Un vigile non fa primavera - Superabile, Aprile 2011 - 1

04/04/2011 - Claudio Imprudente
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A volte le cronache locali riservano notizie "piccole", ma non prive di ambiguità e di certo utili a svolgere discorsi di portata più generale. Non mi riferisco alla cronaca nera o rosa, ma a notizie di difficile collocazione, che per facilità potremmo dire di costume. Non ci spaventi la parola, se con essa indichiamo un campo che riguarda i rapporti tra le persone e tra esse e le istituzioni, le strutture, i cambiamenti che occorrono in un dato arco di tempo. A metà febbraio u.s. il "Corriere di Rieti" ha pubblicato un articolo con il quale informava che il Comune si sarebbe dotato in tempi brevi di un "vigile in carrozzina". Lì per lì ho pensato che si trattasse effettivamente di un apertura del corpo della polizia alla possibilità che persone disabili contribuiscano in qualche modo da "poliziotti" alle attività proprie dei vigili urbani (disabili in generale, anche perché "in carrozzina", il più delle volte, è una sineddoche, un po' come il contrassegno per le auto, che è lo stesso per tutti, anche per chi ha una disabilità non motoria). Non potendo però credere a questa prima, precipitosa interpretazione, ho continuato la lettura per scoprire che, in realtà, si trattava di un progetto già presente in altre città, rispondente, certo, ad un problema diffuso (ricordo anche un recente progetto, "Multe Morali", del Centro Documentazione Handicap di Campobasso, anche se meno strutturato ed istituzionale di quello rietino), ma con caratteristiche non innovative.

In sostanza, "l'iniziativa impiegherà sei unità operative (composte da persone con disabilità, N.d.R.), che con il tempo potrebbero diventare di più, il cui compito sarà quello di segnalare alla sala operativa della polizia municipale eventuali infrazioni da parte degli automobilisti, legate alle barriere architettoniche. I vigili in carrozzina (...) avranno il compito di segnalare l'uso improprio del tagliando per i disabili rilasciato per la sosta o l'accesso alla zona a traffico limitato, ma anche l'occupazione dei posti auto riservati ai disabili da parte di chi non ne ha titolo o le soste che bloccano gli scivoli rendendo impossibile il passaggio delle carrozzine. Tutte situazioni che si verificano di frequente e che i vigili impiegati nel progetto - che non avranno comunque potere sanzionatorio - avranno premura di segnalare affinché la municipale intervenga per rimuoverle".
Insomma, una sorta di ronda, ma senza la sfumatura pericolosa che il termine ha assunto in Italia negli ultimi anni. Ed un modo per dare lavoro a persone che presumibilmente fanno difficoltà ad accedere ad una professione. Infatti, se ho ben capito, il Comune cerca risorse non solo per dotare i futuri vigili di carrozzine speciali con il logo del municipio, ma anche per garantire loro un reddito. Come tutto quello che va in direzione di una effettiva realizzazione dei diritti esigibili, la notizia in sé è da accogliere positivamente.

Anche se forse sarebbe più interessante allargare il raggio di influenza di questi "vigili senza portafoglio". Mi spiego meglio. Sarebbe interessante se potessero segnalare anche tutte quelle occasioni in cui rinvengano la presenza di barriere architettoniche laddove la legge preveda che esse non debbano esistere. Questo non solo perché, al di là di quelle infrazioni e violazioni della legge che dipendono dall'insensibilità altrui, come quella di chi posteggia in un parcheggio riservato senza averne il diritto, nelle nostre città sono numerosissimi i casi in cui ci si imbatte in barriere di tipo architettonico-strutturale, ma anche perché un compito di questo genere richiederebbe una formazione preventiva più approfondita e andrebbe nella direzione di creare dei lavoratori disabili con competenze più ampie e specialistiche, come quelle richieste a qualsiasi lavoratore in relazione al suo ambito professionale.

A questo, però, va aggiunta una considerazione, ed è qui che risiede l'ambiguità cui accennavo sopra. Quando si esaspera la pratica sanzionatoria, o si avverte la necessità di potenziarla, beh, significa che le cose non vanno proprio nel verso giusto. Mi viene in mente la questione delle "quote rosa", contro le quali è difficile esprimersi in una nazione come la nostra (che evidentemente ha bisogno di imposizioni per avanzare, smarcarsi da un assetto patriarcale non solo anacronistico e offensivo, ma controproducente sotto tutti i punti di vista, anche economico), ma che allo stesso tempo provocano perplessità all'interno dello stesso "universo femminile" ("è giusto che per legge si preveda la presenza del 50% di donne all'interno di una giunta comunale?").

Quello che voglio dire è che quanto descritto sopra si svolge in un'ottica emergenziale, riparatoria, che non è detto porti ad un cambiamento strutturale, politico e culturale. C'è un divario enorme tra legge e cultura e questo dato non va rimosso, per quanto, va da sé, le leggi di cui una nazione si dota riflettano la cultura della nazione stessa. Ma senza incidere nella dimensione profonda, culturale, identitaria, antropologica, se vogliamo, ogni cambiamento rischia di essere momentaneo, provvisorio, superficiale. Non dimentichiamo che, in particolare per chi opera quotidianamente in questo settore, l'orizzonte deve essere quello; pena, appunto, la volatilità di qualsiasi conquista e l'incertezza di qualsiasi futuro.

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Claudio Imprudente