Un progetto di accoglienza: il gioco dei nomi

01/01/2005 - Francesco

M. ha tre anni, è inserito in una sezione eterogenea di scuola dell’infanzia. Presenta difficoltà di comunicazione e di relazione. Si esprime prevalentemente a gesti. Nel suo repertorio linguistico sono presenti suoni vocalici e sillabici. Produce determinate espressioni interpretabili come approssimazione di parole e frasi, comprensibili a chi lo conosce bene. I rari enunciati spontanei e su sollecitazione risultano ripetitivi ed ecolalici.
Il progetto “Accoglienza” è stato rivolto a tutti i bambini della sezione. Sono state informate dell’esperienza la neuropsichiatra e la logopedista che seguono il bambino, senza venire direttamente coinvolte nel progetto.
L’obiettivo su cui si è lavorato è stato il raggiungimento della capacità di pronunciare il proprio nome e rispondere alla domanda: “Come ti chiami?”
M. percepisce il proprio nome; si volta verso chi lo chiama ma non pronuncia il suo nome. Si mostra schivo a socializzare, soprattutto con i compagni. Gioca da solo, accanto a insegnanti e bambini, il più delle volte con un tamburello e un telefono giocattolo.
Le sue modalità di gioco sono ripetitive; spesso si isola, il contatto di sguardo è sfuggente. L’interlocutore privilegiato è l’adulto: il bambino accetta di stare seduto sulle ginocchia delle insegnanti durante il momento della conversazione e sulla seggiolina durante lo svolgimento di giochi collettivi, ma non partecipa e spesso volge le spalle al gruppo.
Considerato che mostrava interesse per il tamburello e che, tramite questo, era in grado di modificare in positivo determinati comportamenti, gli insegnanti hanno pensato di partire dall’utilizzo di questo oggetto per attivare i giochi di accoglienza/riaccoglienza, rivolti sia ai bambini nuovi arrivati, come M., sia ai bambini già frequentanti. L’intento era quello di veicolare messaggi di “benvenuti” e “bentornati” a tutti, bambini e adulti, e in particolare di incoraggiare, facilitare e gratificare l’avvicinamento di M. al gruppo sezione e viceversa.
A tal scopo l’insegnante di sostegno, in collaborazione con le colleghe curricolari, ha proposto il GIOCO DEI NOMI:
- presentarsi al telefono giocattolo (…pronto, io mi chiamo…): M. porta il ricevitore all’orecchio ma non dice niente;
- concerto dei nomi (scandire a bassa voce e poi a voce molto alta e viceversa i nomi di tutti i bambini): il bambino osserva e sorride timidamente;
- uso del tamburello: percuotere il tamburello con le mani o con il percussore, produrre un suono libero, ognuno il suo suono e far seguire il nome. Pausa. Stare in silenzio per breve tempo, anche a occhi chiusi. Si viene a creare un contesto divertente e distensivo. M. entra nel gioco; percuote il tamburello traendone un suono appena percettibile e sussurra il suo nome. È gioia per tutti. Le insegnanti lo gratificano con un vibrante “Bravo!”. M. sorride apertamente e si autoapplaude.
Considerata la risposta positiva, questo gioco viene inserito nelle attività di routine al mattino. Continuando a valorizzare e vivacizzare l’esperienza (apporto di varianti a carattere psicomotorio, sempre con l’uso di strumenti musicali a percussione, creazione di un piccolo set con gli stessi), il bambino è riuscito a ripetere con pronuncia chiara e a voce alta il suo nome, quello di alcuni compagni e delle insegnanti. Il gruppo lo ha gratificato con abbracci e festosi applausi.

L’esperienza ha avuto luogo nell’anno scolastico 2001/2002 presso la scuola dell’infanzia “A. Frank”, di S. Polo di Torrile (PR), insegnanti Severina Boschi e Guglielmina Da Re, dirigente scolastico Gianni Gaulli.
La documentazione dell’esperienza è stata pubblicata in:
Chiara Dall’Asta (a cura di), Integrazione possibile. Documentazione di esperienze nella scuola,
Collana I quaderni delle esperienze n.1/ nov. 2002 Centro Provinciale di Documentazione per l’Integrazione scolastica, lavorativa, sociale, Parma.