Beati noi - Un salto di categoria

15/07/2011 - di Stefano Toschi

Ho seguito con vivo interesse la disputa che si è scatenata negli ultimi tempi riguardante l’ammissione o meno del giovane amputato Oscar Pistorius alle Olimpiadi di Pechino 2008. A questo atleta, nato con una grave malformazione alle gambe che non ne permetteva il corretto sviluppo, furono amputati da bambino entrambi gli arti inferiori. Fu una sofferta e coraggiosa decisione dei genitori che avrebbero potuto salvare le sue gambette malformate, costringendolo a una vita in carrozzina. Essi, invece, scelsero la rischiosa via dell’amputazione e fu proprio tale iniziativa che permise al giovane Pistorius di imparare a camminare con l’ausilio di protesi e a rendersi, in questo modo, totalmente indipendente. Non solo: fin da bambino, l’atleta praticava diversi sport, anche quelli di maggior contatto fisico, come il rugby, mostrandosi più dotato di altri ragazzi che potevano contare sull’uso di gambe “proprie”. Fu un infortunio occorsogli proprio giocando a rugby a gettare le basi per la sua futura fortuna sportiva. Costretto ad abbandonare uno sport così violento e a intraprendere un periodo di riabilitazione, il ragazzo si avvicinò all’atletica. Su consiglio di un allenatore, si dotò delle prime gambe artificiali in fibra di carbonio, una sorta di prototipo di quelle con cui siamo abituati ormai a vederlo correre oggi. Il giovane Oscar mostrò da subito un grande talento, anche se l’allenamento fu duro e difficile: adattarsi alle nuove protesi comportò all’inizio effetti collaterali quali la formazione di piaghe ed escoriazioni nel punto di innesto. Inoltre, la mancanza di piedi e polpacci penalizzava, e penalizza tutt’ora nonostante i progressi tecnici delle protesi e fisici dell’atleta, la partenza ai blocchi e la flessibilità fondamentale nelle curve.
Fin qui, la storia degli esordi. Veniamo alla cronaca recente. Il giovane si mostra sempre più dotato, sbaragliando la concorrenza nelle gare per disabili e alle Paralimpiadi. A Roma, nel 2006, chiede di misurarsi in una competizione ufficiale con atleti normodotati, ottenendo buoni risultati. La polemica esplode quando egli fa richiesta di partecipare con atleti “normali” alle Olimpiadi di Pechino 2008. Tutti i giornali riportano la notizia della battaglia di questo ragazzo talentuoso e determinato, che rivendica la possibilità di misurarsi con atleti dotati di gambe vere. La commissione chiamata a decidere su questa singolare richiesta, dopo lunga riflessione, respinge la petizione, giustificando il rifiuto con una perizia tecnica che illustra come le due leve in carbonio usate dal ragazzo per correre costituiscano addirittura un vantaggio per l’atleta, in quanto la loro flessibilità comporta migliori prestazioni nella corsa e un minor affaticamento muscolare per chi le usa.
Eccoci dunque arrivati al paradosso al centro del dibattito. Per la prima volta si sentenzia ufficialmente, con tanto di perizia tecnica, che una disabilità grave costituisce un vantaggio comparato per una persona. Tale perizia non tiene minimamente conto del fatto che le protesi, seppur forse costituiscano un vantaggio nella corsa, siano un handicap notevole alla partenza dai blocchi e nelle curve. Non si considera, inoltre, che, se il miracolo della velocità fosse contenuto nelle protesi e non nella persona che le indossa, tutti gli amputati che le usano dovrebbero registrare tempi record proprio come Pistorius. Insomma, Pistorius non è ammesso a gareggiare con atleti normodotati. Ma, discriminazione nella discriminazione, neppure gli amputati lo accettano volentieri come avversario alle Paralimpiadi. Infatti, la quasi totalità degli amputati che gareggiano nella categoria di Pistorius è priva di una sola gamba, dunque utilizza una sola protesi di carbonio. Anche questi ultimi sostengono che l’atleta ricavi un vantaggio rispetto a loro nell’avere due protesi di carbonio invece di una. Si deve inoltre considerare che il contesto sportivo in cui si sviluppa tale polemica non è certo dei più limpidi: l’atletica, ultimamente, è stata varie volte macchiata da gravi casi di doping da parte di atleti famosi, che erano considerati dai giovani un modello da imitare, mentre davano, invece, esempio di comportamenti dannosi, immorali e anti-sportivi. Eppure, ad atleti dichiaratamente dopati spesso non si toglievano le medaglie vinte, o si permetteva loro di continuare a gareggiare, pur con il legittimo sospetto che i rendimenti stranamente altalenanti fossero dovuti a ben altro che ad alti e bassi della naturale forma fisica. Insomma, non ci si accorge di casi di doping macroscopici, ma ci si rende conto facilmente dei vantaggi dati dalle protesi.
A tal proposito, riportiamo uno stralcio di un’intervista all’allenatore dell’atleta, apparsa su “Panorama”: “Che idea si è fatto della polemica sui presunti benefici che Pistorius trarrebbe dalle sue protesi?”. “Sono tutte idiozie. Ripeto, all’inizio i suoi tempi erano davvero mediocri. Ora, chi non sa di sport deve capire gli sforzi enormi che Oscar ha dovuto produrre per raggiungere i risultati attuali. In un caso come il suo, ci vogliono ore e ore di allenamento per rendere affini le protesi con il resto del corpo, in particolare i muscoli delle cosce e le anche. La chiave del suo successo sta nel modo con cui è riuscito a rendere complice nella corsa due entità corporali totalmente diverse fra loro. Se poi è riuscito a dotarsi di protesi tecnologicamente avanzate, tanto meglio…”.
Al di là di tali polemiche che si basano su aspetti meramente tecnici, la cosa che più colpisce di questo giovane è la percezione che ha di se stesso. Egli ha affermato in più occasioni di non reputarsi handicappato, bensì solo “una persona senza gambe”. Questa definizione è bellissima e significativa, perché, finalmente, l’handicap non è considerato una mancanza, un’anomalia ma una caratteristica. Al pari di chi si definisce biondo, alto, magro, così Pistorius afferma di avere, come tutti, varie qualità fisiche, fra cui quella di essere senza gambe. Non è malato, non è strano, ha solo una peculiarità che non può nascondere perché, a differenza di tanti altri deficit, che tutti abbiamo, questo è evidente, è più “trasparente”. Dunque la “scomodità” di questo personaggio non deriva dalla sua battaglia per gareggiare alle Olimpiadi ma dal suo modo di proporre la sua (non) diversità. Le persone (sia quelle cosiddette normali, sia quelle con deficit) sono abituate a catalogare chi sta loro di fronte. Si creano degli steccati, delle categorie entro cui inserire chi incontriamo nella vita di tutti i giorni. Si danno delle definizioni, partendo da ciò che, secondo noi, meglio caratterizza l’altro. Pistorius è un handicappato. Dunque, appartiene alla categoria disabili (sottocategoria: derelitti, sfortunati, anormali, meritevoli di compassione). Pertanto, dovrebbe stare in carrozzina, farsi assistere, stare a casa, al massimo diventare “abile” col computer, o nella pittura, insomma, in qualche attività in cui, come ogni tanto si sente dire in televisione, qualche povero handicappato ha ottenuto buoni risultati (certo, sempre grazie al fatto che qualcuno lo ha assistito bene). Anche gli amputati a una sola gamba non lo gradiscono come avversario. Pure questi ultimi hanno in mente delle categorie: Pistorius è comunque diverso da loro. Egli tenta di saltare al di là di questo steccato, e ciò fa paura: sconvolge gli schemi mentali solidi e ben radicati nella nostra società, va oltre il senso comune. Se un atleta normale fosse battuto da un amputato, percepirebbe una tale sconfitta come doppia. Nella mentalità corrente, un handicappato non può vincere una sfida con un normodotato, a maggior ragione se essa si gioca su un piano fisico. Lo stereotipo del disabile non lo prevede. Pertanto, una sconfitta, in questo caso, comporterebbe non solo maggiore onta e disonore ma anche l’idea di un sovvertimento delle regole, della normalità delle cose, delle etichette con cui classifichiamo il mondo e le persone. Non si può sopportare la sconfitta da parte di chi dovrebbe sentirsi appellare come “poverino”, non come “bravo”. Ecco, alle persone normali quel “poverino” non costa nulla umanamente, nessuna presa di posizione, nessun mettersi in gioco. Al contrario, quel “bravo” è innaturale. In tanti si battono oggi contro l’emarginazione dei disabili, per i loro diritti, la loro dignità. La medicina si impegna a trovare soluzioni che migliorino la qualità e la quantità della loro vita. Ma viene spontaneo chiedersi a cosa servano tutti questi sforzi se poi, quando un disabile diventa davvero protagonista, si cerca di confinarlo di nuovo nella sua categoria con un banale provvedimento burocratico, con una perizia tecnica. La pigrizia intellettuale e la limitatezza di vedute dei più si scontra con la forza di volontà di un giovane disabile, che ha trovato il coraggio di “fare il salto di categoria”, anzi, data la sua specialità, è il caso di dire che ha trovato il coraggio di “correre al di là delle categorie”.
 

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