Uno, due, tre, dieci, cento chiodi - Superabile, ottobre 2008

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Tempo fa fece scalpore una scena del film di Ermanno Olmi, “Centochiodi”, nella quale si vedevano i libri di una biblioteca inchiodati al pavimento ed alle pareti della stessa. Lo sfregio veniva realizzato da un docente-ricercatore evidentemente insoddisfatto dell’esistenza dedicata, fino a quel momento, interamente agli studi, alla scrittura (e alle glorie da essi derivate).
La critica, in modo piuttosto superficiale, volle vederci una specie di protesta contro le incrostazioni culturali dell’uomo, in nome di una presunto invito ad una vita sollevata dal peso delle convenzioni, delle lettere, delle letture, delle speculazioni, etc. e quindi più immediata, sincera, rispettosa. Altri ci videro un tentativo di contrapporre la cultura alta a quella “bassa” e di rivalutare la seconda a scapito della prima.
Più modestamente, e più saggiamente, lo stesso Olmi cercò di spiegare quale fosse l’intento di quella scena (peraltro molto bella, simbolica ed evocativa) e di altre parti del film: non un attacco alla cultura in generale, ma ad un certo modo di fruizione della stessa. Ad una possibile deriva dell’attività di fruitori. Un accorato “attenzione!” che, lungi dal colpevolizzare la produzione culturale in sé, piuttosto invitava ad avvicinarsi ad essa con altri strumenti, con altro spirito e con un approccio diverso.
Un invito a vivere il libro e a non essere vissuti da esso.
Mi è tornato in mente questo film ragionando sulla scuola, alla luce dei rischi che corre a seguito delle recenti disposizioni governative, ma anche in riferimento al corso, diciamo così, naturale dell’insegnamento.
Perché spesso si tendono a confondere apprendimento ed educazione con la somministrazione e l’acquisizione di concetti e di nozioni. Un fraintendimento pericolosissimo che sembra informare le scelte politico-economiche dei nostri governanti. Non so quale esperienza della scuola abbiano avuto; ma chi dentro la scuola lavora bene sa che l’equiparazione tra un sapere nozionistico ed educazione non è corretta nei termini e, se dà risultati, questi hanno un valore effimero ed in definitiva inesistente. A seguito degli ultimi provvedimenti (e mi riferisco in particolare ai tagli ai fondi e al tempo pieno, all’insegnante unico, al ritorno del grembiule) sembra proprio questo l’obiettivo di fondo: ammaestrare i bambini da cittadini “perfetti”, riempirli di nozioni trascurando la cura della loro creatività e delle loro emozioni, della loro capacità relazionale, dell’acquisizione di un “modello di vita” responsabile.
La scuola, infatti, dovrebbe essere un laboratorio sociale e di pratica di linguaggi nuovi, personali, non il classico imparare a “leggere, scrivere e far di conto”.
Lo scontro di idee, allora, è su questo che deve concentrarsi, per una scuola che sia anche scuola di vita e scuola di emozioni. Cosa significa, questo, tornando al punto di partenza, che la scuola deve insegnare a disinteressarsi alla cultura, alta o bassa che sia? No, ovviamente, perché la cultura è imprescindibile (e piacevole) strumento di educazione e perchè educare è fare cultura, in senso ampio. Significa, invece, che la scuola dovrebbe insegnare a muoversi nella cultura per farne una cosa propria, a viverla e non ad esserne vissuti, a problematizzarla, criticarla e produrla: in testi, immagini e soprattutto azioni ed emozioni.
Ad essere inchiodata, e credo che Olmi mi appoggerebbe, deve essere quell’idea imperfetta e svalorizzante della pratica dell’insegnamento.
Con uno, due, tre, dieci, cento…chiodi.
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Claudio Imprudente