Per una definizione del lavoro di cura

01/01/2000 - G. Colombo

Dall’archivio: per rileggere e dare il senso del percorso fatto, per costruire memoria di un passato ancora prossimo (*)Cosa si intende dunque per «lavoro di cura»?
E’ un lavoro che produce cura, che è imperniato nei gesti e nelle necessità della quotidiana riproduzione e che si svolge prevalentemente nei servizi, ma anche in altri contesti produttivi destinati “alla persona”.
E’ un lavoro che richiede un alto contenuto di relazione, destinato ad una persona e finalizzato al suo benessere complessivo; è un lavoro che necessita dell'interdipendenza dei soggetti in relazione e contemporaneamente, da parte di chi lo svolge, di conoscerne e valutarne i confini, evitando l'aiuto inutile.
E’ un lavoro che conosciamo in quanto incorporato in tutta quella serie di attività domestiche che le donne hanno storicamente compiuto per i loro familiari.
E’ un lavoro presente e incorporato in tutta una serie di attività professionali più ampie e più precisamente definite, ad esempio, come lavoro sociale, educativo, intervento sanitario e di riabilitazione.
E’ un lavoro incorporato in diverse professioni, ma costituito da alcune dimensioni che contribuiscono a definirlo in sé:
- una dimensione fisica e materiale: è un lavoro pratico e concreto che si svolge faccia a faccia con la persona di cui ci si occupa, con il suo corpo, con le parti e con le funzioni più intime del suo corpo;
- una dimensione organizzativa: è un lavoro che richiede lo svolgimento di determinate sequenze che riguardano la persona e l'ambiente in cui vive o che la ospita, all’interno di un progetto che coinvolge altre persone con ruoli e funzioni differenti, teso a determinate finalità e poggiante su determinati valori; progetto che richiede una valutazione sottile dei risultati in termini di gradimento, di benessere e di eventuale miglioramento delle condizioni della persona con cui si lavora;
- una dimensione emotiva, riferita non unicamente al fatto che questo tipo di lavoro veicola emozioni, bensì a quella che potremmo definire come dimensione gestionale delle emozioni. Chi svolge questo tipo di lavoro non solo affronta la necessità di dover tenere sotto controllo l'eccessiva esposizione alle emozioni e, contemporaneamente, continuare «a sentire», ma è impegnato in una sorta di produzione sociale emozionale, cioè nella produzione di una modalità di relazione di cura legittimata socialmente e che sia non distante/non intima, non asettica/non coinvolgente, non estranea/non personale.
«Lavoro di cura» e «curare» sono dunque termini evocativi di molteplici significati e di molteplici azioni. Il tentativo che vorrei fare consiste nel mettere in luce gli elementi che stanno all'origine di ciò che si intende comunemente come cura e lavoro di cura, per poi comprenderne i vari significati e le problematiche del costituirsi della cura, in una dimensione professionale specificamente definita e retribuita.
E’ utile decostruire questi termini ? proprio nel senso di smontarli per vedere meglio cosa c'è dentro ? per portare alla luce diversi elementi che, benché noti nella loro parzialità, costituiscono nel loro insieme un particolare meccanismo produttivo non sempre sufficientemente noto, apprezzato, considerato, valorizzato. Il lavoro di cura sembra infatti un lavoro trasparente: sembra di non poterne valutare la consistenza, la qualità, la fatica, la resa. Sembra visibile solo constatando i danni della sua assenza, piuttosto che i vantaggi del suo usufruirne. Tutto ciò sembra che diventi noto solo «dopo» quando i danni della carenza di cure sono già presenti, oppure quando le persone che continuamente svolgono questo lavoro si stufano o non ne possono più di farlo e se ne vanno o si sottraggono.
La definizione del lavoro di cura è problematica poiché non solo il concetto di cura è evocativo di complessi significati, densi di valori e simboli, ma anche perché è riferito ad una molteplicità di azioni e di conoscenze destinate a favorire il sostegno, l'aiuto, l'accompagnamento di persone in una fase di crescita, o divenute fragili nel corpo e nelle relazioni con gli altri, o temporaneamente limitate nella loro autonoma e indipendente vita quotidiana (Saillant, 1993; Taccani, 1994).

Un lavoro di genere femminile

Curare è, nell'immaginario collettivo, caratteristica del femminile, pur essendo il lavoro di cura svolto anche da uomini.
Le donne sono gli attori privilegiati nello scenario della cura: garantiscono cura gratuita nel loro tempo privato familiare; svolgono lavoro di cura nei servizi nel loro tempo pubblico retribuito; chiedono servizi di cura per i loro familiari.

Donna e cura nella nostra cultura. Come si intrecciano questi elementi nella realtà quotidiana dei servizi che producono lavoro di cura? In questo senso mi sembra significativo seguire da vicino il «caso donna» come emblematico ? pur dando per scontate le criticità insite in ogni generalizzazione – poiché consente di capire alcuni passaggi e nessi fondamentali del posto che occupa la cura nella nostra cultura e nella nostra organizzazione sociale e di prefigurarne gli sviluppi.
Le donne intraprendono lavori di cura e cicli di studio che preparano a professioni ad alto contenuto di cura, con l'aspettativa di «fare» qualcosa di vicino al loro sapere, aggirando così la difficoltà di misurarsi con altre attività immaginate fuori dalla loro portata. Si lasciano condurre dalla presunta facilità di ciò che è sentito come vicino e concreto: ciò che «piace», ciò per cui «sono portate», ossia occuparsi degli altri, curarsi di qualcuno. Le capacità che vengono alle donne riconosciute dagli altri, quelle stesse che esse si autoriconoscono e che talvolta hanno già sperimentato nel loro ambito familiare, possono allora costituirsi in una dimensione professionale, in un lavoro. Curare diventa lavoro retribuito.
Si ritrovano in tante, spesso solo donne, operatrici in servizi alla persona. ambiti di lavoro in cui i livelli salariali sono i più bassi fra quelli dei diversi settori lavorativi e in cui la prevalente «convenienza» ? per chi lavora nel settore pubblico ? è di vedersi riconoscere diritti, peraltro esigibili per legge, riguardanti il proprio tempo?maternità .
Ambiti di lavoro in cui la scarsità di opportunità di carriera e il blocco dei passaggi di livello nel corso degli anni allungano enormemente il tempo dedicato ad un solo tipo di lavoro, per lo più ripetitivo; in cui è negata l'opportunità di utilizzare il tempo di vita lavorativo per riciclare sapienza e competenza e per diventare maestre nei lavori di cura.
Ambiti di lavoro i cui vantaggi sono insiti nel fatto che si tratta di lavori e di ambienti meno ostili alla cultura lavorativa delle donne e alle loro esigenze/desideri di tenere insieme il tempo familiare e quello lavorativo.
Ambiti di lavoro in cui le donne, temendo il rischio di portare nella dimensione professionale il non?valore e la non?visibilità socialmente destinata a tutto ciò che riguarda la cura nell'ambito familiare, si rifugiano spesso nel tecnicismo o nella distanza dalla persona di cui si prendono cura, come se la distanza fosse di per sé misura della professionalità (Colombo, 1989).
Ambiti di lavoro in cui sono compresenti culture professionali e modalità organizzative differenti e spesso in conflitto fra loro, verso le quali il movimento meno costoso può essere quello dell'omologazione al modello prevalente. Le istituzioni che gestiscono servizi alla persona non sembrano ancora interessate a indagare e decifrare la complessità insita in questi tipi di lavoro, dei quali raramente vengono esplicitati i risultati che ci si attende, come se si trattasse di processi produttivi naturali. Si assiste a situazioni in cui da un lato vengono premiati modelli organizzativi che privilegiano la «tecnologia» come ambito di presunta maggiore efficacia, mentre dall'altro la latitanza di proposte organizzative è tale da produrre comportamenti lavorativi di una modalità routinaria e spersonalizzante più prossimi all'incuria che alla cura.

La collusione delle donne. Facevo prima riferimento a resoconti di segmenti di attività produttiva, L'analisi di questi materiali ? personalmente condotta in vari servizi come consultori, reparti ospedalieri, nidi d'infanzia, servizi per disabili ? rivela che vengono descritte, rendicontate e quindi percepite come attività lavorative solo determinate azioni, procedure, «cose che si fanno», e non altre. Vengono generalmente censurate alcune parti ? evidentemente sentite come non?lavoro ? corrispondenti ai gesti e alle situazioni in cui vi è una particolare sintonia relazionale con la persona di cui ci si sta occupando; i gesti e le situazioni in cui “ci si sente bene” o “ci si diverte”; i momenti in cui la dimensione di ascolto è più elevata e i gesti che riportano alle abitudini della vita quotidiana.
Usando una certa approssimazione, potrei dire che vengono censurate tutte quelle parti valorizzabili come positive in un lavoro d cura e maggiormente riportabili a competenze di tipo femminile come: la capacità di inventare soluzioni di fronte a una contingenza inattesa; l'orientamento alla relazione; l'attenzione alle difficoltà delle persone; la capacità di cogliere i segnali informali delle situazioni per farle evolvere positivamente per chi vi partecipa; la capacità di occuparsi con competenza dei bisogni primari delle persone.
L'analisi di questi comportamenti è di grande interesse per poter affrontare determinati interrogativi. Uno di questi consiste nell'intravedere una sorta di collusione da parte delle donne proprio perché esse sembrerebbero attivamente partecipi della negazione di tali attitudini e competenze, riconosciute come femminili ma bollate dall’organizzazione come sottoprodotto.
Da quali elementi può essere prodotta una tale attitudine? Vi è sicuramente un'attesa sociale che siano le donne in particolare a svolgere bene lavori di cura (quante volte fra gli utenti o i familiari di utenti insoddisfatti si sente dire: «E sì che è una donna!»). E’ però difficile che esse possano assumersi interamente e consapevolmente la rivalutazione delle modalità del lavoro di cura avendo introiettato la svalutazione sociale delle competenze femminili relazionali e di cura; l'incertezza su quanto si conta; l'affidarsi ad altri per il giudizio su di sé.
Tale rivalutazione è un'operazione che richiede di riconoscersi autorevolezza nell'accoglimento e nella relazione con l'altra/l'altro non nei termini del potere discrezionale fornito dall'istituzione che si rappresenta, bensì nei termini di autoriconoscersi la dimensione di «soggetto» ? abbandonando lo stato di «oggetto» ? per attribuire la stessa dimensione di «soggetto» alla persona di cui ci si prende cura (Piazza, 1992). Curare qualcuno e curarsi di qualcuno non indicano solo il transitivo e l'intransitivo del verbo, ma anche, nella seconda versione, un'autorizzazione a curare se stesse. E questo è un passaggio rilevante del costituirsi del lavoro di cura in dimensione professionale. E’ un passaggio che richiede alle donne di potersi riconoscere simbolicamente e realmente maestria nel lavoro di cura e di potersi immaginare non solo come curanti, ma anche come destinatarie di cure. e che richiede alla cultura sociale di dotarsi di nuovi criteri di valutazione di un lavoro tanto necessario in quanto vicino alle esigenze vitali delle persone.

Esplorazione del mondo della cura

Questo schema di analisi ci fornisce alcuni elementi di chiarezza, ma apre nel contempo molteplici interrogativi su cui si sente la necessità di confronto anche a partire da riflessioni su esperienze operative. Ad esempio: se è un lavoro al femminile, gli uomini ne sono in qualche modo esclusi? Lo intraprendono con modalità diverse? La cura è una presa di responsabilità fra persone o/e vi è una dimensione di responsabilità sociale?
La produzione di ricerca su questo tema si è svolta finora prevalentemente attraverso l'interesse di donne studiose, sociologhe, storiche, antropologhe, e nel filone di studi femministi . Carol Thomas (1993) sostiene che «cura» è una categoria empirica e non teorica e che le forme di cura e le relazioni fra le stesse siano da teorizzare nei termini e all'interno di altre categorie teoriche. Suggerisce inoltre sette dimensioni comuni a tutti i concetti di cura:
- l'identità sociale di chi cura;
- l'identità sociale di chi riceve cure;
- la relazione interpersonale fra chi cura e chi riceve cure;
- i contenuti della cura;
- l'ambito sociale in cui è collocata la relazione di cura;
- il carattere economico della relazione di cura;
- il luogo della cura.
Considero utile questo schema per addentrarmi nella scomposizione del concetto di cura, avendo come prospettiva quella di comprendere meglio i passaggi fra la presunta naturalità del lavoro di cura svolto tradizionalmente dalle donne e la sua costituzione in dimensione professionale, cioè in lavoro di cura svolto da donne e da uomini all'interno di professioni, in ruoli e in contesti produttivi diversi.

L'identità sociale di chi cura. La persona che cura è usualmente definita in riferimento al ruolo: familiare (ad esempio, moglie, madre, figlia) o professionale (ad esempio, domestica, infermiera) o specifico (ad esempio, volontaria). L'evocazione è genericamente e usualmente al femminile, tanto che si può affermare che il genere è costitutivo dell'identità sociale di chi cura. La cura è femminile. E ciò non solo perché sono donne le persone che garantiscono cura nell'ambito della famiglia e perché sono prevalentemente donne coloro che svolgono lavori di cura nei servizi. Si tratta bensì del fatto che il dare cura è parte della costruzione sociale dell'identità femminile. L'identità di ciascuno riassume le esperienze passate, il nucleo profondo delle esperienze infantili e la progettualità futura in quanto dimensione soggettiva all'interno di una cornice sociale e culturale che offre determinati modelli di comportamento, a donne e a uomini. Sia il maschio che la femmina hanno come primo oggetto d'amore una donna, ma il bambino si deve staccare da lei per identificarsi con il sesso d'appartenenza e la sua identità costruisce attraverso l'esperienza di separazione dalla madre, la valorizzazione della presa di distanza e dell'autonomia. La bambina prolunga l'identificazione con la madre, non c'è opposizione fra sé e l'altra e l'identità si costruisce sulla valorizzazione della vicinanza piuttosto che della separazione, dell’ oblatività e del bisogno dell'altro. Le donne si immaginano prima o poi nella posizione di chi cura, piuttosto che come persone potenzialmente bisognose di cure fisiche (Griffits, 1988).
Il lavoro di cura appare, nella nostra cultura e nella nostra società, come un'espressione del femminile. Ciò ovviamente no esclude che il lavoro di cura sia svolto da uomini, in ruoli familiari nell'ambito domestico e da operatori nei servizi. Nominare il genere di chi cura ? uomo o donna nella famiglia, operatore o operatrice nei servizi contribuirebbe sia all'esplicitazione delle differenze nel modo di curare senza che ciò possa essere sentito (come spesso accade alle donne nella dimensione professionale) come una minaccia all'uguaglianza di diritto fra i sessi e contribuirebbe anche al chiarimento di ciò che si può o si deve intendere per «diritti di chi cura» , nozione oggi compressa fra gli estremi di una dimensione o tutta amorevole e di obbligo, nella relazione familiare, o di rivendicazione di condizioni materiali di lavoro, nelle relazioni produttive.

L'identità sociale di chi riceve cure. Chi riceve cure è generalmente definito come membro di una determinata categoria sociale, che può essere riferita, ad esempio, all’età, come i bambini e gli anziani, o ai familiari. Chi riceve cura è spesso definito nei termini di appartenente ad una categoria di persone in una posizione di dipendenza, come anziani non autosufficienti, persone con difficoltà di apprendimento o con malattie croniche. Così la chiave di identificazione sociale di chi riceve cure è nei termini di status di dipendenza. Tuttavia chi riceve cure nella famiglia è in genere un adulto autosufficiente o un bambino con la non autosufficienza fisiologica rispetto al livello di crescita .
Chi riceve cura esibisce la dimensione del bisogno e anche quella del diritto di cittadinanza: dimensioni entrambe caratterizzate da forti mutamenti di tipo valoriale nel corso degli ultimi decenni. Si tratta di un mix che da un lato ridisegna la collocazione del posto della donna nelle dinamiche familiari, dall'altro ridefinisce la relazione fra chi dà e chi riceve cura nei luoghi istituzionali, in quanto chi porta un bisogno di cure non è più un questuante proprio in forza del suo diritto di cittadinanza. Ma anche chi dà cure pone limiti precisi alla propria disponibilità, in forza dei diritti del lavoro. Esibire il diritto a ricevere cure scioglie il debito di gratitudine nei confronti della madre simbolica, cioè il/la curante, distanziandosene (gli operatori descrivono questo movimento dei loro utenti/clienti come fonte di tensione perché denso di pretesa e di aggressività).

La relazione fra chi cura e chi riceve cure. E’ una relazione definita, e in un certo senso accettabile, prevalentemente all'interno di un vincolo: quello familiare oppure quello lavorativo, per quanto riguarda i servizi, anche se si prospettano ulteriori dimensioni. Se il fondamento della relazione interpersonale nell'ambito della famiglia è quello dell'amore, non sfugge tuttavia quello dell'obbligo, pur in termini diversi dall'obbligo al rispetto di norme insito nel rapporto istituzionale di lavoro di cura. In quest'ultimo ambito il tipo di relazione è determinato anche dal grado di investimento e dalle prefigurazioni del singolo operatore rispetto alla propria attività, nonché dalla cultura organizzativa del luogo istituzionale in cui la relazione di cura avviene.
Tenendo conto delle osservazioni che portavo nel punto precedente, credo si possa affermare che forse mancano ancora dei criteri, condivisibili dai soggetti in interazione, per contrattare una modalità di rapporto sufficientemente chiara e rispettosa delle attese di ciascuno. In altri termini, è come se si dovesse ancora mettere a punto una modalità relazionale entro cui si possa esprimere fiducia e affidamento, da parte di chi riceve cure, e contemporaneamente personalizzazione e misura del coinvolgimento, da parte di chi dà cure, in un tempo che spesso ha un inizio improvviso e una durata comunque breve (ho in mente il senso di delusione espresso da diverse educatrici di nido quando affermano che «i nostri bambini poi non si ricordano più neanche di noi, con tutto quello che abbiamo fatto»).
Ulteriori relazioni interpersonali possono essere fondate sull'amicizia o sul «vicinato» oppure riguardare persone fra loro sconosciute in contatto per una determinata finalità attraverso una prestazione volontaria. E’ ancora poco diffuso un tipo di relazione fondata sullo scambio di cure in una posizione paritaria fra persone adulte che possono considerarsi contemporaneamente in grado di dare cura e di riceverne, all'interno di un legame sociale che non sia parentale o a pagamento (Colombo, 1991). Anche la stessa categoria della cura come dono, come valore etico di gratuità, sembrerebbe presupporre una relazione fondata sulla disponibilità a donare, ma anche sull'attesa di essere destinatari di doni (Bimbi, 1995).
Tutto ciò comporta che tipi di relazioni di cura differenti possano essere compresenti in un reticolo destinato ad un unico soggetto: ad esempio, un bambino può ricevere cure, che presuppongono relazioni differenti, dalla madre, dall'educatrice al nido, dalla baby?sitter in casa o da una vicina nella sua propria casa.

1 contenuti della cura. La difficoltà di questa definizione risiede nel duplice significato insito sia nel sostantivo cura sia nel verbo curare. Significato riferibile alla relazione che si instaura fra i soggetti, nel senso di «prendersi cura» di qualcuno, o riferibile all'attività di curare, ai processi operativi, nel senso di «badare», «sorvegliare», «assistere», «curare terapeuticamente» qualcuno.
Questi significati evocano a loro volta due dimensioni del lavoro di cura, inscindibili nell'esperienza della cura:
- la dimensione materiale: curare è un lavoro, un lavoro costituito da azioni e compiti precisi, che occorre saper fare;
- la dimensione emotiva: curare è un evento emotivo che ha a che fare con i sentimenti, con l'amore e il affetto, e con il garantire supporto emotivo.
Conosciamo i rischi insiti nel tenere insieme le due dimensioni nell'ambito dell'attività professionale (eccessiva identificazione con la persona di cui ci si prende cura, forte attesa di riconoscimento affettivo dalla stessa, difficoltà a smettere di «sentirsi sul lavoro»). Rischi che mettono a dura prova l'equilibrio psicofisico dei soggetti che svolgono un lavoro di cura e che si palesano spesso con un consumo eccessivo delle proprie risorse.
Nell'ambito dello stesso lavoro di cura all’interno della famiglia si possono identificare dimensioni differenti: lavoro domestico, cioè le mansioni ripetitive del tenere in ordine la casa; lavoro di consumo, cioè vera che fare con negozi e con servizi vari; e lavoro di rapporto, in un certo senso garantire i legami familiari . I contenuti della cura non sono dunque riferiti solo alla dimensione emotiva o a quella materiale, poiché vi è compresenza di questi elementi e ciò che appare, secondo i diversi conti è semmai una prevalenza di uno dei due menti. E' infatti chiaro che da un lato il lavoro di cura in ambito familiare non è una veicolazione d'amore, ma un vero e materiale lavoro, così come il lavoro di cura servizi non è solo materiale attività in senso di prestazioni, ma è anche vicinanza emotiva.
Non sembra una sintesi forzata affermare che i contenuti della cura sono dati da contemporanee dimensioni che riguardano il sentire, il sapere, il fare e che tuttavia il lavoro di cura professionale non implica necessariamente una presa in carico globale

L'ambito sociale in cui è collocata la l’azione di cura. Questa dimensione riguarda la separazione più netta e vistosa nella divisione del lavoro nella società complessa: fra la sfera pubblica e quella privata domestica, da cui derivano le concezioni lavoro di produzione nell'ambito del pubblico o del mercato e di lavoro di riproduzione nell'ambito domestico (quel lavoro quotidiano svolto nell'ambito della famiglia per rispondere a quei bisogni fisici ed affettivi degli adulti per vivere giorno?dopo?giorno e a quelli dei bambini per crescere).
L'economia politica tradizionale ha dato e tuttora tende a dare, al lavoro svolto da donne nella sfera domestica la definizione di «improduttivo» (rispetto a quello «produttivo» per il mercato). Le ricerche e le analisi svolte negli anni '70 e '80 sulle caratteristiche e la natura del lavoro domestico delle donne ne hanno messo in luce le diverse dimensioni e hanno ampliato il concetto di produzione, chiarendo la funzione decisiva della produzione di rapporti sociali e di prodotti immateriali. Vi è anche l'analisi e la valorizzazione di un modo di produzione che costituisce un patrimonio di esperienze accumulate ed elaborate dalle donne attraverso i loro compiti di gestione della sopravvivenza (riguardo alla salute, il cibo, l'abitazione, i rapporti). «Si tratta di capacità e abilità di diverso tipo, via via modificate e adattate a seconda delle risorse esistenti e delle esigenze dello sviluppo sociale ? e non certamente trasmesse in modo meccanico, sempre identiche, di generazione in generazione» (Prokop, 1978).
La collocazione della relazione di cura in uno dei due ambiti caratterizza in modo differente i concetti di cura. Nell'ambito domestico («informale» nella terminologia anglosassone, «ambiente naturale», riprendendo Ardigò) i soggetti che svolgono un lavoro di cura, anche se pagati, utilizzano la prevalenza affettiva nella relazione mentre i soggetti che svolgono un lavoro di cura nell'ambito dei servizi («istituzionale» o «ambiente artificiale»), pur svolgendo compiti analoghi, utilizzano nella relazione la prevalenza dell'attività.

Il carattere economico della relazione di cura. Questa dimensione è relativa all'essere il lavoro di cura non retribuito o retribuito; al prestare cure in una dimensione governata da un obbligo proveniente da un legame, familiare o d'altro tipo, oppure proveniente da un pagamento in denaro. Tuttavia non si tratta solo di gratuità o di pagamento, visto che, come già detto a proposito della dimensione relativa alla relazione, il lavoro di cura che si svolge nella sfera domestica non è esclusivamente gratuito (come nel caso della collaboratrice domestica della baby?sitter) e quello che si svolge nella sfera pubblica non è esclusivamente pagato (come nel caso di persone volontarie per particolari prestazioni e situazioni).
Se ci si attiene rigidamente e unicamente alla categoria del gratuito o del pagato si rischia di non vedere l'articolazione intrinseca nel lavoro di cura rispetto all'ambito in cui viene prestato e ai suoi contenuti, nonché di perdere elementi utili a comprendere come l'attitudine alla cura si costituisca in attività professionale. Vi è un dibattito aperto relativamente all'attribuire un valore economico, e quindi un suo riconoscimento tangibile e materiale a livello sociale, al lavoro di cura svolto dalle donne nell'ambito domestico. Così come una buona parte della contrattazione dei rapporti di lavoro nell'ambito dei servizi ruota intorno ad un interrogativo che, pur non così esplicito, riguarda «che cosa vendono gli operatori che fanno un lavoro di cura e che cosa acquista l'organizzazione dei servizi contrattando un prezzo e delle condizioni di lavoro degli operatori?».
E’ un dibattito, lungo già qualche decennio, iniziato nel momento in cui si è affermata la dimensione di vero e proprio lavoro di tutte le attività con un contenuto di cura, dibattito teso a chiarire le ambiguità proprie del tenere insieme le dimensioni materiali e quelle affettive in un lavoro per il mercato, da svolgersi per determinate ore settimanali, in certi orari, con determinati periodi di riposo, con determinate retribuzioni.

Il luogo della cura. Riguarda il luogo fisico in cui si svolgono le attività di cura e l'immagine che se ne ha a livello sociale. Il lavoro di cura è presente, come già abbiamo visto, sia nella casa sia in diversi luoghi identificati come più o meno istituzionali: l'ospedale, le case di cura diurne, i centri residenziali e di lungodegenza, quelli territoriali di salute, e così via. Si tratta dei luoghi prevalentemente evocati quando si parli di cura; tuttavia è limitativo riferirsi solo a questi spazi circoscritti da mura e definiti in sé. Lavoro di cura, professionale o non, si compie anche all'esterno, nella città in senso urbanistico e sociale più ampio: all'aperto nei parcheggi e nelle strade, che offrono tutti gli ostacoli propri di luoghi non pensati in riferimento a possibili funzioni di cura delle persone; o in altri luoghi come bar, alberghi, un ufficio postale o un tram in cui gli operatori accompagnano persone disabili ad affrontare tappe della loro vita quotidiana. Essendo la cura pensata come un'attività rinchiusa entro determinati ambiti fisici riservati, questi altri luoghi mal si adattano, architettonicamente e relazionalmente, a standard di funzionamento differenti da quelli p revisti dalla loro destinazione prevalente.


(*) Pubblicato in: ANIMAZIONE SOCIALE, dicembre 1995

Pubblicato su HP:
2000/73