Una storia di protesi

01/01/1986 - Cesare Padovani

Se consideriamo il valore di alcune parole che nella loro etimologia pescano da radici comuni, protasi richiama immediatamente protesi. Da questa omofonia, non certo casuale, si parte sempre da un inizio, «inizio per», aprire in altre parole un cammino verso ...e quindi punto d'appoggio o di riferimento, proposta.
Del resto, anche la parola «cultura» era ed è stata un tutt'uno con il concetto di «coltura» (da colere, raccogliere, coltivare). Il fatto che, in seguito, sia convenientemente scivolata a rappresentare la sovrastruttura per antonomasia, e quindi a staccarsi (opportunisticamente) dal concreto, questo porta a riflettere sui parallelismi tra l'uso delle parole istituzionali e le rappresentazioni delle strutture socio-economiche. Perciò, anche nel nostro caso, porta a riflettere su quel lato storico e culturale della protesi che, da posizione iniziale di riferimento, di apertura e probabilmente tesa verso un «per»...un messaggio, una comunicazione, sia stata spesso confusa con una specie di ortopedia formalistica, di xosture indotte e funzionali ad una esteticavigente.


LA CHIAVE DELLA RIABILITAZIONE

Riflettiamo ancora: appoggio per, e sottinteso comunicare. Questa è la chiave della riabilitazione. Quindi tutti gli appoggi, i sostegni possibili per espandere le interazioni e le interelazioni, per proporsi. Allora il corpo diventa una cassa di risonanza, un laboratorio vivente di espressioni. E' il corpo comunque, a partire da qualsiasi stato si trovi. Nella storia della antropologia culturale, strumenti come le scarpe, ad esempio, hanno rappresentato le prime forme di ortopedia, di punto d'appoggio, di espediente per espandere le possibilità per utilizzare meglio il corpo in certe situazioni socio-ambientali (Il fatto che, da protezione, in seguito, la scarpa sia stata modificata e, attraverso la moda, divenuta parte dell'abbigliamento...fino al tacco a spillo, lontano dal punto d'appoggio, anche questo fa parte dell'evoluzione socio-culturale). La stessa cosa può essere per il bastone: un punto d'appoggio rudimentale per conquistare lo spazio, per spostarsi, per esplorare, per difendersi, per conoscere...

LE SOVRASTRUTTURE ORTOPEDICHE

E proprio con l'affinamento della «cultura» anche le sovrastrutture or-topediche sono diventate materia prima della tecnologia, allargandosi e assecondando le innumerevoli pi-grizie dell'intera popolazione: le sedie hanno messo ruote e motore, le scale sono diventate nastri scorrevoli, il testo scritto uni sequenza di immagini e ogni progetto logico è stato affidato a un transistor... Tutto questo, in termini generali, può rappresentare il progresso civile nel senso migliore del termine dove l'intelligenza è un prolungamento del corpo adattato all'ambiente e le realizzazioni tecnologiche le sue ortopedie, le sue riabilitazioni. Ma rappresenta anche un paradosso costantemente convivente al progresso: lo stesso mezzo o strumento di conquista di un territorio affettivo, creativo e conoscitivo può essere parimenti (o diventare) il pretesto per delegare agli altri, alle macchine, la responsabilità e l'impegno, e quindi la solidarietà, la comunicazione e le relazioni affettive; ed è proprio in questo caso che l'attrezzo aumenta le barriere e complica le interelazioni portando all'isolamento. Termini come autonomia, allora, si identificano con autarchia, soliloquio, monologo del corpo ,e del linguaggio.


ORWELL 1984

Orwell ha fatto parlare filosofi e linguisti riguardo ai suoi «futuri» possibili: l'aspetto più catastrofico della sua profezia sta nel rapporto inversamente proporzionale tra l'aumento mostruoso della realizzazioni tecnologiche e la riduzione al minimo del codice per comunicare, e qundi dei linguaggi espressivi (con ottanta lessemi si dovrebbe rappresentare l'intero universo possibile!). Orwell è ancora utopico? Non si tratta a questo punto di costruire tutti assieme una controcatastrofe: anche questo potrebbe aumentare il paradosso. E' piuttosto realisticamente preferibile porsi come operatore ma anche come soggetto, costantemente in tensione, nell'attegiamento critico di lettore delle cose del mondo, non per attendere passivamente, non per constatare soltanto, non per prevedere lamentandosi, non per chiudersi in se stessi. Lettore delle cose del mondo per riabilitarsi, per vivere massimamente il sé, per migliorare la propria intelligenza corporea secondo un modello che non è esterno e prototipo ma è il nostro modello, il prototipo di ciascuno di noi, del rapporto armonico con noi stessi e col nostro territorio affettivo, della virtù che sta sempre latente nascosta o imprigionata e che può uscire, rivelarsi anche con la macchina, con l'ortopedia, con la riabilitazione, ma che soprattutto si rivela nella messa in moto (con o senza ortopedia, con o senza posture), delle qualità dell'essere, delle potenzialità espressive, in una parola, della comunicazione. E' allora che il corpo si scuoterà dalla sua pigrizia, che si metterà in moto, che si appoggierà alla tecnologia ma per accelerare le sue fasi di apprendimento, che migliorerà ma per sé.

IL CORPO D'AMORE

Mi auguro che i tecnici, gli educatori, gli operatori sanitari possano indicare nuove vie di riabilitazione, nuove scoperte ortopediche, tecnologie più raffinate: ma che siano terapie nel significato di punto di partenza, proposta per, predisposizione alla comunicazione, punto di partenza per il racconto del proprio universo, protasi.
Allora non sarà più iniettare salute nel corpo, ma sarà il corpo che si riapproprierà della sua salute. Ai metodi classici (Domann, Bobath, Kabat, Woita, terapie muscolari, massaggi, ecc...) si succedono metodi più moderni (Gestalt, Mezieres, Tomatis, e le tecniche socializzanti con la natura quali la ippoterapia, idroterapia, ecc...oppure la riscoperta lacaniana dei rapporti corpo/parola); quelli possono essere integrati a questi, oppure ricerche integrative tendenti a fare emergere, a riscoprire le capacità inespresse della persona...
Tutto questo ha un enorme significato di ricerca di metodo, perché finalmente in ogni caso, anche il più grave, si da importanza alla capacità potenziale di comunicare dell'individuo. E questo è bene, è il meglio. Ora i conti devono essere fatti con l'operatore, con chi opera corpo a corpo, testimone e nello stesso tempo coinvolto. E' l'operatore preparato e sensibile, aggiornato e colto, mediatore di una realtà che non è solo dell'altro ma anche sua. L'operatore che restituisce alla macchina il corpo d'amore, che dirige la tecnologia verso le innumerevoli protasi di ciascun individuo; ma che soprattutto abbia coscienza che la riabilitazione dell'altro non ha senso se non nello spirito della propria riabilitazione.

Pubblicato su HP:
1986/3