Una rassegna [im]possibile

01/01/2003 - Gianfranco Brogli

Il mini vince il super perde

Basso, così / fesso, così / il giorno che è nato per poco non l’hanno buttato / ma poi con l’andare degli anni non è migliorato

/ il …miniVip / tre volte al giorno cadeva dal suo carrozzino / (…) / ma questo tappo di uno, ci aveva un fratello / che quanto era brutto quest’uno, quell’altro era bello / alto, così / bello così / il giorno che è nato la madre felice ha gridato / venite, venite a vedere che super neonato / il superVip / Avete presento i fumetti di quello che vola? / Il mini era un tappo, il super un fusto / ma chi dei due era il migliore?

Così inizia la canzone “Vip” di Herbert Pagani che accompagna i titoli di testa del film Vip mio fratello superuomo (1968) di Bruno Bozzetto. In questa canzone è riassunto quasi tutto il film, un bellissimo esempio di cinema d’animazione, di genere comico, sulla condizione umana nella società (spietata) dei consumi, che narra la storia di due fratelli: MiniVip, piccolo, piuttosto bruttino, debole e imbranato, e (Super)Vip (nel film viene chiamato alternativamente Vip o SuperVip), alto, bello, forte, allo stesso tempo caricatura di Superman e del mito del supereroe, alle prese con una terrificante maliarda mediatica, Happy Betty, che vorrebbe trasformare il mondo in un supermercato e gli esseri umani in simulacri pilotati dalla pubblicità aventi come unico scopo della loro vita quello di consumare i prodotti “Happy Betty”. Uno degli aspetti più belli, divertenti e dissacratori del film è che il diabolico piano di Happy Betty sarà sventato dall’antieroe MiniVip o meglio grazie alla sua umanità piena di difetti, al suo relazionarsi in modo terribilmente impacciato con il mondo (motivo tipico delle comiche); caratteristiche psicofisiche e atteggiamenti che si trasformeranno (in un’operazione di rovesciamento degli stereotipi) in una forza “involontaria”, una forza che riuscirà a salvare anche la vita del fratello superuomo.

La disabilità: un’immagine latente?

Vip mio fratello superuomo non è un film sulla disabilità, ma fa pensare ad alcuni aspetti della disabilità in quanto distrugge sia il mito del supereroe (come incarnazione dell’estremizzazione delle qualità normali, socialmente apprezzate e riconosciute, degli esseri umani) sia il mito del brutto e debole incapace di azioni positive; ma, soprattutto, in quanto è un film che prende posizione a favore del “piccolo, brutto, debole e imbranato”.
Questo film sembra suggerirci l’idea che il rapporto tra cinema e disabilità non vada ricercato in maniera esclusiva in quel cinema che se ne è occupato in maniera esplicita e, conseguentemente, sembra suggerirci l’ipotesi, paradossale e provocatoria, che la disabilità percorra l’intero cinema attraversando indifferentemente generi e autori. Certamente ci sono film che hanno trattato direttamente della disabilità attraverso storie di persone disabili, film anche popolari e famosi (1) Tuttavia il rapporto tra cinema ed handicap non è scontato e non si coglie in modo immediato (e vedremo che il modo sarà letteralmente “mediato”).
L’immagine della disabilità nel cinema sembrerebbe avere assunto “trasparenze” che non consentono di coglierla in maniera chiara e nitida, ma che le permettono di sovrapporsi (o nascondersi) ad altre impressionandosi su un gran numero di pellicole. Utilizzando una metafora, l’immagine della disabilità sembrerebbe un’immagine latente (2): un’immagine cioè presente nell’emulsione di tantissime pellicole non completamente sviluppata – perciò invisibile ad una visione cosciente – ma in grado di giungere, nel momento della proiezione, al (sub)cosciente dello spettatore, nel quale si va a sedimentare come dato dell’esperienza entrando a far parte della sua immaginazione (intesa come facoltà di pensare e associare liberamente e senza regole fisse i dati dell’esperienza). Al rapporto cinema e disabilità si potrebbe dare una “forma” indagando sulla relazione esistente tra l’immaginario della disabilità che ha origine nel cinema e l’immaginario della disabilità come si è formata nella società, cercando di cogliere i meccanismi di scambio di immagini e significati tra l’uno e l’altro, intendendo per immaginario la produzione (da parte del singolo individuo o di gruppi di individui) di simboli, miti, archetipi, narrazioni e forme narrative che ha origine nell’immaginazione mediata sul piano sociale, culturale e storico.
Più semplicemente tale rapporto prenderebbe forma come possibile risposta alla domanda: “In che modo il cinema, in generale, ha contribuito a creare immagini che poi avrebbero influenzato la percezione della persona disabile e della disabilità? E viceversa?”.

Una rassegna (im)possibile

Da alcuni anni faccio parte di un gruppo di persone che hanno costituito un cineclub, la cui attività principale è realizzare rassegne cinematografiche a tema. A partire da questa esperienza credo che, per dare forma concreta al rapporto cinema e disabilità, possa risultare utile immaginare di dover realizzare una rassegna cinematografica avente per tema la disabilità.
La realizzazione di una rassegna a tema passa sostanzialmente attraverso tre fasi: definizione del tema, ricerca dei titoli dei film, selezione dei film tra quelli trovati. Descrivendo queste fasi si possono evidenziare quelle procedure e modalità che mettono in moto alcuni meccanismi di “involontaria” e libera associazione di idee e significati, e che si ritrovano anche nel momento della discussione collettiva, all’interno del cineclub, per la definizione dei contenuti tematici, ma che, soprattutto, si manifestano nella fase della ricerca (collettiva o individuale) dei titoli; meccanismi che portano alla luce, in maniera “imprevedibile”, anche attraverso il “rincorrersi” di ricordi personali, elementi significativi dell’immaginario al quale ciascuno attinge.

La definizione del tema: contenuti e significati (im)possibili

La definizione del tema di ogni rassegna comprende un’operazione di attribuzione di significati ai film. Organizzare una rassegna, ovvero raggruppare un certo numero di film secondo un tema specifico, si basa sulla possibilità di attribuire a tali film un significato comune, anche se va al di la delle intenzioni degli autori. Questo perché quando le emozioni evocate da un film si sedimentano e si trasformano in ricordi, la memoria attribuisce loro dei significati “veri”, o meglio, plausibili quanto quelli che il regista o lo sceneggiatore hanno attribuito al film, significati soggettivamente veri in quanto si concretizzano entrando a fare parte dell’esperienza delle persone e andando a costituire gli elementi a partire dai quali prende forma l’immaginazione.
Questa “arbitraria” attribuzione di significati rappresenta un procedimento non ortodosso dal punto di vista della critica cinematografica e molto discutibile su un piano strettamente filologico, ma risponde, in realtà, ad un’esigenza sinceramente sentita: condividere con altre persone un’interpretazione, un punto di vista, uscire da una specie di isolamento emozionale in cui ci abbandona (nonostante la dimensione collettiva della visione cinematografica) il film.
In questo senso ogni rassegna diviene plausibile e possibile, in quanto trova una coerenza, un fondamento e una ragione d’essere, non tanto e “semplicemente” nel cinema, quanto, più genericamente, nell’immaginario di chi la realizza (magari, in parte, già determinato dalla visione cinematografica). Ma, se per questo motivo ogni rassegna è possibile, per lo stesso motivo ogni rassegna è anche un’operazione discutibile. Analogamente si potrebbe affermare che il rapporto cinema e disabilità è sempre possibile pur essendo – non sempre, ma spesso – discutibile.

La ricerca dei film: “CINEMA+HANDICAP”

Nella ricerca dei film talvolta si ricorre all’aiuto di strumenti informatici che spesso producono risultati “casuali” e inaspettati. Utilizzare la rete (Internet) e immettere in uno dei tanti motori di ricerca come criterio “cinema+handicap” significa cercare tutto ciò che riguarda il cinema, tutto ciò che riguarda l’handicap e tutte le possibili relazioni tra i termini “cinema” e “handicap” (immettere “cinema+disabilità” restituisce meno informazioni in quanto il termine “disabilità”, in maniera significativa, ricorre molto meno rispetto al termine “handicap”). Una simile ricerca (che andrebbe del resto “affinata”) restituisce un numero esagerato di informazioni dal contenuto estremamente eterogeneo: siti Web dedicati a singoli film, siti di riviste di cinema on line con recensioni di film, siti di festival dedicati al “cinema e handicap”, concorsi cinematografici per disabili, archivi di materiale cinematografico (film in 35 e 16 mm, VHS, Betacam, DVD) sempre dedicati al “cinema e handicap” (3).
La stessa ricerca ripetuta attraverso un dizionario di cinema in formato digitale (su cd-rom), restituisce un numero molto più piccolo di titoli di film, ma è interessante constatare come la parola handicap compaia nelle recensioni di film molto diversi tra loro e riconducibili a generi diversi, dal comico alla fantascienza, dal noir all’horror, al thriller. La vastità delle informazioni trovate in questo modo generalmente getta nello sconforto, ma leggerle con pazienza può risvegliare ricordi – sempre secondo i meccanismi dell’associazione libera e involontaria di idee e di significati – che ci rivelano qualcosa sia riguardo al cinema sia riguardo alla nostra personale esperienza della disabilità. Ad esempio, durante una di queste ricerche sono rimasto colpito da un articolo che parlava di film di guerra, facendoli rientrare nella categoria del “cinema e handicap acquisito” (4), perché, pur non citandolo, mi ha ricordato un film, (che ho visto da bambino e che ho rivisto in seguito) che mi procurò, a suo tempo, una grande impressione: I Migliori anni della nostra vita (1946), di William Wyler, un film bellissimo che racconta le storie di tre reduci di guerra, accomunate dal tema del difficile rientro nella vita civile. La storia che mi colpì maggiormente da un punto di vista emotivo (e che mi ha lasciato molto turbato) è quella del marinaio rimasto privo di entrambe le mani, sostituite con uncini meccanici. Il ricordo di questo film, a sua volta mi ricordava che la mia prima esperienza della disabilità (parlo dell’infanzia) fu legata essenzialmente a immagini di corpi amputati (fatto che mi ha procurato una condizione emotiva fortemente perturbata) (5). Nello stesso periodo in cui ho fatto quella ricerca su Internet stavo leggendo un saggio di storiografia, La guerra come sofferenza e perdita (6), e fui portato ad associare le due cose. Il ricordo del film e la lettura del saggio mi portarono a pensare alla disabilità come ad una delle possibili condizioni umane, che può sopraggiungere improvvisamente, che può peggiorare o migliorare, e che può essere determinata anche dalla relazione tra la persona e l’ambiente. Poi ho incominciato a pensare al modo in cui percepiamo le deformità del corpo, alle modalità con cui spesso le vengono associate una deformità morale e psichica, e quindi al corpo come luogo dove prende forma l’identità. A questo punto l’associazione con vari film horror o di fantascienza (o il cinema di David Cronenberg) sarebbe risultata “logica e scontata” (7). Invece mi è venuto in mente il disneyano Biancaneve e i sette nani (1937) (8) (che in quel periodo il mio bambino guardava assiduamente), dove la regina, al culmine della malvagità, si trasforma, da donna giovane, bella e fatale, in una vecchia strega, gobba, dal naso adunco; mi sono venuti in mente anche certi film western dove gli indiani d’America vengono ritratti come ritardati mentali, affetti da balbuzie, grotteschi nei movimenti, elementari nei ragionamenti (8). Film d’animazione e disabilità? Film western e disabilita? Farsi condurre da questo meccanismo di “libera e involontaria” associazione delle idee, stimolata dall’uso di strumenti informatici, forse stava portando fuori strada? Forse no. Forse veniva confermando l’ipotesi di partenza e cioè che un pò tutta la produzione cinematografica ci possa svelare qualcosa sulla disabilità, anche se non la racconta direttamente attraverso le storie esemplari di persone disabili. In quanto un pò in tutta la produzione cinematografica si trovano tracce di un immaginario che si riferisce alla disabilità, un immaginario in cui si rinvengono visioni del corpo (diverso/mutato/mutante) come luogo dell’identità e come rappresentazione simbolica di qualità psichiche e morali, un immaginario che contiene storie di disagi mentali sospinti al limite della follia, e storie di destini rovinosi, segnati da un corso perverso, originate nel difficile rapporto delle persone con l’ambiente in cui vivono (o sono costrette a vivere) (10).
A questo punto alla domanda: “Una rassegna di cinema e handicap è allora possibile?” verrebbe da rispondere in modo affermativo.

La selezione dei film: una scelta (im)possibile

Nella selezione finale dei film intervengono diverse criteri di valutazione: criteri che potremmo definire “logici” (l’affinità del significato generale attribuito al “messaggio” del film con il tema generale della rassegna); criteri estetici (riguardanti la bellezza delle storie narrate oppure la valutazione di valori estetici strettamente cinematografici, quali la qualità della regia, del montaggio, della fotografia); e ultimi, ma non meno importanti, criteri che potremmo definire “tecnici” (come la reperibilità delle pellicole presso le cineteche o i distributori privati). Fatta questa premessa, di fronte al problema della selezione dei film per una rassegna di “cinema e disabilità”, ci troveremo di fronte a tre diverse prospettive.
Due di queste si pongono al di fuori di quanto sviluppato fino ad ora sul rapporto tra cinema e disabilità, ma vanno comunque ricordate. Una scelta rigorosa e filologicamente corretta si dovrebbe limitare a quei film che trattano direttamente di handicap (vedi anche la filmografia in appendice), che non sono pochi come numero assoluto, ma, relativamente al panorama dei film prodotti, costituiscono una ridottissima minoranza. Una scelta altrettanto rigorosa, ma “estrema” dovrebbe forse selezionare solo i film girati da registi disabili, o con attori disabili, che raccontano storie di disabilità, come viene fatto in alcuni concorsi cinematografici o festival (12), anche con l’intenzione di dare risalto in questo modo al lavoro delle persone disabili in campo cinematografico. Nella prospettiva messa in luce dalla “nostra” ipotetica rassegna, ci troveremo a scegliere nell’ambito del cinema che non ha trattato direttamente la disabilità, a scegliere quindi tra tutti i film che (loro malgrado) hanno comunque contribuito all’elaborazione di un immaginario della disabilità.
Ma per quanto detto fino ad ora la scelta dei film dovrebbe essere operata sulla base di un grandissimo numero di titoli, tanto grande da gettarci nello sconforto. Un possibile criterio di selezione potrebbe basarsi sulla distinzione tra film prodotti da un’immaginazione riproduttiva e quelli prodotti da un’immaginazione creativa (12), ovvero quelli che si sono limitati a mostrare qualcosa già presente nella società e nell’immagine che la società ha prodotto di sé, al fine di costruire e mantenere la propria identità, e quelli che hanno contribuito a creare immagini nuove della disabilità. In realtà i criteri di selezione potrebbero essere molti, talmente tanti da lasciarci anch’essi smarriti e nell’indecisione, perché sarebbe molto faticoso scegliere quello migliore. Ma questo potrebbe essere un falso problema. Il criterio migliore potrebbe semplicemente essere quello che ci permetterebbe di scegliere i film in grado di fornire una (im)possibile risposta alle nostre (im)possibili domande sulla disabilità, o meglio sul rapporto tra cinema e disabilità. Domande come: “Quanto l’abitudine a vedere nel cinema immagini di zoppi, deformi, sfigurati nel ruolo del “malvagio”, può avere influenzato le persone nell’attribuire a individui zoppi, deformi, sentimenti moralmente negativi o ad averne paura e timore?”.(13) Oppure: “Quanto la “riabilitazione” cinematografica , dell’immagine delle persone disabili ha contribuito a creare nella società un percezione nuova della disabilità, meno pregiudiziale, meno stereotipata?”. E numerose altre ancora… O no?

NOTE
1) Citare i film famosi di cinema che si è occupato direttamente di cinema e handicap
2) Riportare definizione di immagine latente
3) Menzionare alcuni siti e loro indirizzi
4) Citare l’articolo di cinema e handicap
5) Nota sul perturbante secondo Freud, se possibile
6) Autore, rivista, del saggio
7) Citare alcuni film
8) …regia di David Hand, produzione e supervisione di Walt Disney
9) In questo caso l’immaginario della disabilità diventa funzionale ad un caratterizzazione negativa di un razza che viene considerata inferiore. Altre esempi di un uso “strumentale” della disabilità, in questo caso al di fuori del cinema, si possono anche rintracciare nella storia contemporanea italiana come quando, all’indomani dell’approvazione delle leggi razziali (1938), su la rivista “scientifica”, fascista, La Difesa della razza comparvero le atroci caricature di ebrei e dell’ebraismo, basate sullo stereotipo europeo dell’ebreo gobbo e dal naso adunco, simboli di malignità, di persona che vive di inganni…)
10) Nota … riferirsi alla definizione dell’OMS)
11) Nota: definizione di moralità)
12) Citare i festival etc… e gli archivi della LEDHA etc…
13) Definire la distinzione dei due tipi di immaginazione
14) Citare film come la Maschera di Cera, oppure alcuni Vincent Price etc, La Iena etc…

Parole chiave:
Comunicazione, Cultura