Una folle cineterapia

01/01/2003 - Emanuele Melli (*) e Sergio Palladini (*)

"Gli esseri umani, credo, vanno presi a piccole dosi."
"Anche i film!"
Sembra non aver sentito, il Prof, impegnato com'è a ordinare gli appunti e ad accendere

il registratore. Ma a me e al mio collega piace sempre sottolineare che siamo persone moderate e razionali.
"Sa, è come una cura omeopatica per gli esseri umani", la butto lì.
"E per i film!"
Forse perché il mio collega ha la tendenza ad alzare un po' la voce, ma stavolta il Prof sembra essersi accorto di noi. Solleva lo sguardo e ci osserva per qualche istante, mentre tira una boccata dalla sigaretta. Con quella sua voce confusa come un letto sfatto, nessuno direbbe che è il direttore di un centro di ricerca sulle malattie mentali. Sapendo della nostra passione cinefila, il Prof ha chiesto di incontrarci a porte chiuse per parlare di una nuova pratica psicoterapeutica.
Decido di rompere il ghiaccio. "A dire il vero, credo di non aver mai sentito parlare di questa cineterapia."
"Io sì!", interviene il mio collega. "Dovrebbe consistere nella cura della sofferenza mentale attraverso il cinema!"
Il Prof annuisce, controlla gli appunti e precisa che il concetto è nato negli Stati Uniti nel '95, quando il dottor Gary Solomon pubblicò un libro in cui rivelava le proprietà terapeutiche di film che aveva prescritto ai suoi pazienti. La cineterapia ha poi ottenuto la consacrazione accademica all'Università di Pittsburgh, diventando una delle pratiche psicoterapeutiche più popolari in America.
"Vuole dire, forse, che solo ora hanno scoperto che il cinema influisce sullo stato d'animo?"
"È un po' come scoprire adesso che l'auto rende liberi di andare dove si vuole!", aggiunge il mio collega.
Il Prof sembra distratto, come se sentisse dei rumori al di là della porta chiusa. Solo dopo qualche istante ci chiede che tipo di film metteremmo in una rassegna di cineterapia.
"Delle commedie! La vita è meravigliosa, Blake Edwards, Totò... cose così, credo."
"Ma sempre a piccole dosi!", aggiunge il mio collega.
"Una specie di cura omeopatica", come ho già detto, ma mi piace essere preciso, se posso.
"Una cineterapia omeopatica!", specifica il mio collega.
"Che ti cura, forse, con brevi spezzoni di film", dico io.
"Sì! Prima semplici inquadrature, poi singole scene e alla fine intere sequenze!"
"Se possibile, tutte prese da film sui malati mentali", puntualizzo.
"Curare i malati mentali con film sui malati mentali", il mio collega si ferma a soppesare le sue stesse parole, "Un'idea da malati mentali!"
Il Prof interviene dicendo che invece non è per niente un'idea malvagia, e che in realtà noi temiamo la follia perché spoglia il nostro immaginario di tutti gli stereotipi nei quali è calato. Difendersi dalla sofferenza mentale, secondo lui, equivale a ostinarsi a mantenere questi stereotipi. "In un certo senso", conclude, "essere sani è uno stato psicofisico reazionario".
"Ma mi sembra che uno stereotipo del pazzo esista davvero", controbatto.
"E i film non fanno che esasperarlo!", mi dà manforte il mio collega.
Visto che il Prof tace, continuiamo nel nostro ragionamento a due voci.
"Perché il cinema si rifà a decine di modelli di malattia mentale sovrapposti nel corso delle epoche storiche."
"La pazzia violenta! Prendiamo la pazzia violenta!"
"Sì. È strutturata, credo, intorno a un sacco di raffigurazioni popolari, religiose e scientifiche del diverso!"
"Basta guardare La pazzia di re Giorgio di Nicholas Hytner per rendersene conto!"
"Perché condensa in un'ora e mezzo, penso, tutta la letteratura e le dicerie sugli squilibri mentali di Giorgio III. Che riuscì a convivere con la malattia, ma fu costretto ad abdicare, mi sembra, perché vittima di operazioni demagogiche."
"Le stesse a cui è sempre stato esposto il cinema. Quante volte, ad esempio, i film hanno trattato la pazzia in modo superficiale?"
"Tante, credo. Mi vengono in mente i film di Dario Argento."
"E quante volte l'hanno usata come semplice topos figurativo?"
"Altrettante. Ma questo non è un male, mi sembra. Basta pensare a generi come l'espressionismo tedesco e il noir americano."
"O al tema sotterraneo delle opere di Lang, Bergman, Hitchcock e Powell!"
"Credo che tutte le scene di L'occhio che uccide, da sole, basterebbero per un'intera rassegna su cinema, follia, voyeurismo e pulsione necrofila. Ma alla fine, penso, si dovrebbe concludere che la guarigione è impossibile."
Il Prof non è d'accordo con me e, dopo essersi accertato che il registratore continui a funzionare, tira fuori un libro intitolato Guarire dal male mentale, spiegandoci che l'autore, Ron Coleman, vi racconta il proprio percorso di guarigione dalla schizofrenia in un gruppo di uditori di voci. Il Prof mi invita a leggere alcune righe sottolineate: "Il sistema psichiatrico, lungi dall'essere un santuario e un sistema di cura, era per me un sistema di paura e di continuazione della malattia. Così come per tanti altri, la guarigione è un processo che non ho incontrato entro quel sistema. Posso dire onestamente che fu solo quando lasciai il sistema che il processo di guarigione prese davvero piede nella mia vita."
"Guarda caso", dice il Prof, "la guarigione di Coleman è dovuta anche alla visione di film duri e drammatici su sofferenti mentali nelle sue stesse condizioni".
"Se lui è guarito così, allora tanto vale iniziare la nostra rassegna con una storia senza lieto fine!", azzarda il mio
compagno.
"La vicenda di qualcuno che non ce l'ha fatta?", suggerisco.
"Sì. Tipo Frances, il film su quell'attrice degli anni '30... Frances Farmer!"
"Magari, credo, la prima scena in cui viene lobotomizzata."
"Ma è tutta in fuoricampo!", si lamenta.
"Forse è meglio."
"Allora potremmo metterci anche qualche scena di elettroshock tratta da Un angelo alla mia tavola della Campion!"
"Almeno qui la protagonista, Janet Frame, ha avuto la fortuna di uscire da quell'inferno, grazie al suo talento di scrittrice."
"Ma dobbiamo prendere qualcosa anche da film più vecchi!", mi ricorda il mio saggio collega.
"Tipo la scena di shock-terapia in La fossa dei serpenti di Litvak?"
"Sì! O Family Life di Loach!"
"Che non è poi tanto vecchio. Mi sembra che risalga a poco più di trent'anni fa. Più o meno, come Diario di una schizofrenica. Mi mancano tante cose, ma non la buona memoria!"
Il Prof continua a tacere.
"Di solito le opere italiane del genere sono pressappochiste e velleitarie. Ma non questo film di Nelo Risi!"
"Forse perché c'è lo zampino di un grande psicoanalista come Franco Fornari", spiego al mio collega.
"Stesso discorso, allora, per Il grande cocomero, dove si percepisce l'impronta di Marco Lombardo Radice!"
"Infatti mi sembra che la Archibugi lo abbia tratto da uno scritto sulla sua esperienza di terapeuta in lotta contro gli schemi della psichiatria tradizionale."
A questo punto il Prof si accende un'altra sigaretta e interviene spiegandoci che quella fra registi e psichiatri non è una collaborazione recente. Deve essere fatta risalire al 1916 quando, sulla scia delle teorie di Freud, lo psicologo Hugo Münsterberg scrisse The Photoplay: A Psychological study, in cui auspicava che gli psicologi ricoprissero un ruolo stabile nel cinema. La proposta non fu accolta subito, se è vero che Spellbound, il primo film che si servì di psichiatri come consulenti tecnici, risale al '45. E comunque, casi simili sono sempre stati sporadici.
Il mio collega non sembra dispiaciuto della cosa. "Per fortuna! Pensate ai film di Bellocchio scritti insieme allo psicoanalista Massimo Fagioli!"
Rabbrividisco al solo pensiero. "Meglio tenerli fuori dal nostro ciclo di film. Anche pochi frammenti potrebbero essere letali, forse."
"Come quelli di Cattiva!"
"Non ho presente."
"È un film di Lizzani su una madre svizzera dei primi del '900 alla quale viene diagnosticata una forma di schizofrenia."
Sento che ora bisogna rialzare il livello. "A proposito di schizofrenia, credo che La donna dai tre volti di Nunnally Johnson sia un buon film."
"Una donna con tre volti?"
"Nel senso che in lei convivono tre personalità. Una grigia casalinga, una ragazza di dubbia moralità e una signora sofisticata. Ma il marito continua ad amarla per la donna che è."
"O, sarebbe meglio dire, per le tre donne che è!"
La lucida osservazione del mio collega risveglia il Prof, il quale gli ricorda che in un ciclo come il nostro dovrebbe esserci anche qualche film ambientato in un manicomio.
"La fossa dei disperati di Franju è adatto. Pura poesia della rivolta e del dolore."
"E Bedlam di Robson, dove c'è un direttore del manicomio davvero sadico", aggiungo io.
"Per forza, è Boris Karloff!"
"Mai sadico, però, quanto lo stesso De Sade", ribatto.
"Come si chiama quel film dove il Marchese mette in scena l'assassinio di Marat dirigendo i ricoverati del manicomio di Charenton?"
"Marat-Sade, regia di Peter Brook."
"È vero." Il mio collega è soddisfatto. "E direi che con questo film siamo a posto!"
Non sono d'accordo, e glielo dico. "Lasciamo fuori Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman?"
"Hai ragione! Non possiamo! Soprattutto le scene con l'inflessibile infermiera Louise Fletcher."
Sento che manca ancora qualcosa. "Se siamo in tempo, allora, io aggiungerei alla lista anche il Mastroianni psichiatra in Per le antiche scale di Bolognini."
"Giusto. Se non altro perché il film è stato tratto da un romanzo di Mario Tobino, che ha diretto a lungo il manicomio di Lucca."
"E poi concluderei, forse, con La seconda ombra di Agosti."
"Sì! Mi sembra una buona idea finire questa sezione con i primi anni di Basaglia come direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia."
"Anche se, ti confesso, non credo che sia un film riuscito."
Il Prof ha un sussulto e mi sgrida, dicendo che non posso formulare giudizi avventati. Secondo lui, non basta la sensibilità cinematografica per stabilire se un film sui diversamente folli è molto o poco interessante, se lo stile registico è fluido o no, se gli attori sono più o meno efficaci. Bisogna giudicare, piuttosto, quanto la storia è indicativa di una situazione reale e se il regista riesce a trasmettere un messaggio efficace.
"E gli attori? Perché vengono sempre premiati quando interpretano un sofferente psichico? Secondo me non è poi così difficile!"
Sono d'accordo con il mio collega. "Mi sembra che gli attori si limitino a liberare la naturale inclinazione verso certi comportamenti, repressa dall'educazione e dall'autocontrollo. E che viene fuori, appunto, facendo vivere Sweetie o Birdy."
"O il giornalista di Il corridoio della paura di Fuller, che per vincere il Pulitzer recita la parte di un maniaco e riesce a farsi ricoverare in un manicomio, dove però rimane internato a vita!"
"O l'adolescente di Sangue nel sogno di Edgar Ulmer, che per smascherare un assassino, credo, si finge pazzo così bene da rischiare di impazzire davvero."
"Tutti titoli adatti al nostro ciclo di cineterapia omeopatica!", osserva il mio collega.
Mi viene un dubbio. "Stiamo attenti, perché da questi film si potrebbe dedurre che matti, forse, lo siamo anche noi. O no?"
"Gli Idioti di von Trier ti risponderebbero di sì", mi dice il collega, "ma sono tanti i film in cui si finisce per intuire che il malato non è poi così malato."
"O almeno, penso, non più del luogo in cui vive e delle persone che lo circondano."
La mia osservazione suggerisce al collega un accostamento con un famoso documentario di Agosti, Bellocchio, Rulli e Petraglia. "Matti da slegare ti fa capire proprio questo. È un'opera che esce dagli schemi del documentario classico per entrare nella realtà psicologica e sociale del matto."
"Ma se oggi si volesse ripetere quell'esperienza?"
Si dovrebbe estendere l'indagine all'intero territorio sociale, mi risponde il Prof, perché accanto alla follia organica è sempre più estesa quella indotta dalla società. Basta pensare a come il tempo della vita venga negato ai più, costretti a lavorare o a sognare di lavorare o a guarire dalle nevrosi provocate dal lavoro. O a come i sentimenti siano ingabbiati dalle istituzioni e dalle norme matrimoniali.
"Ha ragione. È proprio quello che Fassbinder fa capitare al protagonista di Perché il signor R. è diventato matto?"
"O Cassavetes a Gena Rowlands in Una moglie", aggiungo io.
"O al protagonista di L'inquilino del terzo piano."
"Siamo sulla buona strada", ci dice il Prof, "perché il film di Polanski viene già proiettato in alcune scuole ospedaliere per mostrare i sintomi della schizofrenia."
"Forse perché ci suggerisce che tutti coltiviamo alcuni elementi di follia", ipotizza il collega.
"E che coltivarli ogni giorno, forse, fa bene alla nostra salute", intervengo, "perché è come una cura omeopatica contro la vera follia."
"In più, lo fa mostrando sempre empatia verso i suoi personaggi. Come tutti i film che abbiamo citato finora, del resto!"
Stavolta il Prof è d'accordo con noi. "Per rappresentare qualsiasi cosa", dice, "ci vuole un rapporto d'amore con ciò che si filma. Sembra logico, ma non lo è. Perché il linguaggio del cinema, fatto di movimenti di macchina, stacchi di montaggio, dissolvenze e flashback, è un po' come un sogno, e deforma la logica quotidiana. Il cinema scava con successo nell'animo umano solo quando raggiunge una piena aderenza tra le forme proprie del suo linguaggio e il contenuto della sofferenza."
"Credo di capire cosa intende. Penso, ad esempio, al contrappunto di primi piani in Come in uno specchio di Bergman."
"Quello dove la protagonista va in vacanza insieme al marito, al fratello e al padre scrittore?", mi chiede il mio collega.
"Sì. Sono proprio quei primi piani così intensi a delineare la sua disgregazione schizofrenica."
"Va bene. Se il Prof è d'accordo, lo inseriremo nella nostra rassegna di film omeopatici."
"Insieme a Lilith di Rossen."
"Non so come fanno a venirti in mente certi film."
"Sto pensando al montaggio ellittico e alla geometrica fotografia in bianco e nero. Si adattano bene, mi sembra, alla storia d'amore tra la protagonista psicotica e il suo curante."
"Proprio come le scene oniriche in Il corridoio della paura."
Sono d'accordo con il mio collega. "Viste sul grande schermo fanno un grande effetto."
"Perché sono le uniche in esterni e a colori in un film girato tutto in interni e in bianco e nero."
"Lei che ne pensa, Prof?"
Ma il Prof non risponde, gli occhi fissi verso la porta.
"A ogni modo, direi che ormai abbiamo messo insieme abbastanza idee e film per una discreta rassegna."
"Sì, speriamo di esserLe stati utili."
Stoppiamo la registrazione e riavvolgiamo il nastro. Proprio in quel momento, un colpo secco attira la nostra attenzione verso la porta. Quando ci rigiriamo, il Prof è sparito. Non facciamo in tempo a chiederci dove possa essere finito, che la porta si apre e irrompe nella stanza un uomo vestito di bianco e con gli zoccoli. "Siete riusciti a chiudervi dentro anche oggi, eh?", urla.
"Per caso, le ha appena chiesto informazioni un uomo con una voce confusa come un letto sfatto?", gli chiedo senza perdere la mia moderazione.
"Un uomo cosa?"
"Ha dimenticato gli articoli che aveva con sé, il suo inseparabile pacchetto di sigarette e anche questo libro", gli spiego mentre insieme al mio collega comincio a riascoltare il nastro della chiacchierata.
"Ma queste sono le Diana Blu che fumi tu! Riconosco il pacchetto che ti ho dato un'ora fa!"
Che queste siano le mie sigarette non prova niente. Ma non faccio in tempo a dirglielo.
"Ecco dov'era finito il libro sugli uditori di voci! È tutto il giorno che lo stiamo cercando!"
Mentre l'uomo in bianco e con gli zoccoli si riprende il libro, io e il mio collega ci accorgiamo che, per l'ennesima volta, nella registrazione manca la voce del Prof. Non fa niente, riproveremo domani.
L'uomo appena arrivato, pacchetto di sigarette in una mano e libro nell'altra, ci guarda perplesso. "Dopo tanti anni, continuo a non capire come fate a stare tutto il giorno qui a parlare di film! Siete davvero i più pazzi, qua dentro!"
Conosco bene questa osservazione. "Siamo pazzi veri. O finti pazzi. Chi lo sa... Lei conosce Pirandello?"
"Chi, l'utente della stanza 17?"
"È proprio vero. Gli esseri umani vanno presi a piccole dosi..."
"Gli altri non so. Voi due di sicuro."

(*) Emanuele Melli è laureato in Storia del Cinema al DAMS dell'Università di Bologna. Si occupa di cinema e Internet.

(**) Sergio Palladini, ex operatore nel campo dei sofferenti di malattie mentali; socio del Cineclub Fratelli Marx, redattore di "Zero in Condotta", è stato tra i fondatori della Bradipofilm di Bologna.

Parole chiave:
Comunicazione, Cultura