Una televisione che terapia

21/04/2010 - Claudio Imprudente

 

“La salute è la possibilità per i cittadini di fruire del diritto alla vita autonoma, con quel che essa comporta di fattori ”determinanti”, quali la salute psicofisica, l’avere un lavoro adeguato,la sicurezza nel luogo di lavoro, la disponibilità di un’abitazione dignitosa, l’inclusione sociale, l’accesso alla formazione, la possibilità di sperimentarsi come soggetto sociale attivo. Ora, in questi anni, la tutela della salute sembra confinarsi prevalentemente nella dimensione specificatamente sanitaria, al punto da poter parlare di un crescente processo di“sanitarizzazione”, soprattutto per alcune fasce sociali più fragili, incentrato sulla cura più che sulla prevenzione, a livello individuale più che a livello sociale. Tutto questo a scapito di domande inevase sulla salute, vista nell’insieme dei suoi determinanti e delle condizioni - politiche, economiche, organizzative - che creano “ambienti” in cui anche il cittadino può avere cura della propria salute. Da qui l’urgenza di contrastare il rischio che l’investimento pubblico sulla salute si limiti prevalentemente alle politiche sanitarie, senza tener conto della necessità di congruenti ed integrate politiche sociali di intervento. Senza un organico sistema di servizi sociali e educativi, molti problemi generati nel sociale vengono a sovraccaricare i servizi di area sanitaria. In tal modo il rischio è una “delega” al mondo sanitario e ai suoi paradigmi di intervento, con la conseguenza di appesantire il “sistema”. Il seminario si pone l’obiettivo, con il contributo di esperti del settore, di avviare una riflessione ed un confronto su questi temi per ricercare un possibile equilibrio tra diritti di cittadinanza e diritto alla cura”. Con queste parole si presenta il Seminario/Convegno “Nuovi sguardi di salute tra diritti di cittadinanza e diritto alla cura. Ipotesi per contrastare la sanitarizzazione dei cittadini fragili”, che si è tenuto a Torino il 25 febbraio p.v. presso l’Istituto Rosmini (informazioni e iscrizioni su http://www.aress.piemonte.it/Download/eventi/2010/2502102_torino.pdf ).

Come sapete, sono tra i più strenui sostenitori di un approccio non monodimensionale alle disabilità, in particolar modo se questo si presenta come approccio medico, sanitario, assistenziale: per cui è con molto piacere che ho preso spunto dal convegno di cui sopra per comporre questo articolo (a proposito, probabilmente potete chiederne gli atti). Ma c’è una ragione ulteriore, legata ad un “evento” molto significativo, anche per la “salute” della nostra TV pubblica. Mi riferisco alla messa in onda, ad inizio febbraio, del film “C’era una volta la città dei matti” di Marco Turco, che ripercorre, a trent’anni dalla morte, le vicende di Franco Basaglia (padrino della legge che impropriamente porta il suo nome) e descrive in modo molto vivido la condizione di chi, in quegli anni, era chiuso all’interno delle istituzioni manicomiali, davvero, allora, istituzioni totali.

Difficile trovare esempi di “sanitarizzazione” a senso unico più lampanti. Difficile anche nominare le pratiche manicomiali del tempo come semplice “sanitarizzazione” (suona eufemistico), ma in fondo di questo si trattava, di un approccio univoco ed sclusivo che, invece di curare, mirava quasi unicamente alla sua autoconservazione e, con essa, all’autoconservazione dell’istituzione e di che vi lavorava. Insomma, le terapie pre - ‘78 (prendiamo questa data come punto di riferimento, anche se poi ci volle del tempo, e ancora ce ne vuole in certe situazioni e territori, perché la situazione subisse un cambiamento effettivo) servivano più ai dottori che ai pazienti. I quali, schiacciati da questo meccanismo, non riuscivano nemmeno ad immaginare dinamiche e comportamenti diversi.

Mi ha colpito molto la scena in cui un paziente, letteralmente slegato dal letto da parte di Basaglia e dallo stesso invitato ad uscire, al ritorno chiede di essere legato nuovamente: dal momento che nessuno dell’equipe medica poteva assecondare questa richiesta, contraria ai principi a cui le idee e le pratiche basagliane si ispiravano, lui lo fa da solo. Senza che nemmeno ci fosse “bisogno”, ovvero… “il pazzo non stava dando in escandescenza”. Una scena semplice, a suo modo, ma che mostra con una sintesi tutta cinematografica quanto la volontà e le idee altrui, in un contesto di chiusura, violenza e sopraffazione, possano diventare nostre, nostro malgrado, e, di più, nonostante ci impongano uno stato di segregazione, coercizione e umiliazione. Del resto, dal film, si capisce quante resistenze lo stessa Basaglia abbia dovuto superare all’interno della cerchia dei suoi colleghi e nelle istituzioni, ancor prima che nel tessuto sociale: gli infermieri lo consideravano pazzo alla stregua degli altri pazienti in custodia…

Al di là del giudizio che si può dare rispetto alla qualità del film, che a mio avviso è comunque e complessivamente alta, dobbiamo dare atto alla RAI di averlo mandato in onda mentre è ancora in discussione un disegno di legge molto controverso, il c.d. Ciccioli, dal nome del parlamentare che l’ha proposto: una coincidenza significativa e, mi piace pensarlo, non fortuita. “C’era una volta la città dei matti”, lo ripeto, è inoltre un esempio davvero forte di quanto la televisione (in particolare quella pubblica) potrebbe proporre e solitamene evita accuratamente:ovvero occasioni che, senza essere didascaliche o pedagogiche in senso stretto, non temono di affrontare certe tematiche, di invitare alla riflessione e ad un atteggiamento critico, ricoprendo (e riscoprendo) un ruolo quasi terapeutico…anche verso la televisione stessa!

Un grazie, postumo, a Basaglia e a chi ha contribuito ad affermare le sue idee: questo ha portato ad un cambio di paradigma radicale, che ha contribuito non poco a passare da una società “della malattia” ad una società “della persona”. E non è poco…

Attendo i vostri commenti, all’articolo e al film: scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudente

Pubblicato su www.superabile.it