Una chitarra ritrovata - Superabile, gennaio 2010 - 1

26/03/2010 - Claudio Imprudente, Cultura

Circa tre anni fa sono stato invitato a Camisano Vicentino per un incontro con la cittadinanza su temi legati alla disabilità. La serata prevedeva degli stacchi musicali strumentali, che interrompevano i miei discorsi dando alle persone la possibilità di riflettere un po’ su quanto appena detto…o meglio, questo forse era l’intento degli organizzatori, ma il musico era così bravo che credo che tutta l’attenzione della gente, in quei momenti, fosse concentrata sulle note che uscivano dalla sua chitarra e dalle sue dita. A fine serata, come mi capita spesso, salutandolo gli ho detto “Chissà se prima o poi c incontreremo di nuovo?”, augurandomelo, dal momento che l’esecuzione aveva colpito anche me. Questa qui sotto è la cronaca di un incontro fortuito. In effetti ho rivisto Luca Francioso, il chitarrista, altre volte: per me sono state occasioni per frequentare meglio la sua arte, per lui è stato un modo per conoscere meglio il mondo della disabilità. Tanto che alla fine ha voluto spedirmi questo scritto, nel quale, appunto, riflette sulla casualità e sulla diversità e sull’impertinenza di certe domande...

Una domanda impertinente
Luca Francioso

“Una serie di accadimenti perfettamente coordinati dalle sapienti mani della vita, mi ha condotto ad una domanda assai impertinente, una questione su cui – sebbene ci abbia pensato molto, a volte con attenzione e a volte distrattamente – ancora rifletto, come se una sola e definitiva risposta in effetti non bastasse.
L’intreccio degli episodi è cominciato con il racconto di un amico di vecchia data. Un amico con un sogno. È davvero confortante sapere che ci sono ancora persone pronte a rinunciare all’apparente sicurezza che il mondo continua a propinarci – simile ad uno scaltro venditore che le prova tutte pur di rifilare prodotti scadenti – per investire su ciò che prima o poi finisce con il rivelarsi talento e scopo della nostra vita. Ed è con questa meraviglia che ho ascoltato il sogno di Davide, un progetto individuale e sociale davvero importante che, se compiuto, avrebbe potuto cambiare totalmente il suo cammino. L’eventualità di questo sconvolgimento lo aveva spinto verso la guida di persone il cui simile progetto aveva già un posto e una forma e così, tra le parole di quel sogno, ho sentito per la prima volta parlare della comunità MARÀNA THÀ, un gruppo di famiglie vicino Bologna che condivide tutto, dal tempo allo stipendio, non imbottigliati nel sottovuoto delle religioni, ma aperti al respiro della fede. Cosa assai diversa. Non è passato molto tempo da quel racconto per me così rivelante che io e Davide, spinti da un’urgenza differente ma comune, già stavamo parlando di un mio concerto in comunità. La cosa si è decisa talmente in fretta che da lì a qualche giorno tutto era confermato. Avrei suonato per le famiglie e la gente del posto.
L’intreccio è poi proseguito con una e-mail di qualche giorno dopo, in cui Giulia dell’associazione IL GERANIO di Prato chiedeva il mio intervento musicale ad un incontro che stava progettando per gli studenti di una scuola pratese con Claudio Imprudente. Avevo già conosciuto Claudio ad un incontro simile, a Camisano Vicentino, e il piacevole ricordo di quell’evento mi ha spinto subito a dare la mia disponibilità. In effetti mi faceva piacere rivederlo e riproporre qualcosa insieme, promessa – fra l’altro – che ci eravamo fatti. Una cosa però non capivo. Il nesso a cui il messaggio alludeva. Giulia si era riferita al mio prossimo concerto alla comunità MARÀNA THÀ (la rete aiuta molto la divulgazione, a quanto pare) quando aveva spiegato le strade che l’avevano condotta a me e proprio non ne intuivo la ragione.
Solo quando sono arrivato in comunità per il mio concerto, ultimo nodo di questo strano aggrovigliamento, e vedendo Claudio tra le famiglie, ho messo a fuoco tutta la faccenda, partita dal racconto di un sogno e arrivata alla condivisione di una realtà. Ora che sapevo che viveva lì, il mio intervento con lui a Prato si colorava di una nuova sfumatura, forte della certezza, sempre più ricca di esclamativi, che la vita gioca le sue pedine con astuzia e rara precisione.
Ed ecco la domanda impertinente che questo giro di avvenimenti ha distillato. Il tema dell’incontro a Prato: la disabilità è una sfiga o una sfida? L’ho letta più volte sullo schermo del mio computer, nella successiva e-mail di Giulia che mi informava sulle questioni tecniche, perché le domande apparentemente semplici nascondono insidie. La provocazione, infatti, mi aveva subito portato a rispondere quello che intuivo essere una risposta sensata, cioè che la disabilità è una sfida, ma ho aspettato prima di dirlo ad alta voce. Neppure in macchina, durante il viaggio la sera prima dell’incontro, ho sentenziato il mio verdetto, cominciando a dubitare che la risposta potesse essere una sola. E definitiva.
La mattina dopo, di fronte ai tantissimi sguardi dei ragazzi della scuola, attenti e distratti, curiosi e svogliati, accanto alla carrozzina di Claudio e alla sua lavagna trasparente e agli operatori che lo seguivano, non avevo ancora un’idea al riguardo. Ero agitato ed eccitato allo stesso tempo, non riuscivo a stare fermo! Le parole scambiate con Claudio poco prima dell’incontro erano servite a scegliere un modo quanto mai informale per proporre l’argomento, ma ritrovarmi davanti a tutto quel potenziale adolescenziale pronto ad essere espresso mi aveva comunque spiazzato. Mi accade sempre di fronte ai ragazzi: hanno una forza genuina e disarmante, soprattutto in gruppo, con cui riescono a metterti a nudo senza dire o fare niente, solo con qualche occhiata fra di loro o una risata trattenuta. È incredibile come ogni volta io mi senta esposto e indifeso. Neppure un teatro pieno zeppo di adulti mi fa questo effetto!
Ad ogni modo, il tentativo di stemperare la formalità ha dato subito un buon risultato, considerate le risate che qualche battuta di Claudio, degli operatori e mia ha suscitato. E l’incontro, in effetti, è proseguito senza intoppi emotivi, né nostri né dei ragazzi, che sembravano assorbire le parole e la musica come spugne. Spiavo con discrezione le loro occhiate curiose su Claudio e la sua disabilità, sui suoi metodi di comunicazione, e lentamente il loro slancio sincero e un po’ impacciato e le loro domande curiose hanno funzionato come uno spillo che ha fatto esplodere tutti i palloncini di disagio che avevo gonfiato, ritrovando l’agio nelle mani, sulla chitarra e nella voce. E lucidità.
Alla fine, grazie a questa fortissima interazione, mi è apparsa improvvisamente chiara la risposta a quella domanda impertinente, posta da Claudio e arrivata a me con quel giocoso e inevitabile incastro di situazioni. Mentre i ragazzi uscivano dall’Auditorium della scuola ho avvertito una profonda normalità nelle diversità di ciascuno: in quella di Claudio, più evidente agli occhi, in quella mia e in quella dei ragazzi, tutte miscelate in un’intensa condivisione. Ecco che allora sono arrivato a pensare che la disabilità non è né una sfida né una sfiga. È normale diversità. Sono sempre convinto che non ci sia una risposta unica e definitiva. Ma è così che la voglio vivere”.

Non mi resta che salutarvi e consigliarvi di ascoltare le sue canzoni e informarvi sui suoi concerti. Potete farlo qui: www.lucafrancioso.com e qui: www.myspace.com/lucafrancioso

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Claudio Imprudente
 

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Testimonianze-Esperienze