Spazio Calamaio - Un gioco che si può trasformare in qualcosa di più: capire

14/07/2011 - a cura di Roberto Parmeggiani

3 marzo 2008 - lunedì

“Cosa c’è in quello scatolone?”
“Mah non lo so, è arrivato venerdì…”
“Beh adesso lo apro”

“Ahhhh… ma è il libro!”

Sapete quando aspettate tanto una cosa, la desiderate, non vedete l’ora di averla tra le mani?
E poi quando arriva non ve ne rendete conto subito?
Ecco, a noi è successa la stessa cosa.
Il tanto atteso libro del Calamaio Storie di Calamai e altre creature straordinarie (Ed. Erickson, 2008) è arrivato ma prima di realizzare che era lì, chiuso dentro quello scatolone, è passato un intero week end.
Oserei dire, non a caso.
Nel senso che c’è sempre bisogno di un po’ di tempo prima di rendersi conto che un sogno è finalmente diventato realtà, che è quindi tangibile (nel caso specifico direi leggibile), che è uscito dal mondo delle idee ed è diventato fenomeno, espressione di un’esperienza il cui senso trova significato nella condivisione.

Condivisione: ecco una parola fondamentale nel nostro percorso. Se siamo qui, a festeggiare vent’anni di vita, di cultura, di conoscenza, di competenza, è proprio grazie a tutti coloro che abbiamo incontrato: bambini, ragazzi, insegnanti, educatori… Ognuno ci ha permesso di scoprire un nuovo motivo per continuare questa splendida avventura.
Fino a spingerci a scrivere questo libro che, come si legge nella presentazione, “nasce per molti motivi ma tutti, in fondo, possono essere riassunti dal desiderio di dare una forma stabile che fermi sulla pagina scritta l’esperienza del Progetto Calamaio, nato all’interno dell’Associazione Centro Documentazione Handicap di Bologna e frutto di più di vent’anni di attività di animazione, formazione e sostegno ai processi di integrazione delle persone con disabilità […] il libro si muove su più livelli che tentano di riproporre ai lettori, accanto agli obiettivi e ai contenuti del Progetto Calamaio, la ricchezza e la densità di un impegno che si fatica a tenere nei territori del professionale per l’investimento e il coinvolgimento che riempie e tocca chi lavora e vive al Centro di Documentazione.
Quest’azione di rilettura dell’esperienza non si rivolge però solo verso l’esterno; se si utilizza intenzionalmente, la scrittura diventa un’occasione utile ad aumentare la capacità di sguardo su ciò che costituisce un pezzo importante della nostra quotidianità.
La scrittura, infatti, è anche pausa riflessiva, rottura del ritmo invasivo e ripetitivo del quotidiano. Spesso è una pausa strappata coi denti, soprattutto per chi come noi, non è scrittore di mestiere. Recentemente, Franca Olivetti Manoukian ha ricordato che, per chi lavora nell’ambito sociale, scrivere è ‘trasgressivo’ rispetto ai binari del lavoro operativo che non permettono soste e sguardi pensosi. Per poter ritornare a dare al nostro fare significati e valore è necessario autorizzarsi a trovare il tempo e il modo per ripensare a ciò che occupa lo spazio, il tempo dei giorni: la scrittura può essere un mezzo per compiere l’operazione complessa di riflessione su quanto si fa e si ‘produce’.
Le parole con cui ci siamo raccontati hanno alcune caratteristiche forti, che costituiscono il taglio di questo volume e che possono guidarne la lettura.
Sono parole concrete, mettono al centro un percorso di lavoro pensato e realizzato poi nella concreta forma dell’incontro con gli altri. È il nostro sapere dell’esperienza che vogliamo condividere, con le sue possibilità e i suoi limiti.
Sono parole colorate dai toni di un’affettività vissuta e percorsa in molti dei suoi sviluppi, sono parole che cercano di dare ospitalità agli affetti. Testimonianza delle relazioni importanti non solo fra gli ‘educatori’, gli ‘utenti’ ma anche fra il gruppo Calamaio e i gruppi di bambini, ragazzi, insegnanti, genitori incontrati via via nel percorso; relazioni che compongono un tessuto.
Sono parole che legano e collegano. Come diciamo spesso, il Progetto Calamaio non è fatto solo da noi, vive ed è reso fecondo dai legami forti del gruppo ma anche dai collegamenti, dagli incontri, dalla collaborazione con altri”. (pp. 13-14)

Il libro è diviso in tre sezioni distinte ma complementari, ognuna delle quali descrive una sfaccettatura della complessiva esperienza del Calamaio. “Nella prima parte sono raccolti gli interventi e i contributi di alcuni compagni di viaggio e interlocutori per noi importanti che dal loro ruolo professionale e dal loro osservatorio approfondiscono gli snodi centrali dell’educarsi reciprocamente alla diversità e dell’acquisizione di un ruolo sociale riconosciuto per la persona disabile.
Nella seconda parte trovano spazio alcune riflessioni che si collegano direttamente ai quattro laboratori attivati durante il Convegno di novembre 2006 sui punti che determinano maggiormente lo stile e modi del fare.
La terza parte, infine, racconta il Progetto Calamaio in azione: gli strumenti, i tempi, le persone.” (p. 14)

La lettura del libro è un viaggio, è una scoperta, è un gioco.
Un gioco che, come ci ha scritto un bambino di V elementare, si può trasformare in qualcosa di più: capire! Capire che cosa, però?
Anche la risposta, come la domanda, la lasciamo a una bambina, sempre di V elementare, che ci scrive:
“Cara Stefania, la prima volta che ho visto te, Patrizia e Roberto non mi sentivo a mio agio, ma poi vi ho conosciuto meglio e allora mi sentivo benissimo. Devo dire la verità: mi sono divertita molto, ho capito tante cose. È stato bello stare con voi. Mi sentivo allegra, molto allegra, anche se tu sei disabile… Quando Roberto ci ha spiegato che vi chiamate Calamaio perché volete lasciare una macchia sui bambini che incontrate, io mi sono molto emozionata. Un bacione
P.S. sto “macchiando” anche mia madre…” (p. 137)

Tracce di creature straordinarie

“Un Progetto che voglia essere tale, non può partire sapendo già dove e come arriva. Sarebbe un finto progetto. Un Progetto autentico, vive invece di intuizioni, obiettivi e rischi. Senza rischi, un progetto non diventa Progetto”. (p. 29)
Queste parole, regalateci da Andrea Canevaro, descrivono bene questi anni passati, nei quali il progetto è diventato Progetto ma sono anche un invito a non fermarsi, a non montarsi la testa e a continuare seguendo intuizioni, identificando nuovi obiettivi e assumendosi altri rischi.
Il libro è per noi un’occasione speciale e molto emozionante sia per fare festa con tutti coloro che fanno parte della nostra storia sia per riprendere il percorso verso nuove sfide, permettendo ad altre creature straordinarie – bambini, ragazzi, insegnanti… – di lasciare altre tracce, pensieri, riflessioni, disegni, domande che permetteranno alla nostra storia di continuare e alla cultura di crescere, non come piovuta dall’alto ma costruita mattone dopo mattone dal basso, attraverso l’esperienza.
Poi sapete come succede, le tracce alimentano la curiosità, il desiderio di avventura: ci sarà qualche altro esploratore che le seguirà, qualche altro progetto che nascerà, altre avventure da raccontare, creature di cui parlare… e le storie non finiranno mai.
Esempio ne è la nascita del blog del Calamaio (www.accaparlante.it/storiedicalamai).
Già il termine blog – contrazione di web-log, ovvero “traccia su rete” – sembra scelto apposta per noi che di tracce ci siamo sempre occupati.
L’obiettivo del blog storiedicalamai è quello di permettere a tutti di lasciare le proprie tracce, le proprie storie, le proprie macchie perché, attraverso la condivisione, possano diventare patrimonio comune. Mi raccomando, lasciate anche voi le vostre, senza paura: la diversità è una ricchezza che vale la pena di essere spesa.

Lasciamo la conclusione all’Omino Macchino, padre dell’inchiostro e di tutte le macchie che quello sa lasciare e grande amico del Progetto Calamaio… da quando ci siamo conosciuti, non ci siamo più lasciati.
“Questi Calamai di inchiostro se ne intendono davvero tanto. E non solo di inchiostro, ma anche di macchie. Se ho capito una cosa […] è che è necessario macchiare; e in fondo cosa ha fatto il Progetto Calamaio in questi venti anni, se non spargere le sue macchie, anzi, direi, regalare le sue macchie? Mica semplice avere a disposizione macchie di questo tipo ed essere capaci di regalarne a chichessia. Bisogna trovare il “miele” giusto perché le persone capiscano la dolcezza di una macchia. Di solito, poi, le macchie sporcano e basta; queste, invece, fanno di più, perché, nel macchiare, trasformano… ma cosa? Trasformano l’immagine che le persone hanno della realtà, arricchiscono un immaginario diffuso: è un compito che richiede maneggiatori d’inchiostro abilissimi, menti ardite, spiriti liberi e divertiti, prima ancora che divertenti.” (p. 228)

 

Parole chiave:
Cultura, Scuola ed educazione