Un diploma all'isola che non c'era

01/01/2000 - Elisabetta Brunelli

La storia di R.P., una ragazza disabile che dopo varie difficoltà riesce ad ottenere il diploma di terza media presentandosi come privatista. Il tutto raccontato da una educatrice all’inizio come una fiaba e poi come una cronaca1) Questa è la storia di R.P.
La storia di una ragazzina disabile affetta da una malattia organica che le ha provocato un deficit intellettivo. E’ la produzione del suo linguaggio che, solitamente, colpisce gli interlocutori. Di fatto, il suo lessico è caratterizzato da frasi incompiute, inappropriate, che spesso risentono di un’influenza dialettale e non rispettano la sequenza spazio-temporale.
Certo che il suo ambiente sociale non l’ha mai aiutata!
Io, l’ho conosciuta nel 1996, quando è stata inserita nel nostro gruppo, la cooperativa sociale l’Orto. Allora aveva già fatto tutti i vari percorsi formativi: scuole dell’obbligo, da dove n’è uscita senza conseguire il diploma di 3^ Media, e Centro di Formazione Professionale, dove ha imparato ad applicarsi in alcuni lavori manuali.
E’ emersa immediatamente, da parte di R.P., la sua delusione e disistima che la portava a non sentirsi come tutti gli altri: le mancava la “patente” per realizzare i suoi sogni e le sue attese concrete. Difatti, aveva ipotizzato, assieme alla sua famiglia, di inserirsi nel mondo “reale” del lavoro
Questa è la storia… e conosco del suo passato quello che vi ho raccontato.
Perciò ho creduto fosse giusto narrare il suo vissuto in due fasi diversificate.
La prima parte è una favola che espone la vita di R.P. prima che io la conoscessi. Per scriverla mi sono valsa d’informazioni reali, mentre in alcuni punti mi sono sentita autorizzata ad intervenire attraverso la mia fantasia. Ho ritenuto che, solo così, avrei potuto raccontare una storia di vita vissuta a me quasi sconosciuta. Inoltre penso che sia una cosa straordinaria che, mediante la favola, si possa trovare un posto per tutto il bene e per tutto il male. Per cui, la battaglia contro il tempo e gli ostacoli, che impediscono o ritardano il coronamento di un desiderio, può portare al ristabilimento del tempo perduto.
La seconda parte è una relazione che compie il ristabilimento del tempo perduto.
Ho raccontato al presente di come R., attraverso l’aiuto degli Insegnanti, del servizio sociale e nostro, abbia raggiunto la meta che aveva tanto anelato: conseguire il diploma di 3° media.

E’ troppo tardi?

Quando (il tempo non ricordo!)
Cani, gatti, topi a schiera
Ben si misero d’accordo,
C’era, allora, c’era … c’era …(1)
…Una giovane fanciulla chiamata RIFITAFA.
Ella viveva in un piccolo paesino, nella lontana periferia di una grande città.
RIFITAFA passava le sue giornate in solitudine e possedeva in fondo al cuore tanta tristezza. Era così desolata, poiché ogni volta che tentava di instaurare un dialogo con qualcuno, riusciva solo ad emettere frasi sconnesse, che non le erano dettate né dal cuore né dalla ragione. Così i suoi rari incontri finivano sempre alla stessa maniera, i compagni la guardavano perplessa e si allontanavano dicendo: ”NONSO’?’”.
Solo quando, durante la notte il cielo era sereno e pieno di stelle, si appoggiava sul davanzale della finestra e si lasciava trasportare dall’immaginazione contemplando il lontano orizzonte. Accarezzava i suoi sogni con la speranza di poterli esaudire: desiderava solo trovare compagni con cui condividere giochi ed allegria.
Quando fu un po’ “cresciutella” iniziò a frequentare la scuola dove erano impartite la cultura e le regole essenziali per entrare a far parte del mondo dei grandi. Anche qui RIFITAFA non riusciva a fare comunella con nessuno e, per quanto si sforzasse nel volere raccontare le sue fantasie ed i suoi bisogni, nessuno riusciva a capire il significato del suo “dire”.
Gli insegnanti decisero, allora, di prendere contatto con un guaritore. Costui, dopo averla sottoposta a diverse visite, emise il suo responso: “La bambina è afflitta da una malattia denominata “SINDROME DI PETER PAN”. Secondo il suo parere, RIFITAFA non avrebbe mai detto addio all’infanzia, perché era felice del suo stato e voleva, all’infinito, crogiolarsi nel suo dolce far nulla senza stare tanto a riflettere, visto che, era il suo forte.
Purtroppo il guaritore non possedeva il senno del poi che ti offre la possibilità di vedere le cose in maniera obiettiva. Non conosceva i desideri e la tristezza che affliggevano l’anima della fanciulla e probabilmente riteneva la sua scienza una materia infallibile.
Così fu subito riunito il consiglio scolastico e fu presa la decisione di cercare una persona competente ed esperta che affiancasse RIFITAFA, così da riuscire a comprendere le sue parole e i suoi pensieri più reconditi.
L’incarico fu affidato ad una Fatina che aveva il compito di mediare fra RIFITAFA e gli altri: alunni e insegnanti. Purtroppo il tempo passava e la Fata, per quanto si sforzasse, non riusciva ad entrare in quel mondo incantato; forse era troppo impegnata ad ascoltare i suoi pensieri personali, oppure non aveva mai fatto suo il segreto che la volpe aveva svelato al Piccolo Principe: “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”(2).
Accadde allora, che col passare del tempo, la Fatina buona si trasformò in una strega cattiva ed annunciò, in tono perentorio a tutto l’ordine scolastico che la bambina non sarebbe riuscita mai e poi mai a superare l’esame. La risposta emessa fu per RIFITAFA spietata: lei desiderava crescere, e si proiettava nel futuro con la speranza di entrare a far parte del mondo degli adulti e di praticare l’arte della cucina.
Supponeva che solo così sarebbe riuscita a trovare la felicità mai posseduta.
Intanto il tempo passava.
RIFITAFA continuava sempre a mantenere chiare le sue attese per il futuro, ma aveva perso tutte le speranze ed era sempre più sola.
Accadde per caso, o forse come spesso succede nella favola della vita, il fato le diede una mano?! …Iniziò a frequentare un luogo dove vi erano tanti altri bambini che parlavano la sua stessa lingua, sapevano leggere il cuore delle persone e, come lei, erano inventori di sogni. C’erano anche persone adulte, forse maghi e fatine (NONSO’), che avevano il compito di insegnare loro, con parole semplici e cose pratiche a crescere piano, piano…senza fretta. Il tempo è la migliore delle medicine e ti aiuta a crescere, prescindendo anche dall’età biologica.
Non c’erano esami da superare e le giornate erano caratterizzate da lavori che assomigliavano a giochi e giochi che assomigliavano a lavori: insomma una sorta di confusione molto ordinata. I grandi che affiancavano i piccoli avevano studiato in una scuola “speciale”, che insegna a non scordarsi mai che in ognuno di noi, anche se si è adulti, in fondo al cuore è sempre presente il fanciullino PETER PAN. Per questo, tutto il gruppo unito, s’impegnava quotidianamente a lottare per non essere considerato “LA CIURMA DELL’ISOLA CHE NON C’E’”.
Ora RIFITAFA si sentiva appagata, conosceva persone nuove ed era impegnata in tante attività, creative e lavorative compresa l’attività in cucina: in alcune giornate stabilite aiutava la cuoca a preparare prelibati manicaretti da offrire ai compagni della collettività.
Ma in fondo al cuore, RIFITAFA, non si sentiva completamente soddisfatta.
Cosa le mancava?
Forse non riusciva a dare il giusto valore alle sue capacità?
E, se non riusciva ad apprezzare totalmente le sue capacità ed il suo intrinseco valore, forse non apprezzava nemmeno se stessa?
Le mancava forse il fantomatico “attestato” per entrare nel mondo degli adulti?
1999: e’ troppo tardi?…
(A coloro tuttavia che sono fuori, tutto succede per metafore,
Perché vedano con occhi vedenti eppure non sappiano,
E odano con orecchie udenti eppure non capiscano) (3).

… E come, solitamente, accade nelle favole …

No, non è stato troppo tardi.
R.P., che frequenta la cooperativa sociale L’Orto (Azienda Agrobiologica con finalità socio-riabilitative con sede a Minerbio, nella quale sono inseriti ragazzi con difficoltà), ha conseguito nel giugno di quest’anno, il diploma di LICENZA MEDIA all’età di 18 anni.
Finalmente il suo sogno si è avverato.
Capita molto raramente che un portatore di handicap consegua il suddetto diploma come privatista, come d’altra parte è molto raro che un disabile non lo consegua, dopo la frequenza della scuola dell’obbligo.
R.P. è stata aiutata da una serie di circostanze favorevoli.
Innanzi tutto gli Educatori della cooperativa hanno creduto in lei e nelle sue capacità, e hanno cercato il modo di aiutarla per soddisfare le sue esigenze. Sono stati supportati dai Servizi Sociali dell’A.S.L. Bologna Nord (nello specifico si è prestato l’educatore professionale, già suo referente, del distretto di Budrio), che si sono fatti carico delle competenze burocratiche. Pertanto, hanno preso contatto con la scuola media del territorio (Granarolo, con sede staccata a Minerbio), la cui preside, dopo aver consultato la normativa vigente, ha dato il proprio assenso all’iniziativa.
(Contrariamente a quanto si possa pensare, non esiste, né una legge che ostacoli, né una legge che consenta il conseguimento del titolo in questione da parte di un privatista svantaggiato).
Di fatto, il grosso del lavoro è stato portato avanti dagli educatori della cooperativa sociale. Una di loro, supportata da un tutor esterno, si è incontrata con i docenti della classe con cui R.P. avrebbe dovuto sostenere la prova. In particolare, un’insegnante, incaricata dalla preside, è stata di riferimento. Lei ha collaborato alla stesura del progetto individualizzato, lei ha dato suggerimenti preziosi per i libri di testo da utilizzare, lei ha seguito l’operato dell’educatrice a contatto con la ragazza. All’interno dei locali, della cooperativa, uno spazio apposito è stato adibito ad aula scolastica. L’alunna, come tutti gli alunni del resto, qualche volta ha sbuffato per i compiti, ma nel complesso si è dimostrata seria e volenterosa. Periodicamente, si può dire che abbia seguito un corso speciale per lavoratori, perché nella sua giornata, le ore di lavoro erano alternate a quelle di studio. Anzi il suo lavoro era collegato allo studio, poiché ogni attività da lei svolta era messa in relazione all’attività didattica (contare le cassette d’ortaggi, apparecchiare la tavola a seconda del numero dei commensali e altro, aiutandola, in qualsiasi circostanza, a sollecitare e a valorizzare la sua produzione verbale.)
Un dato importante: inizialmente ci si è prima accertati quanto, la ragazza avesse appreso negli anni di frequenza scolastica e quanto avesse conservato. Da qui siamo partiti per consolidare ed ampliare le sue conoscenze.
Dopo mesi di lavoro, ecco giugno con l’esame.
La classe in cui R.P. è stata inserita, la 3 A della scuola di Minerbio, era pronta ad accoglierla, grazie alla presentazione, fatta in precedenza dagli insegnanti.
Lo svolgimento pratico delle prove è stato brillantemente coordinato dalla presidente della commissione d’esame: la preside della scuola media di Castel Maggiore. E’ lei che ha saputo dissolvere i timori dell’educatrice di riferimento, inserendola a pieno titolo nella commissione esaminatrice.
L’operatrice, della cooperativa, temeva soprattutto una reazione “negativa” da parte della ragazza, che avrebbe “rischiato” di mandare a monte il lavoro di mesi. (R.P., infatti, è caratterizzata da un comportamento ansiogeno che la porta, in alcuni frangenti, ad avere un mutismo improvviso; questo atteggiamento è in gran parte imputabile alla non completa conoscenza dei nuovi ambienti e delle persone in esso operanti.). Aldilà d’ogni timore, R.P. ha sostenuto tutte e quattro le prove, i tre scritti e l’orale, come tutti gli altri alunni. La ragazza è apparsa tranquilla, sicura di sé e non ha manifestato nessuna variazione d’umore, né per la prova che stava sostenendo, né per l’ambiente e le persone a lei semi-sconosciute, finché…non è scoppiata in un pianto di felicità, nel momento in cui le è stata comunicata la promozione!
Ecco finalmente, a discapito di quello che le avevano pronosticato anni prima, R. è entrata a far parte del mondo degli “ADULTI”.
Allora: e’ troppo tardi?
Adesso, Novembre ‘99, possiamo proprio rispondere NO!

“Tutti gli esseri hanno bisogno di essere alimentati dall’alto.
Ma l’elargizione di nutrimento ha il suo tempo, e bisogna attenderlo.
Le nuvole nel cielo sono dispensatrici della pioggia che allieta tutto il mondo vegetale e fornisce all’umanità cibo e bevanda.
Questa pioggia verrà a suo tempo. Non si può costringerla a scendere, bisogna attenderla (...). Forza davanti a pericolo non agisce precipitosamente, ma sa attendere,
mentre debolezza davanti a pericolo si agita e non ha pazienza di attendere.
L’attesa.
Se sei verace hai luce e riuscita.
Perseveranza reca salute”.(4)


Guido Gozzano: Fiabe e novelline (Sellerio editore, Palermo)
Antoine de Saint-Exupery: Il piccolo principe (tascabili Bompiani)
Friedrich Dürrenmatt: Racconti (edizione economica Feltrinelli)
I ching: il libro dei mutamenti – oracolo della saggezza (Adelphi)

Pubblicato su HP:
2000/73