Una sfida per la Chiesa

08/03/2010 - Claudio Imprudente

Nel numero di luglio/agosto del 2009 avevamo affrontato un argomento che mi sta molto a cuore, ovvero il rapporto tra Chiesa e disabilità. In quell’articolo ragionavo sul fatto che, pur essendosi occupata per prima dei disabili e pur avendone riconosciuto presto lo statuto di esseri umani, la Chiesa ha contribuito a creare e rafforzare degli stereotipi, faticando a immaginare la persona disabile come soggetto attivo, credente pieno e restituendo, quindi, anche all’esterno tale rappresentazione. Ripercorrendo quell’articolo, sottolineavo come fossero caratteristiche di quel tipo di rappresentazione l’identificazione tra disabilità e malattia, sofferenza, debolezza e assistenza. E, ancora, l’idea che un normodotato e una persona disabile «rispondano» a progetti divini diversi, per cui la seconda avrebbe una via d’accesso preferenziale alla redenzione e sarebbe per natura già più vicina alla figura di Gesù Cristo. Riassumendo, la Chiesa ha avuto difficoltà a immaginare la persona disabile come credente pieno.
Scrivevo già al tempo che le cose sembravano prendere una piega diversa. È di qualche mese fa la notizia che l’Ufficio nazionale per la pastorale della sanità della Cei ha promosso un Osservatorio permanente della disabilità e della riabilitazione, che fa capo all’Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari). Scopo di questo nuovo osservatorio, come dice don Andrea Manto (direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Cei), è «anzitutto quello di “contare i disabili”, per cogliere la portata di un fenomeno i cui dati non sono del tutto chiari e aggiornati». Inoltre, quello di «incentivare la medicina riabilitativa e le reti di relazioni per accrescere vicinanza e condivisione». Don Manto fa anche riferimento alla frammentazione dei dati e degli interventi sulla disabilità e alla necessità, in questo particolare segmento della medicina, di un approccio culturale nuovo per «fare sistema» da parte sia delle strutture ospedaliere e residenziali sia dei responsabili della programmazione e dell’erogazione dei servizi di cura sul territorio. «La disponibilità di informazioni corrette e aggiornate sulle persone con disabilità – prosegue il sacerdote – è presupposto essenziale per un accompagnamento pastorale adeguato e per una pianificazione di strategie d’intervento che favoriscano la loro piena partecipazione allo sviluppo sociale, la tutela dei loro diritti e della loro dignità e la promozione di pari opportunità di accesso a impiego, istruzione, informazione, beni e servizi».

È proprio quest’ultima affermazione di don Andrea quella che, a mio avviso, segnala un cambiamento significativo da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Come si può capire, se l’attenzione agli aspetti clinici, medici e assistenziali non viene meno, si pone un accento forte anche su aspetti che definirei politico-istituzionali, etici, antropologici e pastorali. Così come si riconosce la centralità dell’informazione e della cultura quali supporti fondamentali del «fare» e, al tempo stesso, quali obiettivi privilegiati dell’azione. Alla base di questi sviluppi c’è anche una visione antropologica più ricca, complessa e meno deterministica della precedente, grazie alla quale sembrano farsi spazio un’idea e una rappresentazione più articolata della persona con disabilità. Le premesse sembrano buone, ora bisognerà seguire gli effettivi passi di questo nuovo strumento di cui la Chiesa ha deciso di dotarsi. E contribuire a indirizzarli, ricordando che la Chiesa si compone di tutte le persone e comunità che ne sono parte integrante e decisiva. Anch’esse sono chiamate a un cambiamento di paradigma. L’augurio è che si vivano queste aperture importanti della nostra Chiesa con responsabilità, ovvero con attenzione e partecipazione attiva. Attendo i vostri suggerimenti a don Manto: claudio@accaparlante.it.
 

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