Un consultorio familiare nato dall'esperienza di coppia

01/01/2003 - Luciano e Rita Sgaravato

Un consultorio familiare nato dall’esperienza di coppia di Luciano e Rita Sgaravato Perché abbiamo pensato a far nascere un’associazione con l’obiettivo di promuovere e sostenere i valori della

 

famiglia? La motivazione è partita da lontano tanti anni fa, e si colloca entro un’esperienza. Al decimo anno di matrimonio ci fu fatto l’invito a partecipare ad un fine settimana sulla comunicazione di coppia. Ritenevamo di non aver problemi di comunicazione. Abbiamo invece toccato con mano che non ci dicevamo proprio tutto. Avevamo argomenti che non affrontavamo se non in generale, senza comunicarci l’esperienza nostra personale. Eravamo convinti che il nostro dialogo fosse quanto di meglio può accadere a due sposi. Ci siamo resi conto che il dialogo aperto, sincero e caloroso aveva bisogno di coinvolgimento maggiore come, per esempio, la comunicazione dei sentimenti fatta nella fiducia. In dieci anni di matrimonio non avevamo mai litigato; abbiamo anche scoperto la validità positiva del litigio e del confronto franco e onesto. Ci siamo accorti che il nostro rapporto poteva essere costantemente migliorato. Abbiamo anche visto, contrariamente a quanto pensavamo, che avremmo potuto un giorno trovarci nelle medesime difficoltà che avevamo notato in altre coppie di sposi. Non pensavamo che alla base delle crisi di coppia c’è la difficoltà di dialogare. Quella scoperta ci ha fatto vedere che molte coppie avevano problemi ed entravano in crisi perché il dialogo veniva meno, e alla delusione subentravano la recriminazione, i rancori, i confronti sul “che cosa hai fatto tu mentre io ho fatto tanto”, “ora tocca a te e non sempre a me”. Le esperienze incisive di quei due giorni erano legate all’ascolto, alla fiducia reciproca, alla comunicazione dei sentimenti. La fiducia è la chiave del dialogo e non c’è dialogo senza ascolto. Da lì è nata la nostra passione per la comunicazione nella coppia. Non volevamo tenere per noi qualcosa che ci aveva fatto bene; in più, avendo toccato con mano tante sofferenze nelle coppie anche nostre amiche, ci veniva spontaneo cercare di fare qualcosa di utile. Abbiamo pensato che si doveva dar inizio ad un consultorio matrimoniale. Progetto non facile da realizzare. Ha richiesto la sensibilizzazione di persone per tre anni consecutivi. Ogni martedì mattina ci trovavamo a progettare corsi di esperienza di comunicazione per coppie di sposi e per fidanzati. Fino a quando abbiamo deciso, insieme ad altri, di fondare un’associazione di volontariato che avesse come obiettivo immediato, a medio e a lungo termine, il dialogo in coppia. L’abbiamo chiamata “Associazione spazio famiglia”, anche se noi miravamo principalmente alla coppia, perché riteniamo che i figli, più che avere genitori che li amano, hanno bisogno di genitori che si amano. L’interesse alla famiglia, nel rapporto di coppia e nel rapporto genitori-figli, è andato crescendo perché abbiamo visto che le crisi matrimoniali colpiscono le giovani coppie con sempre maggior frequenza. Ciò che maggiormente ci ha fatto male è stata la sofferenza che c’è in ogni divisione, ma soprattutto la sofferenza impotente dei figli espressa nel loro mutismo e nel cambiamento di comportamento che non dà brecce ad entrare nella loro intimità. Perdono la fiducia nel mondo intero e diventano reattivi o si chiudono come conchiglie. Lacrime e lacrime bagnano le divisioni di coppia. Questo i mass-media non lo dicono, ma noi abbiamo potuto vederle.

 

Inizi di un progetto Abbiamo iniziato l’attività di consulenza per aiutare i singoli, le coppie e le famiglie ad individuare e chiarire i propri problemi, avendo la certezza che questo lavoro di chiarimento dentro di sé permette loro di individuare la soluzione adeguata alle loro difficoltà. Il sostegno che l’attività di consulenza procura è soprattutto di far vedere ad ognuno che è capace di gestire se stesso avendone le competenze e le risorse. Il Consultorio dell’Associazione è a Codigoro, che è il centro geografico del Basso ferrarese. Con l’attività consultoriale diamo risposta alle richieste di questo territorio. Abbiamo trovato difficoltà a reperire la sede. Non avendo fondi, non potevamo impegnarci a prendere in affitto gli ambienti di cui avevamo bisogno. Abbiamo cercato gli ambienti presso le parrocchie vicine a Codigoro per averli in comodato, ma senza risultati. Quando ormai pensavamo che il progetto avrebbe dovuto attendere, abbiamo avuto l’offerta di collocarci in un ambiente all’interno del Palazzetto dello Sport, da cui abbiamo ricavato tre spazi adatti a rispondere alle esigenze di segreteria, di consulenza e di incontri per piccoli gruppi. Le persone che offrono consulenza sono attualmente nove. Abbiamo iniziato nel gennaio del 2000 con tre consulenti. La squadra è coordinata da uno di loro con maggiore esperienza che cura, in équipe, l’assegnazione dei casi e l’organizzazione dell’attività in generale. La consulenza è seguita mensilmente dall’attività di supervisione effettuata da un validissimo psicologo psicoterapeuta, il Dott. Dario Contardo Seghi, presso lo studio del quale gli operatori si recano per la durata di più di due ore. Abbiamo sperimentato un grande entusiasmo e un forte affiatamento tra operatori. Difficoltà vi sono nel presentarci come tecnici in un settore che nel servizio pubblico è gestito sul versante medico. Infatti, nella cultura dell’ambiente, si conosce la psicoterapia, la psichiatria, ma non si è mai accostata la figura del consulente che si presenta come il tecnico della relazione di aiuto alla persona, alla coppia e alla famiglia. Nella nostra professione di insegnanti elementari prima e direttori didattici poi abbiamo seguito le vicende dei tempi.

Calo demografico e tossicodipendenza: due stimoli Due occasioni ci hanno fatto prendere in considerazione il rapporto genitori-figli: prima di tutto il calo demografico, che ha dimezzato in sei anni la popolazione scolastica, e poi il problema droga. Con il calo demografico sono apparsi vari problemi, tra cui quello dei genitori iperprotettivi verso i figli; si è esteso il fenomeno del figlio unico con sei adulti alle spalle (genitori e rispettivi nonni materni e paterni), è scomparsa in molti casi l’esperienza del fratello con cui condividere tutto, e si sono acuite in questi figli unici le esigenze di avere momenti sempre più frequenti di convivenza tra pari. Nonostante la premura degli adulti, si sono cominciate a verificare le difficoltà di gestione del rapporto genitori-figli, contemporaneamente del resto alle difficoltà nel rapporto insegnanti-alunno. La seconda occasione è stata la paura della droga, che cominciava a rendersi presente senza farsi conoscere. Per gli insegnanti la droga non era un problema scolastico, perché riguardava i ragazzi fuori dalla scuola dell’obbligo che erano generalmente maggiorenni. La droga cominciava ad essere uno spauracchio: si poneva il problema se nominarla o non nominarla, se parlarne o non parlarne a scuola come fatto di prevenzione, perché si temeva di fare pubblicità al prodotto incrementando il mercato. All’inizio della nostra carriera professionale, il rapporto con i genitori è stato sempre di colloquio individuale nei momenti prestabiliti dalla consegna delle pagelle o per richieste singole. Diventati ambedue direttori didattici, il problema del rapporto con i genitori si è posto in maniera consistente. Per saperne di più della droga ci siamo avvicinati a una comunità di accoglienza del Ceis di Ravenna, e lì siamo incappati nel problema del rapporto con i genitori. Il problema droga, per essere risolto, doveva coinvolgere i genitori, i fratelli, i fidanzati o le fidanzate e i parenti tutti dei giovani che avevano problema di dipendenza dalla “roba”. Il recupero consisteva nel rifare i rapporti in famiglia tramite il dialogo, l’accettazione delle persone per quello che valgono e non per quello che fanno. Si puntava sulla cultura dell’essere e non dell’avere. Stranamente, negli incontri ai quali per vari anni abbiamo partecipato a Ravenna, non si parlava di droga ma di dialogo. Come dirigenti scolastici ci siamo dati da fare per riunire i genitori e discutere con loro sul rapporto genitoriale. Si facevano quattro serate per toccare alcuni temi forti come l’ascolto, il dialogo, i permessi e la valorizzazione dei figli (accettazione incondizionata). Le riunioni erano molto affollate, i genitori rimanevano toccati: molti concludevano dicendo di avere sbagliato tutto nel rapporto con i figli, altri invece si ponevano nell’atteggiamento di valorizzare i figli perché questi si sentissero accolti, stimati, considerati validi e capaci di dialogo. Tutte le serate confermavano la necessità di avere un dialogo che era mancante o che poteva migliorare. Le serate erano così strutturate: venti minuti per l’esposizione di un tema, cui facevano seguito i lavori per gruppi di genitori, in cui un animatore guidava gli interventi e poneva domande mirate a stimolare le singole persone a vedere la propria vita e non a fare discorsi o riflessioni. L’obiettivo non era dibattere problemi, ma fare piccole esperienze capaci di incidere sul comportamento delle persone e renderle coscienti di poter migliorare le proprie capacità di mettersi in rapporto. Sono stati anni intensi al termine dei quali, nel delta veneto, è nata l’associazione di volontariato “Solidarietà Delta” per il recupero dei giovani dalla tossicodipendenza. Insieme ad alcune insegnanti, alcuni genitori e giovani del luogo si sono dati da fare ed oggi è nata una struttura di accoglienza che opera in collaborazione con la Caritas diocesana e la Struttura sanitaria locale. Le origini di questa associazione e la sua attività risalgono appunto a prima del 1992, anno di comparsa della circolare ministeriale che invitava le scuole ad interessarsi del rapporto genitori-figli.