Un abito per l'identità

01/01/1993 - Cesare Padovani

Rivelo subito le due letture d'appoggio da cui parto per "vestire" queste mie riflessioni sui rapporti tra moda e handicap. Si tratta di due classici: "Miti d'oggi" di Roland Barthes e "Il cotto e il crudo" di Claude Lévi-Strauss, tenuti insieme da altre leggere imbastiture quali "La metafora della pubblicità" di Alberto Abruzzese nonché da cerniere "di moda", fin troppo utilizzate, che partono dai sillogismi di Aristotele per arrivare fino al "significante" di Fernand de Saussure.

Confondersi ed emergere

Come uno stilista, pertanto, ho steso sul tavolo da lavoro i miei strumenti; ora devo fare i conti col soggetto, un soggetto a dire il vero esigente che pretende un abito speciale. Si tratta di un "cliente" che vuole ottenere due risultati dallo stesso suo corpo: apparire, in quanto soggetto portatore di un comportamento insolito che non intende negare le proprie caratteristiche, e al tempo stesso mimetizzarsi, in quanto soggetto desideroso di essere a proprio agio tra gli altri, per non sentirsi escluso, per comunicare meglio. In effetti, confondersi ed emergere allo stesso tempo è un'aspirazione abbastanza generale ed è una conquista non certo facile da raggiungere, ma diventa operazione complessa nei casi in cui il corpo o il comportamento della persona non abbia una notevole malleabilità.
La parte "socializzante" di noi tutti ci spinge ad adottare segnali (D. Morris, "L'uomo e i suoi gesti"), anche minimi, "graditi" agli altri: può essere un foulard colorato in occasione di una festa oppure una tuta da ginnastica per un incontro in palestra, un distintivo adatto a quella precisa circostanza. Al di là della funzionalità, spesso si adottano, nell'abbigliamento, comportamenti non sempre legati ad un vantaggio pratico: comportamenti che stanno ad indicare un messaggio, più legati ad una ritualità, o necessitati da un momento d'appartenenza ad un clima culturale preciso, anche se provvisorio.
Così è abbastanza frequente nelle località sciistiche di montagna vedere al ristorante distinte persone camminare in maniera impacciatissima a causa degli scarponi rigidi che si preferisce non togliere per mantenere una evidente immagine prolungata di quell'esercizio sportivo anche oltre i campi da sci. Questi momenti di camminate ortopediche diventano "d'obbligo" in certi ambienti, dal momento che assecondano le immagini che ci vengono fornite dalla cultura (I. Calvino), mentre diventano oggetto di "visione anomala" o sconcertante se utilizzati da chi è costretto nella scelta di una necessità deambulatoria.
In tal senso la scelta di un abbigliamento eccentrico rispetto all'uniforme del quotidiano diventa ugualmente norma mimetica nei casi appunto in cui si voglia ottenere un riconoscimento di ruoli e funzioni, oppure per offrire uno spettacolo
eccezionale, e piacevole,. come nelle sfilate di moda, dove chi guarda è lì apposta per aspettarsi una "diversità" estetica, anche eccentrica, fuori dal consueto; mentre qualsiasi forma (seppur minima) di trasgressione rispetto all'uniforme del quotidiano, che sia condizionata però da necessità (come una sedia rotelle, un paio di scarpe ortopediche, oppure un guanto o un bastone), diventa immediatamente "visione turbante".

Visione turbante

Qui evidentemente scattano grovigli di emozioni, con varianti che vanno dalla pietà al disgusto alla paura, le quali investono il profondo della nostra sfera pulsionale. Quale possibile condizione per sé, l'anomalia è vista come in uno specchio e viene quindi silenziosamente temuta. La si evita o la si cataloga quasi per autodifesa, non tanto per quello che si condivide con chi la porta quanto piuttosto per quello che si suppone possa rappresentare il suo "danno". La rapida lettura esteriore conduce in effetti a denotare un'intera esistenza: attraverso quell'abito che suggerisce quel comportamento.
Quel preciso segnale quindi è sintomo di qualcosa che ne prova l'esistenza, la sostanza, il tutto.
Ecco allora che benessere e malessere, realizzazione e perdita, salute e malattia, autonomia e bisogno, vengono "decifrati" attraverso le loro più immediate rappresentazioni, attraverso appunto l'abito. Un abito possibilmente indossato con disinvoltura...
Se è popolarmente vero che "l'abito non fa il monaco", è altrettanto realistico supporre che ogni monaco si costruisca il proprio abito, secondo le circostanze, perché egli sa di non sfuggire ad una determinata cultura dello sguardo. Sembra giustificata, allora, l'iniziativa di alcuni stilisti di "vestire alla moda" anche la persona con un comportamento trasgressivo o non docile ai modelli estetici consolidati. Ma "come?" è 'interrogativo inevitabile. Evidenziando e quindi valorizzando l'immagine inconsueta, oppure mascherando, coprendo i "difetti" con addobbi, con forme plasmate ad hoc per contribuire alla mimesi, a confondersi con gli altri costumi, con le omologazioni delle diversità?
Scrive Miriam Massari sulle pagine di Avvenimenti: "Detesto che sia la sedia a decidere come devo vestirmi... Inoltre non potendo più cambiare posizione col corpo, voglio cambiare l'abito, il modello, le stoffe e i colori". È questa una reazione vivacissima e creativa, che non ha niente a che tare con l'aspirazione imprenditoriale di produrre una "moda nella moda", o, per usare una definizione pedagogica, una moda "differenziata": parte piuttosto da un forte desiderio di
richiesta di identità, che pur accettando l'irreversibilità del destino (o della condizione necessitata) gioca con lui mascherandolo, lo trasforma, per aprirlo così a un possibile dialogo, ad una domanda insoddisfatta ma autentica, sfiorando persino l'ironia. Anche in questo caso, l'elemento effimero si contrappone a segno indelebile (per dirla con Omar Calabrese), e l'immagine duratura nel tempo - che è l'eternità del soggetto - si veste del provvisorio.

Il grido dell'abito

Esiste allora un grido rappresentato da un abito in grado di raccogliere, seppure per un tempo limitato, le tracce di una persona, della sua identità sommersa?
Non è certo l'abito indossato da Antonietta Laterza, anche se dichiara con comprensibile orgoglio di essere l'unica cantante-donna in Italia, e forse nel mondo, che sale un palcoscenico sopra una sedia a rotelle (Repubblica, 14/4/1993). Questo l'ha fatto dieci anni or sono anche la soubrette Donna Summer spinta su una sedia a rotelle fino all'entrata di un famoso teatro di New York, con un marchingegno pubblicitario ben più machiavellico (stavo per scrivere andreottiano). La notizia fu riportata dalla rivista Gli Altri (intento era quello di scioccare il grande pubblico con la sconcertante visione dell'handicap costruito artificialmente. Durante il tragitto gli sguardi dei fan esploravano due campi semiotici (o due zone di segni) antitetici: quello superiore, vincente, erotico, che mostrava la prorompenza del seno, la voluttuosità della spalle, la sensualità del viso; e quello interiore, perdente, negato, che non mostrava altro che una coperta quale segno di pudore di fronte a rifiuto. L'uno esaltava e l'altro avviliva: era la stessa donna, era la stessa persona che, spezzata in due, mandava due messaggi contrari; ma era anche la stessa persona che, così spezzata, si contrapponeva al ricordo della sua interezza perduta. Quand'ecco, a pochi metri dal palcoscenico, l'inatteso stupefacente: la soubrette Donna Summer scatta in piedi, allontana da sé la sedia a rotelle, getta via la coperta e, mostrando le fragranze delle sue nudità, dà il via alla sua danza. Gli sguardi, così, hanno avuto la restaurazione delle loro certezze: miracolosamente ogni parte s'è ricomposta nel tutto armonico di Donna Summer, e lo stesso abito che portava prima si è riempito di un portamento che gli spettava, il corpo tutt'intero.

Quando siamo interi

A questo punto la domanda fondamentale è un'altra: quand'è che siamo interi?
In termini di abito in senso lato, siamo interi quando i segni del nostro mostrarsi (vestiti compresi) giocano con "sintassi coerente" (Roland Barthes): possono sbizzarrirsi nei richiami, negli stili, nelle allusioni, nelle figure di invenzione, possono evidenziare un aspetto, un gesto corporeo, oppure porre in risalto la parte più eloquente di sé e possono anche provocare contrasti, come un foulard con una sedia a rotelle e come una "passeggiata meccanica" sul bagnasciuga del mare... purché sia fatto con prudenza, con sapiente dosaggio, con gusto.
Allora, con questa attenzione così alle dosi, all'esteriore e interiore, l'immagine che si offre di sé e le proprie emozioni si parleranno, provocando dialoghi di simpatia: così come il piacere dell'indumento intimo a contatto con la pelle rappresenterà il segreto pudore dei nostri pensieri, in sintonia con il vestito con cui ci mostriamo a chi invitiamo a banchetto del nostro dialogo. Lévi-Strauss parlerebbe di "eso-cucina", una sorta di arrostita all'aperto, con sapori forti, alla quale s'invitano festosamente gli amici; ma questo presuppone sempre una "endo-cucina" contigua all'altra, più intima, riflessiva, di sapori delicati, di aromi tenui, di sussurri, di confidenze...
Non è sostenibile, pertanto, una moda per l'handicap; sarà meglio parlare di un modo d'essere: questo sì è autentico.
Occorre inventarlo.