Un'invenzione creativa

01/01/1999 - Grazia Honegger Fresco

“Il gioco costruisce in profondità, né sappiamo in quali rivoli si riverserà la ricchezza che, grazie ad esso, si accumula in ogni bambino lasciato libero di inventare a sua misura”. L’importanza del gioco libero e creativo, non pensato solo per soddisfare esigenze di mercatoSpesso si parla del bambino come se fosse un'entità astratta, mentre solo osservando nella realtà quello che i bambini fanno ? Dario o Giulia, Giampaolo o Elisa ? e mille, mille altri... possiamo intuirne il significato. Ognuno di loro gioca in modo personale, con fantasie tutte diverse, alimentate giorno per giorno da ciò che osservano attorno a loro. Guardano, ascoltano, fiutano, toccano, assaporano: attraverso quelle porte straordinarie aperte sull'esterno che sono i cinque sensi afferrano il mondo, lo "assorbono", diceva Maria Montessori, geniale studiosa dell'infanzia. Questa mente assorbente è attiva fin dalla nascita: sembra così fragile e inetto il neonato, eppure è già pronto a entrare in relazione con la madre, a cogliere le risposte che da lei verranno ai suoi bisogni e ai suoi desideri che per ora sa comunicare solo senza parole.
E’ su tali risposte che cominciano a modellarsi il suo pensiero, la sua prima esperienza dell'ambiente, a sentire se ? povero o ricco che sia ? è amato e protetto, se può fidarsi degli altri e crescere nella stima di sé. E il primo gioco è proprio con il seno e con gli occhi della madre, come pochi mesi dopo sarà con la propria mano e con il piedino da portare alla bocca, come con altri oggetti che troverà a portata di mano.

Giocare per esplorare

Gioco? Nei primi due anni si può dire che sia soprattutto esplorazione: degli oggetti, di come entrano in rapporto tra loro (il gioco del "dentro e del fuori" è inesauribile), eppure subito creativo, originale, diverso da un bambino all'altro. Questa mente che ha tanto assorbito e che ormai produce un linguaggio più o meno sicuro è capace di creare simboli, di fare associazioni, di immaginare e quindi di agire secondo nuove invenzioni. Lucia, 2 anni, ha appena finito di mangiare e cerca il papà che è lontano. Prende la forchetta e l'accosta all'orecchio come una cornetta di telefono e dice: «Ponto, papi ... ».
Roberto, 2 anni e 8 mesi, già da tempo interessatissimo alle automobili, ha visto sulla strada tre auto rovesciate e ha tempestato tutti di domande per sapere che cosa e come è successo... A casa, due giorni dopo, mette in fila le sue macchinine e le fa scontrare. Poi chiede alla nonna che gli compri un semaforo «perché così non si rovesciano più».
Lauretta, 3 anni, alquanto sconvolta dopo alcune iniezioni che ha dovuto subire, appare irritabile e dorme male la notte. Alcune mattine più tardi prende le sue tre bambole, le strapazza dicendo: «Cattiva, cattiva», poi le mette a pancia in giù e le colpisce rabbiosamente con una matita.
Susi e Mimma, due amichette entrambe di 4 anni, giocano moltissimo a strapazzare le loro bambole come bambine capricciose, che fanno solo disastri, da mettere in castigo. Le mamme si chiedono: «Come mai, se noi non le trattiamo così?»... Chiamiamo gioco il loro modo di rivivere la realtà a volte drammatica, dolorosa oppure i propri fantasmi, ingranditi dalla difficoltà di capire le intenzioni e le esigenze degli adulti: quando giocano insieme, le ansie segrete dell'uno sono subito colte dall'altro come un'eco profonda.
In una scuola materna i bambini sono in giardino: c'è chi corre, chi va sullo scivolo, chi si arrampica. Giulia, Rina e Francesco hanno organizzato un ristorante in piena regola: le foglie larghe sono i piatti; sassolini, bacche, foglie piccole e pezzetti di rami sono i cibi, le due bambine (5 anni) le cuoche, Francesco (4 anni) è il cameriere; alcuni pupazzi sono i clienti e una parte importante del gioco consiste nel fatto che Francesco con aria drammatica ogni tanto va a dire che non hanno avuto da mangiare, che era tutto cattivo...

Un’invenzione gratuita e felice

Il gioco di questa età è all'insegna dell'invenzione creativa, gratuita e felice come quella che può compiere l'artista. Provate a interrompere un gioco in cui siano totalmente immersi e avrete proteste, pianti (che dal nostro punto di vista definiamo capricci). Ma oseremmo altrettanto disturbare il lavoro dello scienziato, del pittore, del musicista ? Il paragone non sembri eccessivo: la differenza consiste soprattutto nel fatto che gli adulti di solito giungono a un prodotto finito, evidente, monetizzabile, mentre l’azione dei bambini appartiene al mondo dell'effimero, si dice, perché non lascia traccia. Eppure è tutta apparenza, perché è giocando nei loro modi personali e unici che i bambini si costruiscono.
Dunque il loro è il prodotto più alto, senza prezzo: un individuo creativo e pensante, capace di decidere e di entrare in relazione con altri. Rivivono la realtà in cui sono immersi ed è così che la conoscono, si fanno una ragione del presente, del passato e del futuro come anticipazione dei propri desideri. Per l’impegno che vi mettono è un vero lavoro, dice ancora la Montessori, intenso, significativo, mai passatempo o relax come definiscono gli adulti i loro momenti di gioco. Tanto meno è perdita di tempo con l'idea soprattutto, dopo i 5, 6 anni, che: «Ora basta giocare: è tempo di fare qualcosa di più serio».
Ancora oggi, in un'epoca di tanto permissivismo spesso concesso a sproposito e fuori misura, troppi genitori e familiari giudicano negativamente il gioco dei bambini, le loro ripetizioni, che per i piccoli sono vitali conferme a ciò che hanno scoperto, così come il voler ricostruire sempre le cose secondo un certo ordine, con quegli oggetti, per ritrovare ogni volta il piacere e le emozioni della prima volta: quelle sottili e inespresse che noi dal di fuori ben poco riusciamo a cogliere.
Se non dobbiamo impedire, ironizzare, interrompere, tanto meno dobbiamo invadere la loro delicata sfera di gioco. Non hanno alcun bisogno che si "insegni" loro a giocare. Ben diversa è la situazione quando siano essi stessi a coinvolgerci.
Per esempio a Dario (3 anni e mezzo) piace moltissimo ? e lo fa ripetutamente ? un gioco con il nonno che fa la parte di un piccolo bambino malato, mentre lui è il bravo papà che lo cura. Lo fa sedere in poltrona, lo copre con un asciugamano, gli porta un bicchiere d'acqua, dicendo che è una «medicina difficilissima» e che deve berla tutta. Ma l'iniziativa è di Dario, il nonno paziente trae un suo piacere dal condividere con il piccolo questo gioco che va avanti per più giorni e che poi si esaurisce da sé, come altre situazioni simili.
Spesso per tradurre in concreto le loro immaginazioni i bambini hanno bisogno di oggetti e questo lo si è compreso da tempi immemorabili. Non è un caso che si siano trovati carrettini e trottole, fischietti d'osso o d'argilla, gabbiette, barchini e bambolotti fin dall'antichità e sotto i cieli più diversi: incaici, aztechi, greci, etruschi, romani, celtici, egizi, cinesi... per non parlare della pígotta, la bambola fatta di cenci, chiamata così in Lombardia (ma esistente con altro nome in altre regioni).
A questi oggetti abbiamo dato il nome di giocattoli, trastulli, balocchi che lo Zingarelli definisce «oggetti idonei a divertire i bambini». Sempre lo stesso pregiudizio: che i bambini si divertano e anche vero, ma che facciano qualcosa di serio al tempo stesso, questa è un'idea che gli adulti non vogliono riconoscere. In compenso si sono impossessati del gioco, l'hanno implasticato, trasformato in ambienti e in personaggi in miniatura sul modello dei grandi. La bambola di stracci o quella raffinata in panno lenci, dai lineamenti appena accennati, sono sostituite dalle Barbie e dai vari Ciccio Bello e successori, con smorfie fisse, meccanismi che emettono parole o che sanno fare la pipì.
I giochi di invenzione sui cibi, sulle cucine improvvisate su uno scalino o su un sasso sono sostituite con un vasto corredo di oggetti tutti in plastica di chiassosi colori: piattini, pentolini, pane, uovo fritto, pollo arrosto, cipolle, frutta. Anche le scuole ne sono invase e i bambini non se ne fanno nulla, il solo vedere tali falsi uccide l'immaginazione. Se i grandi si fermassero a osservare i bambini nelle loro situazioni spontanee, non ne comprerebbero, in primo luogo per rispettarli. Ma il mondo degli affari non tiene conto di simili quisquilie: è apparsa la notizia che gli industriali della plastica negli Usa tanto hanno premuto sugli organi competenti da ottenere il consenso alla diffusione di questi giochi?standard in ogni scuola materna, anche in quelle, come la Montessori o le steineriane, che per principio li respingono.

Cilindri e grembiuli

Non uccidiamo la capacità creativa alle origini: non c'è solo la televisione, ma gli interessi privati di talune industrie che non sanno più che inventare per soffocare la spontaneità dei bambini che devono giocare tutti con gli stessi oggetti. Un condizionamento precocissimo all'uniformità, al subire la moda. Se invece fin dal primo anno di vita del bambino si ha il coraggio di non seguirla, ci si può sottrarre quando cominciano a frequentare la scuola alla richiesta pressante del “lo voglio anch'io» perché li avremo aiutati a custodire il loro tesoro di immaginazione e tanto appiattimento della realtà avrà scarso significato per loro.
Cerchiamo bambole di stoffa o facciamole per loro (un bel libro che può aiutare adulti di buona volontà è Bambini e Bambole / Compagni di gioco fatti in casa di Karin Neuschutz, Filadelfia editore, Milano), cerchiamo costruzioni di legno con cubi, cilindri, prismi per cominciare, ma anche villaggetti con animali in miniatura, circuiti di treno, sempre in legno e componibili, evitando i soliti Lego o Fisher Price che, malgrado la grande disponibilità dei materiali, rispondono a procedimenti più razionali e poco adatti al periodo 3?6 anni.
Libri che possono orientare genitori dì buona volontà sono anche Giocattoli creativi e Bambini Barattoli Giocattoli, entrambi di Roberto Papetti e di Gianfranco Zavalloni (Macroedizioni, San Martino di Sarsina, 1995). E bello per i bambini non solo usare oggetti fatti «dal mio papà» o «dalla mia nonna», ma anche averli visti nascere sotto i loro occhi, un'esperienza del fare e del giocare con poco, anch'essa oggi perduta.
Altro aspetto interessante dell'attività dei bambini ? specialmente fra i 2 e i 5 anni ? è il loro piacere a cooperare alle attività degli adulti: se il padre prende in mano chiodi e martello o la madre prepara attrezzi e ingredienti per fare una torta o per lavare i piatti della merenda (questo secondo la classica divisione dei ruoli, ma oggi ogni tanto accade il contrario), subito il bambino è dappresso per curiosare, guardare e infine allungare le mani: «Voglio fare anch'io!». Al solito gli adulti mostrano poca pazienza: «Fa disastri, tocca tutto». La frase tipica dell'educazione tradizionale è ancora «guardare e non toccare, è una cosa da imparare». Ma se vogliamo bambini attivi, svegli, capaci più tardi di rendersi utili, dobbiamo renderli partecipi. Insegneremo loro l'uso appropriato degli attrezzi: faremo indossare un grembiulino impermeabile, come quelli da cucina ma in misura ridotta, quando si tratterà di lavare; profitteremo delle torte casalinghe per mostrare loro come si misura a tazze e cucchiai, come fanno gli americani, che per i piccoli è certo più semplice della bilancia. E poi tutto quello che è battere, mescolare, strofinare, lucidare, spazzare, rastrellare, innaffiare è davvero pane per i loro denti: gioco anche questo?
Giulia aveva 3 anni appena, quando, issata su uno sgabello, lavava con grande attenzione tazze e piattini, senza mai romperne alcuna e commentava: «Meno male, lavando io», come a dire: «Ti sto aiutando». Dunque un gioco di identificazione importante e la fiducia da parte dell'adulto che le ha affidato stoviglie pur sempre frangibili.
Penso a Silvano di 5 anni che i genitori avevano iscritto in una scuola Montessori con la speranza che imparasse in anticipo a leggere e a scrivere e che regolarmente sceglieva, tutte le mattine, dì lavare le bambole, strofinandole e spazzolandole con energia, quasi a voler recuperare un gioco basilare ? quello con l'acqua ? in casa decisamente proibito e da femmine. Taciturno e spesso aggrottato, sembrava ritrovare un po' la sua serenità di bambino solo dopo questa cura quotidiana, da lui scelta e che la scuola gli consentiva. Un'ultima parola sulla mania di far bruciare le tappe ai propri figli. Li sollecitiamo in tanti modi, vogliamo che lascino presto il loro spazio di sogno e di fantasia. Eppure non si diventa più intelligenti e capaci, rubando occasioni al gioco spontaneo, spingendoli nell'apprendimento razionale e consapevole prima del tempo, è vero il contrario: il gioco costruisce in profondità, né sappiamo in quali rivoli si riverserà la ricchezza che, grazie ad esso, si accumula in ogni bambino lasciato libero di inventare a sua misura.

articolo tratto dalla rivista “Famiglia Oggi”, n.8-9/1996

(*) presidente associazione Centro nascita Montessori, Roma

Parole chiave:
Creatività, Gioco