Unico mondo

01/01/2000 - Roberto Ghezzo

Brasile, paesi lontani, nuovo mondo. Brasile, volti familiari, l’eterna vicinanza e calore del cuore, del sole sulla testa. Due mesi lontano da casa, due mesi vicino a se stessi, a braccetto con la vita. In Brasile tutto è autocontraddittorio, in un tempo che non è solo quello recente e storico della conquista, ma è eterno, è quello della natura che permea con i suoi ritmi tutto quanto. Il passato italiano del dopoguerra, con la sua arte di arrangiarsi, i mille piccoli mestieri per sopravvivere, una Napoli grande come un continente; il futuro prossimo venturo, mescolanza di razze e meticciato di culture: passato e futuro insieme, ovvero la contemporaneità di un esperimento straordinario, Africamericaeuropeo o europamericafricano, o...

Le prossime tre interviste che riportiamo (in questo numero e nel prossimo) le ho raccolte per strada, in un viaggio che mi ha portato dal sud a Goiania, capitale dello stato di Goias, “vicino” a Brasilia, nel cuore o in uno dei cuori di questo paese grande 28 volte l’Italia. Ho incontrato Giovanni e Pio, italiani, due modi di incarnare una tensione a far nascere luoghi più umani, due modi diversi (uno è medico, l’altro educatore) ma così simili di diventare brasiliani. Cesar, l’amico psicologo che mi ha ospitato nello stato di Rio Grande do Sul, me lo aveva pur detto: se un brasiliano va a vivere in Italia, può starci anche una vita che resta brasiliano, ma se un italiano viene a vivere qui diventa brasiliano. Ecco forse ciò che distingue il nuovo mondo dal vecchio: non è solo la quantità di bambini e giovani che si vedono per le strade ma è la straordinaria capacità di assorbire tutto, è la sensazione che tutto può accadere, è la speranza che alberga nel cuore di ogni brasiliano.

Speranza, danza, festa. Leggendo l’intervista a Deolinda, originaria dello stato di Parà, nel nord equatoriale, forse si può intuire il senso tutto brasiliano della commistione tra la dura lotta per la vita e la speranza nel futuro, tra la miseria del presente di molti poveri e la tensione spirituale, mistica che si materializza in mille chiese, culti, danze, incontenibile. Giovanni, Pio, Deolinda: tre modi di essere vicini a chi soffre, che siano i bambini della favela o i lebbrosi, da secoli l’immagine degli ultimi, la pietra di paragone tra l’abbraccio di San Francesco e i lebbrosari-campi di concentramento.

Vorrei ringraziare Monica Tassoni dell’AIFO, Associazione amici di Raoul Follerau, per avermi messo in contatto con queste persone e avermi fatto conoscere le loro storie. Storie di vecchio e nuovo mondo insieme, uniti, o come piacerebbe dire a Giovanni, storie da unico mondo, e non da terzo o primo.

Pubblicato su HP:
2000/75