Un giornalista come gli altri?

01/01/1997 - Maurizia Musanti

Intervista a Franco Bomprezzi, giornalista disabile: mass media e disabili in Italia

Franco Bomprezzi (nato a Firenze il 1/8/52) è attualmente direttore di 'Freely', periodico bimestrale della qualità della vita delle persone disabili e 'guida al mondo possibile', e di 'Therme Europa', il periodico mensile italiano del termalismo.
Inizia nel 1976 la collaborazione della redazione di Padova de Il Resto del Carlino, occupandosi prevalentemente di cronaca bianca. Cura l'edizione quotidiana del Telecarlino, notiziario televisivo a diffusione regionale con notizie fornite da Il Resto del Carlino e gestito dall'emittente locale Rtr.
Divenuto giornalista professionista nel 1984, lavora presso il Mattino di Padova fino al 1995.
Dal 1995 assume la direzione di 'Freely', intendendo dedicarsi a tempo pieno all'informazione in favore dei disabili e per l'affermazione di una 'cultura della normalita'. E' direttore responsabile di 'DM - Distrofia Muscolare', periodico della Uildm (Unione Italiana alla Distrofia Muscolare).
E' affetto fin dalla nascita da una rara malformazione congenita, l'Osteogenesis Imperfecta.

L'intervista

Dal punto di vista della sua professione di giornalista l'attenzione dei media nei confronti dell'handicap ha subìto una evoluzione?

L'attenzione riservata dai media al tema della disabilità ha vissuto nella storia italiana tre fasi.
La prima arriva fino ai primi anni Ottanta.
E' una fase che, sostanzialmente, si può definire di totale disinteresse: non esiste una terminologia che circoscriva il campo d'indagine, esiste l'invalidità come concetto generale, non esistono forme di rappresentazione della parte debole della società a livello di mezzi di comunicazione.
La seconda fase ha inizio con il 1981, proclamato dalle Nazioni Unite Anno Internazionale dell'handicappato.
Per la prima volta si affronta in termini corretti il problema che appare grave ed esteso, preoccupandosi di restituire dignità e dare voce a una realtà che, stando alle stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, riferite a tutto il mondo Occidentale, comprende l'8% della popolazione e in Italia arriva a 3, 5/4 milioni di persone con disabilità media, cioè con handicap fisico e sensoriale o mentale.
Evidentemente da questo momento in poi, da quando a livello di media, i termini 'handicap', 'barriere architettoniche', 'integrazione scolastica', 'integrazione lavorativa' ottengono visibilità, si vive un clima di euforia, con iniziative di grande interesse e valore, in un meccanismo di comunicazione analogo a quello che potremmo ricordare legato al femminismo.
La concezione dell'handicap, in questa fase, presenta una certa somiglianza al movimento femminista e studentesco nel loro carattere di rivendicazione.
Per l'handicap ciò significa riscatto da una situazione di disagio e pressione per la riconsiderazione delle potenzialità dei cittadini disabili.
Depurato degli eccessi che sempre si accompagnano a tali situazioni, il trattamento riservato al tema dai mezzi di comunicazione ha favorito la nascita delle leggi più interessanti in Italia, relative all'abbattimento delle barriere architettoniche, all'integrazione scolastica, tanto da fare collocare l'Italia legislativamente quasi all'avanguardia rispetto al resto dell'Europa.
Sfumata questa fase ne è subentrata un'altra più pericolosa e inquietante che arriva fino alla fine degli anni Ottanta, determinata dalla crescita dell'importanza della televisione nei sistemi di comunicazione, dal passaggio del dominio della carta stampata a quello dell'informazione televisiva amplificata dal fenomeno dalla concorrenza fra emittenza pubblica e privata.
La spettacolarizzazione dell'informazione come presupposto della comunicazione, ha comportato che anche il tema dell'handicap rientrasse in questa logica.
Nasce così la cosiddetta 'TV del dolore', risvolto negativo di un'intuizione giusta: che si possa fare comunicazione anche televisiva di buon livello parlando di disabilità.
Una scorciatoia dettata in parte da pigrizia mentale, in parte da ragioni di audience tout court.
Basandosi sul soddisfacimento di un'esigenza di protagonismo, di narcisismo e di riscatto dell'emarginazione vissuta in chiave personalistica, ha avuto la conseguenza di evitare di affrontare i problemi di fondo, risolvendo, spesso soltanto in termini di raccolta fondi, singole questioni o situazioni, grazie alla capacità emozionale dei programmi.
In tal modo è risultato vanificato il precedente lavoro di analisi meno spettacolare e più attenta che aveva portato almeno all'esatta comprensione dei termini del problema, all'uso di una terminologia abbastanza corretta e in qualche modo al rispetto della privacy dei soggetti.
A questa fase un po' selvaggia sta corrispondendo, negli ultimi anni un ripensamento in termini abbastanza positivi e una maggior attenzione alle notizie di servizio.
La televisione comincia ad inserire in fasce orarie e situazioni diverse, argomenti legati alla disabilità, visti in funzione di interessi generali.

Il clima culturale che Lei ha presentato ha avuto una influenza positiva nella sua esperienza di giornalista in condizione di disabilità?

La mia esperienza di giornalista "normale" ha avuto inizio nel 1984 in un quotidiano, Il mattino di Padova, dopo anni di apprendistato alla redazione veneta de Il Resto del Carlino ed è terminata nel 1995.
Nel lavoro giornalistico devo dire di non aver incontrato nessuna limitazione determinata dall'handicap. Si può essere bravi o cattivi giornalisti e lo si è indipendentemente dal vivere una condizione di disabilità. Devo tuttavia ammettere che mi sono sempre sforzato di dare il meglio e il massimo delle mie capacità, ho vissuto un certo bisogno di dimostrare di essere meglio degli altri, dal momento che, in ambito lavorativo, permane ancora una certa sensazione di essere giudicati perché disabili.
Questo tipo di atteggiamento ha portato a uno spreco di energie e a un lavoro molto intenso, ma anche a delle grandi soddisfazioni personali, ricoprendo incarichi di notevole responsabilità nel contesto di un quotidiano locale appartenente a un gruppo molto forte, quello de Il Mattino di Padova (tredici testate in Italia di proprietà del Gruppo FINEGIM-Caracciolo).
Da questa esperienza è maturato il convincimento che, nel campo della comunicazione, la disabilità porta a un maggior attenzione al rispetto della dignità della persona umana.
Nel mio lavoro ho sempre cercato di tenere conto delle esigenze reali del lettore, evitando di intervenire artatamente, non solo nel racconto dei fatti, ma anche nel ruolo che, all'interno di tale racconto, rivestono le singole situazioni personali.
Un tale tipo di attenzione quando si fa cronaca con i ritmi di lavoro del quotidiano, è sempre molto difficile perché manca il tempo per la verifica della notizia che viene fatta a posteriori.
L'atteggiamento che ho cercato di esercitare implica la correzione dell'errore e l'intervento nel corso del resoconto della vicenda per operare un racconto onesto dei fatti.

Quali aspetti sottolineerebbe della sua seconda 'avventura' professionale come direttore di DM, la rivista dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare?

Avevo accettato di dirigere "DM" già dai primi anni Ottanta, richiesto da Federico Miclovich, fondatore dell'associazione, con l'intento di trasferire l'esperienza che stavo vivendo in una dimensione più strettamente legata all'handicap.
L'obiettivo era quello di 'rinfrescare' un po' la rivista di un'associazione ormai storica, nata nel 1962.
A questo scopo ho proceduto ad una revisione grafica, creando un'impostazione più moderna, più agile per la lettura, scandita nelle sue sezioni interne e ho adottato il formato tabloid.
Tutto ciò con lo sforzo di uscire da un'ottica della rivista di associazione, che pure assolve la funzione molto importante di collante della vita associativa.
DM è sempre stata considerata strumento autorevole e rigoroso di informazione, riferendo anche notizie del 'mondo esterno', attraverso la voce dei disabili stessi, pur non essendo necessariamente redatta da persone disabili, discriminazione nella discriminazione.
Credo molto poco a situazioni in cui siano solo i disabili protagonisti di se stessi, in quanto esiste un problema di comunicazione che va risolto in problemi generali e non in un'ottica di categoria che diventa corporativa.
Dall'esperienza di DM è rimasto negli anni il dubbio che fosse comunque una rivista di associazione lo strumento più idoneo per creare un dialogo con la società esterna.

E' questo il motivo che l'ha spinta a fondare "Freely - Guida al mondo possibile"?

Nel 1994 mi è stato chiesto di collaborare a una iniziativa di tipo fieristico nella città di Verona, AbilExpo, per la diffusione della cultura degli ausili per la vita quotidiana, partecipando al coordinamento per la comunicazione dell'iniziativa che nasceva rivolta ai disabili.
Con la mia presenza nell'ufficio stampa ho cercato di imprimere una connotazione estremamente positiva, allegra, piacevole, al lavoro di comunicazione, usando criteri di normalità.
Sulla scia di tale iniziativa nasce "Freely", rivista che ora dirigo.

Quali sono le caratteristiche di questa pubblicazione?

Si tratta di un genere di pubblicazione che non esisteva, il cui obiettivo è la diffusione della 'cultura della normalità', affermazione di una serie di valori comprensibili a tutti, legati al diritto a vivere la diversità, la situazione nella quale ci si trova, come una situazione di normalità.
Da queste considerazioni nasce l'intuizione del bisogno di una iniziativa editoriale che racconti il 'mondo possibile', una serie di situazioni piacevoli, proiettate nel futuro, alla portata di tutti, trattate con taglio giornalistico e non specialistico.
Parlare di turismo, cultura in senso generale, mobilità, ausili, comunicazione, televisione, nuove forme di tecnologie informatiche, con un largo uso di immagini e fotografie a colori.
Scegliere il colore vuole dire significare andare contro alla più comune rappresentazione dell'handicap in bianco e nero, modalità che emargina, anche se si vorrebbe dettata da un gusto dell'immagine vissuta come più artistica, ottenendo un effetto di accentuazione della diversità e separatezza dal mondo dei 'normali'.
Pubblicando immagini di persone in carrozzina impegnate in attività quotidiane, spero, nel lungo periodo, di far passare questo valore come cosa routinaria, di cui si tenga conto con assoluta tranquillità.
Attualmente la rivista è diffusa per abbonamento in 20.000 copie, raggiunge categorie professionali quali fisiatri e terapisti della riabilitazione, disabili, associazioni legate alla mobilità e tutte quelle che abbiano tra i valori l'autonomia e la vita indipendente.
Un'altra scelta che vogliamo portare avanti è di rendere la rivista internazionale.
Ormai la dimensione nazionale è troppo 'stretta' per qualsiasi ragionamento attorno alla disabilità, è necessario pensare alle grandi opportunità di integrazione sociale e culturale che può offrire l'Europa, al confronto, sicuramente positivo e di stimolo, sulla disabilità che può avvenire tra l'Italia e gli altri Paesi europei.
Già dal prossimo anno è in progetto un'edizione bilingue, o per lo meno una serie di numeri in lingua inglese, con lo scopo di avviare un circuito di scambio e di comunicazione e informazione, per ora relegate nel ristretto ambito di seminari e incontri di studio.

La presenza di tante riviste che trattano di handicap ha un ruolo positivo nella promozione della cultura della disabilità?

No, a mio avviso la parcellizzazione della comunicazione in piccole consorterie rappresenta uno dei problemi maggiori all'interno del mondo della disabilità.
In tutto ciò la logica fondamentale è mantenere le notizie e le informazioni utili all'interno della propria organizzazione.
Questo avviene da una parte per fare attribuire come merito delle associazioni la soluzione di singoli problemi, dall'altra è determinato da una situazione statale in cui la logica dei contributi è stata quella dello scambio politico.
Ora, invece, sono maturi i tempi per cui i servizi vengano vissuti come diritti e non atti di liberalità dall'alto.
Il problema fondamentale dell'informazione sul tema dell'handicap, perciò, sarà quello di assumere un ruolo di 'sentinella' nei confronti delle iniziative pubbliche, secondo criteri di trasparenza e completezza, andando a fondo nella valutazione dei progetti e nella verifica dei risultati.
Altro elemento da sottolineare che le decisioni in materie di handicap e, di riflesso, l'informazione su di essi, sono state per lungo tempo delegate soggetti 'altri'.
Ora invece, come si evidenzia dalla lettura di molte riviste 'di settore', i disabili sono sempre di più protagonisti di se stessi, anche se nella maggior parte dei casi mancano di cultura, di preparazione professionale, di opportunità di lavoro e del necessario desiderio di affermazione sociale in tutti i campi, autoprecludendosi determinate prospettive di integrazione.
Io credo che la grande scommessa sia di combattere questa pigrizia mentale perché solo così si renderà possibile un futuro di grande libertà che potrà stimolare un vero cambiamento della cultura e della comunicazione.

Pubblicato su HP:
1997/59
Parole chiave:
Comunicazione