui centri di documentazione nell'ambito dell'organizzazione bibliotecaria dell’Emilia Romagna.
Richiamerò un veloce quadro generale per illustrare come il passaggio delle competenze dallo Stato alle Regioni, in materia di biblioteche e di enti locali, ha comportato un intervento pubblico, nei confronti dell’esigenza del territorio, più diretto di quello che avveniva prima da parte dello Stato.

Illustrerò le linee portanti dell’attività svolta dal 1983 in poi nella nostra regione, soprattutto attraverso la sovrintendenza per i Beni Bibliotecali e Documentali, creata appunto nel 1983 con la legge 42 nell'ambito dell'Istituto per i Beni Culturali: per trasmettervi anche un po’ di "geografia" dell'argomento, faccio presente che la Regione Emilia Romagna è una delle poche in Italia che ha un Istituto per i Beni Culturali, che appunto si occupa di biblioteche e musei.

L'attività che la Regione ha svolto si fonda su di una linea guida molto semplice, che è questa: le singole biblioteche, i singoli centri di documentazione, gli archivi, sono tutte parti cooperanti di un'organizzazione complessiva, volta a mettere a disposizione degli utenti l'insieme delle risorse documentarie ed informative nel territorio emiliano-romagnolo. Quindi, anche se si ha a che fare con delle leggi che permetterebbero di intervenire direttamente solo nel settore degli enti locali, in realtà la linea guida è stata quella di cercare delle cooperazioni più ampie, quindi anche con i privati.

L’impegno regionale per il potenziamento, appunto, di questa azione di messa in rete delle risorse bibliografiche e documentarie, si completa quindi non solo grazie alla stessa relazione - ovvia - con le amministrazioni provinciali e comunali, ma anche con il coinvolgimento di biblioteche e centri appartenenti a enti non territoriali.

La partecipazione di tali istituti (privati) all’organizzazione bibliotecaria è stata favorita dal ricorso ad uno strumento che la legge ci dava, che è lo strumento della convenzione. Oggi abbiamo la una nuova legge, la n.18 del 2000; prima, nel periodo cioè in cui abbiamo fatto queste azioni, avevamo un'altra legge - la già citata n. 42 dell’83 - che aveva questo lunghissimo articolo 10 sulle convenzioni che era molto, molto ricco, e che ci ha permesso questa correlazione. Alcuni centri di documentazione non di pertinenza degli enti locali hanno quindi arricchito con le loro raccolte, con il loro contributo di informazione e di produzione informativa, la rete bibliotecaria emiliano-romagnola. Per rimanere nel terzo settore, potremmo citare ad esempio il Centro Italiano di Documentazione sulla Cooperazione ed Economia Sociale, oppure il Centro di Documentazione dell'Associazione CDH, il Centro gestito dall’U.I.S.P sullo sport; tutti e tre i Centri hanno sede a Bologna, ma vi sono anche centri sparsi un po' in tutta la regione. Penso ad esempio agli archivi dei Centri di Documentazione dell'UDI, e così via.

L’integrazione delle risorse di tali Centri - e di altri - con quelle delle biblioteche pubbliche costituisce a mio parere un prezioso arricchimento per il sistema nel suo insieme; i centri di documentazione conservano infatti libri e – soprattutto, direi - materiali non librari che di norma non sono acquisiti nelle biblioteche tradizionali, che cercano di coprire ovviamente un ambito più generale e si rivolgono a un pubblico più vasto ed indifferenziato.

I centri svolgono un ruolo rilevante soprattutto per quanto attiene la tutela della memoria di una determinata problematica o tematica.
Ecco, quale biblioteca si preoccuperebbe di conservare il depliant, il manifesto, le fotografie, relative ad un’iniziativa sull’handicap, o ad una manifestazione sportiva, o ad una manifestazione pacifista? Gli esempi li abbiamo tutti sotto gli occhi, potrebbero essere davvero infiniti, ma la considerazione generale riguardo questi casi rimarrebbe sempre la stessa, e cioè che gran parte dell'attività quotidiana, dell’utilità sociale, del nostro vivere sfuggirebbe all'analisi e alla ricostruzione delle generazioni future, se non ne fosse conservata documentazione e tenuta viva la testimonianza da parte di centri appositamente costituiti, spesso gestiti dal volontariato e soprattutto con la passione dei volontari, che hanno a cuore determinati temi.


I centri come luoghi di produzione dell’informazione
Ma tali Centri, appunto, non sono come abbiamo potuto verificare solo luoghi di conservazione: sono soprattutto luoghi di produzione dell’informazione, centri attivi che si rivolgono ad un’utenza che ha uno specifico interesse. Il loro obiettivo di costituire un servizio efficace richiede che il personale addetto ai Centri sia professionalmente preparato, come abbiamo sentito anche prima: occorre infatti selezionare, acquisire e trattare l’informazione per soddisfare l’esigenza degli utenti. Ciò implica sia la conoscenza dei documenti e della loro organizzazione nel Centro, sia la conoscenza degli strumenti e delle tecniche migliori per recuperare le informazioni fuori da quel Centro, quando non abbiamo appunto quei documenti.

Mi soffermo anche sulla catalogazione, anche se concordo con il giudizio di chi mi ha preceduto dicendo anch’io che, ovviamente, non bisogna esaurire il discorso del Centro nel sapere catalogare e classificare; però sono convinta che almeno quello, per partire, occorre saperlo fare, perché altrimenti non riusciremo a gestire la documentazione nel momento in cui crescerà.

Per quanto concerne dunque la catalogazione e la gestione dei documenti, ricordo innanzitutto che l’Istituto per i Beni Culturali ha promosso la realizzazione di un programma che consente la gestione di un sistema integrato e multimediale di documenti diversi: materiali grafici (sappiamo che questi Centri hanno ad esempio molte fotografie, stampe e così via), sonori, audiovisivi di ogni tipo, oltre ovviamente ai tradizionali libri, periodici e riviste.

Va aggiunto che la nuova versione di "Sebina" (questo il nome del programma che usiamo in regione) consente il colloquio con l’indice SBN, che attualmente contiene circa 5 milioni di notizie, accompagnate dalla localizzazione delle diverse biblioteche e Centri partecipanti al progetto SBN; biblioteche e Centri che sono tra l’altro disponibili anche al prestito interbibliotecario. Quindi questo sistema costituisce davvero una grande fonte di reperimento delle informazioni.

Per rendere prontamente disponibili la documentazione e le informazioni, il singolo Centro deve utilizzare tecniche speciali di trattamento delle informazioni, e soprattutto attivare i collegamenti più opportuni per essere aggiornati sulla letteratura e le iniziative che si stanno svolgendo intorno a quel settore. Il centro di documentazione quindi raccoglie e tratta la letteratura specializzata di settore, e pertanto è tenuto a soddisfare le richieste esplicitate e non esplicitate dell’utente, ad informarlo sull’esistenza di altri documenti correlati, a dare tutte le indicazioni sulla localizzazione del documento.

L’utente che si rivolge ad un Centro di documentazione quasi sempre è uno specialista del settore, e quindi le informazioni di cui ha bisogno sono mirate e spesso richieste con urgenza. Le risposte dovrebbero pertanto essere accurate e aggiornate; lo vedevamo anche prima, quando si sottolineava l’importanza della velocità della risposta appropriata. Un requisito essenziale per il personale che opera oggi nei Centri è quindi quello di essere esperto nella ricerca bibliografica on line, ovviamente, e in generale sul modo di acquisire prontamente le informazioni. Per comprendere l’importanza e la delicatezza del ruolo del documentalista di oggi basta ricordare l’ambiente biomedico. Nel contesto attuale, dove tutte le decisioni dovrebbero essere supportate da informazioni scientifiche rilevanti, da reperire nella giungla della vastissima letteratura medica, il bibliotecario documentalista non può che diventare parte importante ed integrante di un team di esperti. Quindi è essenziale saper lavorare in gruppo, senza dimenticare le competenze tradizionali; occorrerà possedere le conoscenze per utilizzare al meglio Internet e le varie banche dati, al fine di comunicare e interagire nel modo più efficace.

Lo scorso anno la soprintendenza per i beni librari, insieme all’Agenzia Sanitaria Regionale dell’Emilia Romagna, ha promosso un corso di aggiornamento rivolto a bibliotecari del settore biomedico proprio sull’informazione che si può trovare in rete e sui criteri per la valutazione delle informazioni mediche in Internet; questo è un altro problema importantissimo: la valutazione delle informazioni. É ovvio che il problema della qualità delle informazioni non è solo un problema dei professionisti della sanità: l’ho fatto come esempio perché la salute sta a cuore a tutti, quindi penso che in questo modo si capisca la delicatezza del settore. Però è chiaro che il problema di capire la qualità dell’informazione che ha sotto mano è davvero uno dei problemi più complessi che si trova davanti il documentarista.

Preso poi atto dell’enorme incremento nella produzione e nella circolazione delle informazioni per qualsiasi ambito, uno dei compiti principali dei centri di documentazione è allora quello di aiutare l’utente a conoscere che cosa è più indicato nel suo settore di interesse, senza che egli debba selezionare molti periodici o consultare troppe banche dati, e risparmiando in tal modo il tempo del lettore. Questa è una delle famose leggi di un noto bibliotecario indiano: risparmia il tempo del lettore. E mi pare che al giorno d’oggi questa legge abbia una validità sempre maggiore.

Un centro di documentazione, anche gestito dal volontariato, offrirà poi un servizio tanto più efficace quanto più sarà radicato nella comunità, e quanto più riuscirà a rapportarsi con le risorse territoriali anche pubbliche. È chiaro che non si tratta di un percorso unilaterale, anche la biblioteca pubblica giocherà un ruolo attivo nella comunità quanto più si aprirà all’esterno e fornirà servizi adeguati alle associazioni e ai gruppi di interesse locali, come è esplicitamente suggerito peraltro nel manifesto dell'Unesco sulle biblioteche pubbliche: c’è proprio un invito a questo proposito.

Come è noto la presenza di privati con finalità sociali (come sono i volontari) consente di coinvolgere un maggior numero di cittadini, che diventano soggetti attivi nel cambiamento di mentalità nei confronti della cultura. Si potrebbe altresì evidenziare l'apporto, riguardo alla trasparenza amministrativa sul territorio, svolto proprio dalla cooperazione dei centri di documentazione curati dal terzo settore. Prima la Vicepresidente Regionale Negri Zamagni sottolineava un punto dolente: un ruolo, dal punto di vista civile della cultura, non solo tecnico ma anche sociale, per contrastare appunto quelli che sono gli evidenti pericoli della globalizzazione.

Mi avvio alla conclusione dicendo che ritengo che un’attenzione reciproca tra il sistema bibliotecario pubblico e il mondo dell’associazionismo, del volontariato, non possa che portare ad uno sviluppo dei servizi, a costituire una solida base per la crescita creativa della persona, ed a favorire l’apprendimento permanente, che rimane uno degli obiettivi a mio parere comuni. A tal proposito, sono lieta di sottolineare come l’Emilia Romagna, che gode di una discreta fama, direi, per quanto concerne l’organizzazione bibliotecaria, sia tra le regioni più ricche di centri di documentazione specializzati sui vari temi (le varie forme di emarginazione, il volontariato, il terzo settore, ecc.).