Un fatto linguistico e culturale

01/01/1999 - Davide Rambaldi

Affrontare un discorso sulla riabilitazione significa in primo luogo affrontare un problema di tipo linguistico e culturale. A seconda dei contesti istituzionali nei quali è utilizzata essa assume significati diversi. Si pensi ad esempio ai servizi per la tossicodipendenza oppure sanitari: qui la riabilitazione ha un significato esclusivamente legato al recupero organico e funzionale nell’ambito di una terapia, là ha un significato legato a un percorso di recupero sociale e in un certo senso anche moraleDa un punto di vista generale, il principio riabilitativo presuppone un danno da riparare e in questo senso la parentela con il terapeutico è forte perché, se anche non aspira totalmente alla guarigione, consente di pensare a un miglioramento funzionale e, allargandosi, a un maggior recupero possibile di abilità e competenze motorie, cognitive, relazionali. Questa accezione è facilmente applicabile ai contesti socioeducativi, nei quali l’idea di valorizzare le risorse residue di soggetti con deficit di diversa natura è una pratica consolidata.
Il sempre maggiore utilizzo di questo termine nelle istituzioni che si occupano di aiuto alla persona è però anche preoccupante. Se infatti la riabilitazione è inequivocabilmente legata al recupero di una abilità perduta, può apparire improprio il suo utilizzo in ambiti nei quali si interviene su soggetti che certe abilità a monte non le hanno mai avute. Il percorso educativo è esattamente quello che cerca di costruire competenze personali e relazionali al di là di qualsiasi possibile danno, in un certo senso partendo e prescindendo dai limiti del danno stesso e soprattutto non identificando la persona con il danno. E’ un approccio che non mira al recupero di parametri di salute e normalità che negano la diversità della persona e della sua dignità, ma cerca di edificare condizioni sociali ed esistenziali nel segno dello sviluppo, dell’identità, dell’autonomia, del rispetto.

Quale normalità?

In realtà quando si esce dall’ambito squisitamente sanitario, nel quale l’utilizzo della parola appare assolutamente corretto, e si entra in altri i cui paradigmi di riferimento gravitano attorno al socio educativo, il suo uso è ambiguo. Da un punto di vista culturale sembra quasi che la riabilitazione sia un concetto in prestito venuto in aiuto alla pratica educativa, la cui epistemologia debole e socialmente poco riconosciuta poteva e doveva dotarsi di strumenti e parole, quali la riabilitazione appunto, a forte carica simbolica per il carattere tecnico e per l’idea di recupero che sottende. Pare che questa società proprio non ce la faccia a non porsi l’obiettivo di recuperare i propri figli malati. Ma sono proprio tutti malati? Recuperarli a cosa? A quale normalità? Quella produttiva?
Discorso ideologico questo, anch’esso ambiguo. Ogni persona ha la necessità di essere socialmente abilitata e riabilitata, pena la sua emarginazione dal corpo sociale.
L’aspetto tecnico della riabilitazione è molto rassicurante. Come tutti i bagagli tecnologici, sembra dotare chi la possiede di un ruolo chiaro perché fondato su una rappresentazione di un proprio corredo epistemologico preciso, che consente di definire un potere (di ruolo) legato a un sapere. E’ l’illusione di molti educatori che ai corsi di formazione e aggiornamento chiedono instancabilmente metodi e strumenti tecnici per svolgere il proprio lavoro. D’altra parte, quando si parla di tecnica si parla di anche di strumenti che permettono una decisa distanza relazionale. Vi è la necessità di difendersi dai vincoli con gli utenti. Evidentemente il ruolo, il progetto e il lavoro di gruppo non bastano o sono insufficienti per gli educatori a garantire quel controllo della relazione che tutela l’intenzionalità del cambiamento, e al tempo stesso i materiali della quotidianità, il corpo, i contesti informali e formali delle attività non sembrano essere un bagaglio strumentale decisivo nell’ambito dell’azione educativa, tali da non garantire una professionalità sicura e riconosciuta. Da questo punto di vista, vi è ancora molto da fare per fondare una identità di ruolo educativa che rivendichi il proprio sapere e la propria dignità professionale nei diversi contesti istituzionali e rispetto ad altri ruoli dal forte potere sociale ed epistemologico.

La valenza ideologica e culturale

Al di là del fatto che qualunque tecnica o metodo riabilitativo è sempre utile quando produce miglioramenti e non diventa un capestro esistenziale per i soggetti a cui e applicata, e dunque è una risorsa enorme nel panorama terapeutico ed educativo che connota le relazioni di aiuto, credo sia importante non dare per scontata la relatività epistemologica dalla riabilitazione nei campi in cui agisce. In altri termini, si tratta di sottolinearne la valenza ideologica e culturale in una società iperspecialistica e terapeutica e che tende a riconoscere scarso valore all’educazione. Il rischio di tecnicizzare la relazione educativa, sottovalutandone i centrali aspetti affettivi come primo motore del cambiamento, può andare nella direzione di sottrarre ulteriore dignità alle opportunità educative che fondano la loro specificità proprio sulla costruzione di relazioni e contesti intenzionalmente giocati sui concetti della condivisione, dell’appartenenza, dell’identificazione e insieme della differenziazione, in setting informali, quotidiani, comunitari. Insieme, il rischio è di distrarre l’attenzione dalla valenza etica e politica che l’educazione porta sempre con sè nelle relazioni e nei contesti istituzionali e comunitari in cui opera.