Una malattia della modernità

01/01/1995 - Antonio Frusone

Depressione, aggressioni verbali, minacce da parte degli utenti sono alcuni dei rischi a cui sono esposti quanti lavorano nelle "frontiere del sociale": educatori, medici, infermieri, assistenti sociali e psicologi a contatto con tossicodipendenti, sofferenti mentali, malati di Aids e altre categorie del disagio sociale. Siamo di fronte ad eventi che possono minare seriamente e profondamente la qualità della vita degli operatori.
Ne parliamo con Mario Massarenti, psichiatra, operatore del Sert dell'Azienda Usl Città di Bologna.

Domanda. Un operatore sociale affronta una quotidianità a volte veramente difficile e non sempre il rapporto con l'utenza è facile. Ci sono realmente rischi legati a questo tipo di professione e quali sono?
Risposta. Sì. Esiste una minacciosità ed è legata, io credo, a due condizioni della realtà: di tipo strutturale e di specificità dell'ambiente in cui si opera. Strutturale se il servizio è esageratamente burocratico e quindi non capisce e non recepisce i bisogni dell'utente; di specificità dell'ambiente perché alcuni utenti continuano a sopravvivere in ambito delinquenziale.
Il tossicodipendente manifesta continui tentativi di resistenza alla cura e questo è un fenomeno psicologicamente normale, ma questa resistenza è anche dovuta all'abitudine a sopravvivere in gruppi asociali legati da interessi economici microdelinquenziali. Quindi se non viene rispettato a fondo un luogo, sufficientemente attrezzato e preparato, dove il dominio della sanità si possa esercitare (un luogo di riparo, poiché il ruolo dell'operatore e delle strutture sanitarie di accoglienza e cura è quello di offrire un porto ove ormeggiare e sospendere il tempo, ove la società concede alla persona di riposarsi un attimo e l'utente vi si affida completamente), finisce che questo luogo, viene assalito dal monopolio del piccolo mercato, del piccolo traffico.
Allora se non c'è o se non è possibile una sufficiente offerta di riparo e controllo da parte degli operatori sanitari si scatena la riconquista del mercato da parte della piccola delinquenza. Ciò porta ad aggressioni, minacce e violenze nei confronti degli operatori vissuti come deboli. Poiché si parla spesso di lavoro di frontiera, è possibile prendere ad esempio la sanità di guerra: se si ha l'impressione che l'ospedale riesca a riparare le persone, tendenzialmente si mantiene il rispetto della nobiltà del lavoro sanitario anche da parte dei belligeranti, da chi è con o contro la società. Ma se la struttura sanitaria ad un certo punto non viene rispettata nemmeno dalla stessa amministrazione, come spesso succede per i servizi ai tossicodipendenti, diventa davvero terreno di battaglie dalla conseguenze imprevedibili. Ho riscontrato spesso nella mia attività che il degrado dell'offerta (dei suoi strumenti, dei suoi luoghi e della qualità delle relazioni) aumenta la pericolosità di esposizione dell'operatore.

D. Come far fronte a questa pericolosità, quali le risorse da mettere in campo affinché tutte queste tensioni non vadano ad invadere il privato degli operatori?
R. Riparare dalle esposizioni l'operatore significa avere sicuramente un gruppo di operatori forte e capace e che investa molto sulla complementarietà delle diverse discipline, in uno spirito di collaborazione e di integrazione delle esperienze e conoscenze. Dovrebbe essere l'integrazione, non la lotta corporativa fra le diverse categorie, che a volte è veramente una peste terribile. La collaborazione e la pari dignità di tutti gli approcci sono assolutamente fondamentali e possono portare successivamente ad una corsa entusiasmante a costruire una cultura scientifica adeguata. Quando si rallenta o non si è capaci di questa corsa, si espone enormemente l'operatore, che si trova ad agire in prima persona, da solo, di fronte ad una serie enorme di contraddizioni vissute dall'utente.
Con l'Aids inoltre la situazione ha assunto proporzioni ancora più drammatiche ed è sorto un nuovo difficilissimo problema per l'operatore.
Si celebrano lutti, uno dopo l'altro, e non si sa più nemmeno come celebrare questo lutto; spesso si condivide con chi si sente giovane ormai morente anche il dolore per il morto recente. A questo punto ci vuole una capacità che non è più tecnica, ma diventa umana e ci vuole un servizio fortemente capace di maturare in valori umani.
Un servizio di questo tipo non brucia soltanto, ma dà consapevolezza, gratitudine e finanche gratificazioni, offre forza e livelli elevati di crescita culturale che altri servizi non hanno. Gli operatori che giungono in servizi come questi o in altri servizi per tossicodipendenti sono spesso più uniti fra loro, ma anche più affezionati agli utenti con forti legami di solidarietà, di empatia, di simpatia. Ma vi sono alti costi e alti rischi perché non si è molto aiutati nel compiere questo percorso.
Occorre uscire dall'opinionismo in questo campo ed entrare in un confronto che valorizzi veramente le acquisizioni e le conoscenze scientifiche e le stabilizzi. Bisognerebbe, ad esempio, ammettere che chi diviene davvero dipendente da droghe sviluppa uno stato grave e complesso di malattia, aggravato sempre dal decadimento sociale e dal disagio psicorelazionale, e che ha bisogno di una seria valutazione e di un trattamento medico completo. Ogni parte del problema ha dunque una sua dignità e richiede interazioni e progetti condotti con metodo.
Quindi a livello operativo significa organizzare servizi che rispettano la pari dignità delle aree (medica, sociale, relazionale) ed attenuare le disparità di trattamento economico e giuridico degli operatori. Non si può pensare per esempio che l'assistente sociale guadagni più o meno
niente e chi ha studiato allo stesso modo, magari le stesse materie guadagni il doppio o il triplo. Oppure che l'amministrazione consideri importanti i sanitari e meno importanti i non sanitari. Tutto ciò umilia la dignità degli operatori e priva dei giusti riconoscimenti giuridici e di titolarità le diverse competenze che sono indispensabili allo stesso modo.

D. Possiamo considerare il burnout una malattia della modernità?
R. Sì, perché sta mutando ciò che si chiede al terapeuta. Andiamo verso tempi strani, verso una società ove ancora ci si illude che con la tecnica si possa risolvere tutto e di conseguenza che non ci sarà più bisogno di pazienza, di tolleranza e di solidarietà. L'area della sanità invece è lavoro sul pezzo mal riuscito, sul pezzo che in quel momento è in stato di stress, è lavoro di riparazione, che dà valore all'insuccesso ed alla tolleranza.
A un certo punto cresce una contraddizione, si parla di terapie ma non si pensa più all'area sanitaria e ci si riempie di figure che non hanno nemmeno un training deontologico. Si sta radicando una deontologia della produzione e della guarigione, ma questa non è propria dell'area terapeutica. E' da riaffermare, invece, una deontologia della pietà, del non accanimento terapeutico, della pazienza, ma anche della rinuncia al risultato assoluto e della valorizzazione del più malridotto. Per esempio il disabile, tanto più lo si cura, tanto più lo si integra, tanto meglio sta, ma non guarirà mai. Se guarisce bene, crediamo anche nel miracolo, ma non è quello della tecnica bensì è il miracolo della tolleranza, dell'amore per l'uomo anche malato, anche a disagio. Non è l'amore della perfezione ma è amore anche dell'imperfezione.

D. Ci sono responsabilità delle istituzioni sul burnout? E quali risorse mobilitare per far fronte ai problemi?
R. Credo che la sanità pubblica, in quanto tale, sia un valore che non è del comunismo, del capitalismo o altro, è un valore civile in quanto pubblico. La Croce Rossa, per esempio, ha un valore e una funzione così grandi per le società che in nessun caso deve essere smobilitata. La funzione sanitaria dello stregone è nata con le prime società. Il medico probabilmente c'è sempre stato e la sua funzione è stata sempre pubblica, corpo separato dal potere politico istituzionale.
Oggi invece è in atto il tentativo di smantellare la sanità, l'assistenza pubblica e di diffondere e realizzare un ritorno a una sanità privata ove per ogni malattia (e sicuramente solo per quelle che hanno maggior probabilità di guarigione e non le altre) sarà possibile aprire una polizza assicurativa. Tutto questo crea non pochi conflitti all'interno (tra chi esercita queste funzioni e quindi conseguenze) e tensioni anche gravi verso l'esterno, tra gli utenti. Anche per questo, forse, possiamo considerare il burnout come una malattia della modernità.

Pubblicato su HP:
1995/42