Vangelo, deficit e handicap

01/01/2000 - S. Toschi

“Poiché “Vangelo” significa “Buona Notizia”, con questa parola intendo ogni buona notizia che si trova prima di tutto nelle Scritture, ma anche nella vita di ognuno di noi. Vangelo, deficit e handicap: sono parole che possono stare insieme?”

Apparentemente il deficit e l’handicap non hanno nulla che possa far pensare a una buona notizia. La nascita di un bambino o di una bambina con deficit è normalmente accompagnata da crisi tremende ed è considerata una pessima notizia. Sappiamo che si tratta sempre - salvo casi rarissimi - di un evento traumatico e non dobbiamo scandalizzarci dinanzi alla fatica dell’accettazione. Anzi, bisogna constatare che oggi la fatica dell’accettazione rappresenta già un caso positivo, perché la tendenza generale è quella di considerare assolutamente inaccettabile la nascita di un bambino o di una bambina con deficit. Un’opinione molto comune vuole che per una persona disabile, come per l’uomo della tragedia greca, la cosa migliore sia non nascere affatto oppure morire il più presto possibile. Questa opinione molto comune è anche molto antica. Continuando il riferimento alle culture dell’antica Grecia, ricordiamo la famosa pratica dei cittadini di Sparta di buttare i neonati malformati o handicappati giù dal monte Taigeto. Certamente non è mai stato facile accettare l’esistenza del deficit.
Non lo era neppure ai tempi di Gesù. Il Vangelo racconta molte guarigioni miracolose di persone con deficit, tanto che a volte, da una lettura superficiale di questi passi evangelici, può sembrare che la Buona Notizia consista proprio in queste guarigioni, in questi miracoli. Ma leggendo con più attenzione, ci si può rendere conto che non è affatto così.
Ad esempio, risulta presto chiaro che Gesù, se ha guarito molti fra ciechi, storpi, lebbrosi eccetera, non li ha guariti tutti. E un passo di Marco ce ne dà il motivo:

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni (...). Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,32-38).

Miracoli, non guarigioni

I miracoli sono segni della presenza di Dio, segni del suo amore concreto per noi. Mostrano che Dio si preoccupa anche del nostro corpo, che non è la prigione dell’anima, ma una dimensione della nostra integrità. Tuttavia non ci si può fermare al livello dei segni, perché sono ambigui. I miracoli possono essere interpretati in molti modi. Nell’episodio della guarigione dei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19) solo uno torna indietro a ringraziare Gesù; gli altri nove hanno interpretato diversamente l’accaduto. Il cieco nato (Gv 9) ottiene la vista, ma viene abbandonato dalla sua famiglia e cacciato dalla comunità. È difficile pensare che in seguito possa aver vissuto una vita normale. Lazzaro viene fatto risorgere (Gv 11), ma poi morirà nuovamente di vecchiaia. Probabilmente, perché l’evangelista Giovanni afferma che il sinedrio aveva deliberato di uccidere anche Lazzaro, la cui sensazionale vicenda aveva attirato molti seguaci a Gesù. Poi Giovanni non ne dice più nulla, ma il fedele cristiano che crede nella resurrezione di Lazzaro deve rendersi conto che costui è risorto per vivere una vita spericolata...
L’efficacia del miracolo non sta nella guarigione. Questa certamente non è un male. Ma Gesù vuole far capire che le cose della vita non finiscono con la guarigione, con il recupero della funzionalità e dell’efficienza.
“Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?” (Mc 2,9 ).
Questa domanda che Gesù rivolge ad alcuni scribi è rivolta anche a noi. Più facile per noi - più comodo - è risolvere un problema sul piano fisico, o meglio tecnico. Nessuno contesta le ricerche mediche e l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma non bastano. Questo impegno può far dimenticare una dimensione più profonda del problema.
Perché Gesù mette le guarigioni in secondo piano? Qual è la Buona Notizia in tutto ciò?

Dio, dato inutile

San Paolo, che soffriva di una “spina nella carne” - secondo alcuni interpreti, di una forma di epilessia; secondo altri, di una malattia agli occhi - non otterrà la guarigione per cui aveva pregato tre volte. Dio gli risponde: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. E Paolo accoglie la grazia di Dio: “Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (cfr. 2 Cor 12,9-10).
“La mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”: è da notare che il testo greco usa un termine più semplice e più forte: teleitai, la potenza si compie nella debolezza. Senza la debolezza questa potenza non arriva al suo telos, al suo fine. Teleitai si può interpretare come “finisce, sfocia”... In fondo, la vita di Gesù è una potenza che fin dall’incarnazione è sfociata in una debolezza.
Sembra inutile sfociare nella debolezza. A proposito di inutilità, vi racconterò un episodio banale che mi ha dato da pensare. L’altro giorno guardavo la mia nipotina di nove anni mentre faceva i compiti. Doveva fare un esercizio di matematica che consisteva nel cercare, tra i dati di un problema, il “dato inutile”. Il problema era più o meno così: “Tua madre ha comperato cinque chili di pesche per fare cinque barattoli di marmellata. Sapendo che un chilo di pesche costa duemila lire, quanto costano cinque chili di pesche?”. Il dato inutile sono i cinque barattoli di marmellata che la madre vuol fare. Quel dato, infatti, non serve a risolvere il problema. Però quel dato è la causa finale. La ragione per cui la madre ha comperato le pesche è per fare la marmellata per i suoi figli. Se non avesse avuto questo scopo, non glie ne sarebbe importato nulla di sapere quanto costano cinque chili di pesche!
Dio è un po’ come il dato inutile: non serve a risolvere i vari problemi, però dà il senso alle cose. Potremmo dire che di tutti gli orizzonti di senso, è il più ampio. Oggi distinguiamo vari ordini di problemi: tecnici, economici, politici, sociali, psicologici, ecc. e tendiamo a risolvere ogni problema senza ricorrere a Dio; però la fede in Dio riguarda la causa finale, cioè il senso di tutto.
“Ti basta la mia grazia” non vuol dire “accontentati di ciò che hai”. Vuol dire il contrario: “Ciò che hai è molto di più di ciò che mi chiedi”. Senza la debolezza, questa grazia non si compie. Senza la pietra scartata dai costruttori, Dio non compie la sua opera.

Se Dio non funziona

Il rischio di una lettura superficiale del rapporto tra gli esseri umani e Dio è molto presente anche oggi, specialmente qui da noi, nei paesi ricchi, perché la mentalità di oggi è sempre più legata al sensibile, al fisico, all’efficacia delle soluzioni tecniche. Ciò che non funziona lo si butta via, anche se si tratta di un uomo, anche se si tratta di Dio. Se c’è Dio, perché esiste il male? Se io soffro, vuol dire che Dio non funziona.
“E mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e salvezza di Dio” (1 Cor 1,22-24). Questa ricerca di segni e di sapienza che Paolo attribuisce ai giudei e ai greci in realtà è di ogni uomo e di ogni donna, in ogni tempo. Oggi si parla da una parte dei miracoli di Medjugorje e dall’altra, anche più diffusamente, dei miracoli della scienza e della tecnologia (ad esempio del metodo Doman). Entrambi i fenomeni ci mostrano quanto grande sia ancora la sete di miracoli, che spinge ai cosiddetti “viaggi della speranza” presso i santuari della fede e della medicina. Ma di quale speranza si tratta?
Torniamo alla domanda di Cristo: “Che cosa è più facile, dire a un paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dirgli: Alzati e cammina?”. È più facile rigenerare o riabilitare, donare a una vita l’orizzonte più ampio o normalizzarla? Tuttavia questa domanda di Gesù, e le altre che si trovano nelle Sacre Scritture, ci fanno riflettere. Esse non sono domande retoriche che si rispondono da sé, ma ci interpellano continuamente e dobbiamo cercare noi le risposte.

La sfida di Giobbe

Tra Dio e l’uomo c’è sempre un dialogo, uno scambio di domande e risposte. Nella Bibbia, la prima parola che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato è una domanda: “Dove sei?”. In seguito anche l’uomo impara a fare domande a Dio, e Dio vuole proprio questo, come si vede nel libro di Giobbe, in cui alla fine Dio loda Giobbe che gli ha fatto tante domande, e ha anche protestato.
Da sempre l’uomo religioso ha un’immagine di un Dio utile; pensiamo alle divinità pagane della fertilità o della guerra, che servivano alla sopravvivenza del popolo e del villaggio, dello stato o dell’impero. Nella Bibbia questa teologia utilitarista viene smascherata e combattuta, soprattutto dai Profeti e nel libro di Giobbe.
Giobbe è il giusto per eccellenza, che crede che la sua rettitudine morale sia una garanzia di incolumità, un’assicurazione sulla vita che Dio non può rinnegare. Per questo, quando viene privato della sua sicurezza (perde le sue ricchezze, i figli, l’affetto della moglie, la salute) egli inizia a mettere in discussione la bontà di Dio, arrivando a parole di contestazione che da un punto di vista bigotto sfiorano la bestemmia.
Ma in fondo, anche gli amici di Giobbe che vengono per consolarlo, ma poi finiscono dicendogliene di tutti i colori, sono prigionieri della stessa logica, proprio perché, sostenendo che Giobbe ha peccato - se soffre, qualcosa di male avrà pur fatto - continuano a vedere il rapporto con Dio come un patto legale utile all’uomo se quest’ultimo è fedele.
Occorre uscire dall’ideologia religiosa per entrare nel rapporto di fede. Che sia l’ideologia di un Dio giudice, oppure quella di un Dio “buonista”, di un Dio “New Age”... Bisogna arrivare a comprendere che Dio è Dio.
Il Signore, nella teofania finale del libro di Giobbe, rompe questo schema, rivelandosi per Quello che è. È un Dio che accetta la sfida di Giobbe, che non se la prende dinanzi alle proteste, anzi le ascolta, mentre ignora l’ossequio e l’adulazione. Mostra la sua onnipotenza attraverso l’immensità della sua opera, la creazione. Afferma la sua libertà, dicendo che non deve rendere conto a nessuno. Ma proprio questo atteggiamento a prima vista sprezzante rivela la caratteristica fondamentale del Signore: il suo amore per la vita, che Egli ha creato gratuitamente, senza nessun tornaconto.

Che cosa impedisce?

Di fronte a questi segni di libertà e di amore l’uomo, che a sua volta è libero, ha due alternative: una è quella di Giobbe, che riconosce la grandezza di Dio e accetta umilmente di instaurare un nuovo rapporto con il suo Signore: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te... Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,2.5); l’altra è quella descritta nel vangelo secondo Matteo 11,21ss., in cui le città della Galilea, pur avendo visto i segni dell’azione di Cristo, non si convertono, cioè non cambiano la loro mentalità: metenòesan in greco significa cambiare mentalità, letteralmente “andare oltre il proprio intelletto”.
È proprio questo “non voler cambiare” che impedisce all’uomo di incontrare e di accogliere la Buona Notizia di un Dio che non vuole essere adorato come una potenza minacciosa, ma, pur essendo il Signore, anzi proprio perché lo è, vuole essere un amico libero (Gv 15,14ss.: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”).
Vangelo, deficit, handicap, sono quindi strettamente collegate proprio perché la buona notizia fondamentale, consiste nel fatto che ogni debolezza umana è amata da Dio, il quale non la considera una realtà inutile e negativa ma ne fa una occasione per avvicinarsi all’uomo con il suo amore gratuito. Per entrare in questa logica bisogna cambiare la mentalità, andare aldilà della nostra visione della vita, che è ciò che ci impedisce di credere nel vangelo. La consapevolezza di questa difficoltà è già in se una buona notizia, perché ci rivela che l’ostacolo non è esterno ma è in noi e noi possiamo cercare di superarlo con l’aiuto del Signore.

(1) Relazione in occasione del convegno “Che cosa impedisce?” tenuto il 2 ottobre 1999 nel bolognese.

Pubblicato su HP:
2000/73
Parole chiave:
Chiesa