Un vuoto da riempire

01/01/1996 - (a cura di) Nicola Rabbi

Molto spesso non si dà importanza alla struttura e al contesto in cui il volontario opera e si concentrano gli sforzi formativi sui rapporti personali con l'utenza. Ma esistono anche altri livelli, come la conoscenza del gruppo in cui si opera e la conoscenza del contesto in generale (rapporti con gli altri gruppi, con il servizio pubblico...). Intervista a Francesca Busnelli della FIVOL

Quando si parla di formazione del volontario si tende a sottovalutare, da parte di chi fa formazione, alcuni aspetti che riguardano il contesto in cui il volontario opera.
Poniamo a Francesca Busnelli, della Fondazione Italiana per il Volontariato (FIVOL), alcune domande sul rapporto e la percezione che il volontario ha del gruppo di appartenenza.
D. Come viene affrontata la questione relativa al rapporto operatore-volontario?
R. Dalle consulenze, dai rapporti con gruppi e associazioni che la FIVOL ha maturato in questi anni emerge, di fatto, una mancanza di attenzione nei riguardi della struttura ed in generale del contesto in cui viene operata l'azione volontaria. L'attenzione del singolo e di rimando del gruppo sembra ancora molto legata al rapporto interpersonale con le persone di cui ci si occupa, all'aiuto diretto che ad esse si rivolge.
Ciò che riguarda, di contro, la personale percezione della struttura in cui si opera, quindi come si qualificano e come sono vissuti i rapporti tra volontari del servizio e tra questi e gli operatori... la definizione dei ruoli, la distribuzione del potere... in altre parole la percezione del clima organizzativo, viene abitualmente espressa attraverso 'osservazioni', 'sfoghi verbali' critici, senza essere assunto come un reale oggetto di discussione e di analisi sia a livello personale e di gruppo. Quanto detto è stato anche confermato dai risultati ottenuti da una ricerca condotta grazie ad una borsa di studio della Fondazione, da S.Giuliani su La sindrome del burn out negli operatori e nei volontari (1993).
Fatta richiesta agli operatori e ai volontari (si trattava in questa ricerca di volontari operanti in strutture sanitarie) di valutare la qualità della struttura in cui operano con l'intento di rilevare il livello di 'credibilità' percepita, è risultato che per entrambi la percezione globale dell'ambiente di lavoro/servizio è sufficientemente positiva, anche se per i volontari la dimensione dell'amicizia' e in particolare della 'fiducia' risultano disattese o poco soddisfatte.
In generale la dichiarata percezione positiva non sembra, di fatto, garantire agli operatori la sicurezza necessaria per un atteggiamento di maggiore apertura. Lo scambio di sensazioni, la comunicazione tra gli operatori, sono carenti e anche operatori e volontari conversano maggiormente tra i membri del proprio gruppo e meno a livello infra-gruppo.
Ciò accade soprattutto rispetto alla condivisione del rapporto vissuto di disagio, dei momenti di crisi.
Interessante è notare che i volontari si confrontano tra di loro anche meno di quanto non facciano gli operatori.
Dall'indagine sul 'potere' emerge che la 'struttura di potere' non viene vissuta come esercitante un rigido controllo sul personale, elemento questo che ostacola il raggiungimento del 'successo psicologico' individuale. La ricerca dice inoltre che, a livello di 'potere contrattuale', i volontari si sentono in uno stato di debolezza, condizione che sembra da una parte essere compensata, in parte, dal sentirsi abbastanza autonomi nella gestione del proprio servizio e dall'altra confermata dal percepire il proprio ruolo non sufficientemente definito, soprattutto nella sfera dei diritti; ciò risulta condizionare tanto il vissuto personale quanto i rapporti interpersonali.
Tra gli altri fattori la ricerca evidenzia come entrambe le figure rispetto ai problemi, alle difficoltà che incontrano, sia a livello personale, emotivo-psicologico, sia a livello organizzativo-gestionale, assumono un atteggiamento di chiusura mostrandosi disposti ad elaborare una revisione personale ed un costruttivo confronto neanche con il gruppo di appartenenza.
D. Che tipo di strumenti dare al volontariato affinché abbia una conoscenza del contesto in cui opera: gli altri gruppi di volontariato, l'amministrazione pubblica...
R. Mi sembra di poter dire con una certa tranquillità che per ora non sono molte le situazioni e le realtà nelle quali si dia particolare importanza al vissuto del volontario all'interno della struttura di lavoro, ma non è solo questo il punto.
E' macroscopica in alcune situazioni la mancanza di attenzione all'ingresso, all'accoglienza del nuovo volontario in un gruppo, sia rispetto alla conoscenza di attività, finalità, persone, sia tanto più relativamente alla conoscenza di 'regole' esplicite o meno.
Il volontario che entra in una associazione, deve in fondo gestirsi da solo con le proprie capacità, intuizioni, disponibilità, deve cercare di farsi benvolere, o se questo non gli 'interessa', deciderà di fare il proprio servizio come ritiene meglio e spesso inevitabilmente in modo autonomo, non collegato alle modalità o finalità proprie del suo gruppo.
Tanto più tale disattenzione si ripropone nel momento in cui si lavora in una struttura esterna (ospedale, scuola, ecc.) tanto più si rischia di fare il proprio lavoro non mettendo neanche in discussione il fatto che possa essere utile usare del tempo per conoscere questa struttura per individuarne gli aspetti critici ed i punti di forza, le relazioni di potere e le modalità organizzative.
In altre situazioni, le più 'fortunate' potremmo dire, o meglio le più attente alle persone e non solo a quelle a cui si rivolge il servizio, hanno invece individuato modalità e strategie, piccoli accorgimenti, per accompagnare i nuovi volontari in un lavoro ed in ambienti nei quali, tra l'altro, spesso il "non detto" è più importante di ciò che è evidente.
Sono nate perciò delle figure quasi di 'tutor' dei nuovi volontari proprio con il compito di seguirli, di facilitare il lavoro; viene dedicato del tempo alla formazione iniziale, alla condivisione con il gruppo di motivazioni personali ma anche alla esplicitazione delle finalità del gruppo stesso.
Accanto a ciò in particolare pensando a chi di fatto opera anche in strutture esterne e non solo in quanto associazione per proprio conto, si inizia ad essere testimoni in certi ambiti della proposta di analizzare, come volontari, la struttura.
Ciò che viene proposto è sia l'analisi del sistema organizzativo che del proprio vissuto, del proprio ruolo e dei rapporti esistenti. Dalla condivisione dell'esistente viene stimolato un approccio operativo, capace, attraverso la progettazione, di individuare interventi, percorsi alternativi.
Sarebbe fondamentale per i gruppi dare attenzione al singolo, al singolo in un contesto, al gruppo in un contesto; sono passaggi diversi, che presuppongono momenti di lavoro, di discussione e riflessione diversi.
C'è certamente una realtà di gruppo, quella che si vuole dare all'esterno, la 'mission' che il gruppo si è dato, ma che rischia di essere disattesa se non si dedica tempo per condividerla e verificare se realmente tutti i volontari ci si ritrovano.
Naturalmente ciò vuol dire anche che il gruppo deve essere capace di interrogarsi e farsi interrogare da ciò che può venire dall'esterno, dalle sollecitazioni che vengono dalle possibilità di rivedere le proprie convinzioni o di rafforzarle.
D. Quali strumenti perciò dare ai volontari?
R. Certamente attraverso una formazione permanente, non solo occasioni sporadiche, si possono tenere presenti tutti gli elementi che di volta in volta il volontario si trova ad affrontare.
Una formazione nella quale ci si "attrezzi" di strumenti per la conoscenza del territorio, per la comprensione delle dinamiche organizzative e di contesto, per la creazione di reti informative per i rapporti con gli altri; una formazione che punti alla conoscenza e discussione sui propri ruoli all'interno delle diverse realtà, del proprio ruolo rispetto all'ente pubblico, alle famiglie; ma anche una formazione legata alla propria crescita personale, allo sviluppo di motivazioni non legate ad un momento ma frutto di riflessione e messa in discussione insieme agli altri.