Uguali o diversi?

29/06/2011 - Giovanni Preiti

Questo è un interrogativo che da anni, come Progetto Calamaio, proponiamo agli studenti delle classi di tutta Italia. Durante gli incontri nelle classi facciamo ai ragazzi la seguente domanda: “Secondo voi Stefania (che è un animatore del Calamaio in carrozzina, per chi non la conoscesse) è diversa o uguale a voi?”. Questo quesito può essere facilmente traslato al mondo sportivo: gli atleti disabili sono uguali o diversi dagli atleti normodotati? In questi anni mi sono sempre battuto per fare in modo che i diritti degli atleti disabili fossero gli stessi di quelli dei normodotati, per far sì che le strutture siano accessibili a tutti, per cercare di creare la cultura dello sport per persone disabili. Ma dove siamo arrivati adesso? Sicuramente ci sono stati grandi miglioramenti, anche se siamo ancora lontani da una situazione ideale. In realtà non so bene neanche quale sia la situazione ideale; forse bisognerebbe che nelle scuole, nei centri sportivi, nei palazzetti, negli stadi, sulle piste da sci, ma anche nei giardini pubblici, ci fosse la reale possibilità di far praticare a tutti lo sport. La realtà è che lo sport non è uguale per tutti, e l’Italia è proprio l’esempio di questo: ci sono grandi differenze di interesse, di investimenti, di cultura all’interno del mondo dello sport italiano, basta fare un ragionamento sui numeri. Ad oggi il CONI, che è l’organo che ha la giurisdizione dello sport in Italia riconosce: 43 federazioni sportive, 17 discipline associate, 17 enti di promozione nazionali, un ente di promozione territoriale, 18 associazioni benemerite; sono affiliate al CONI oltre 65.000 società sportive e il numero di tesserati è superiore a 8 milioni. Di queste più di un terzo sono società di calcio, il resto va diviso per le restanti 42 federazioni, dentro queste c’è il CIP, Comitato Italiano Paralimpico, che nel 2006 contava 642 società affiliate; ora non conosco tutti i numeri dello sport in Italia, ma credo che il CIP si trovi nella stessa situazione, almeno per quello che riguarda i numeri, di altre federazioni e rientra quindi tra quelli identificati come sport minori. Bisogna quindi essere consapevoli che in Italia tutti gli sport sono diversi dal calcio e da pochi altri; è quindi impossibile solo pensare a una situazione di uguaglianza. Non verranno mai spesi milioni di euro per costruire stadi per persone disabili, o piste di pattinaggio, o campi da baseball, o da pallamano; l’importante è che per chi vuole praticare uno sport, ci sia la possibilità di farlo, anche se ha un deficit. Quello che credo di poter affermare con tranquillità, al di là di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare, è che non ci sono grosse differenze tra atleti disabili e non disabili, questo nel bene e nel male; non sono solo luci quelle che brillano sugli atleti paralimpici, ad oggi non si sono riscontrati casi di doping tra i nostri atleti paralimpici e mi auguro che non ce ne siano mai, ma nelle altre nazioni non è così. Leggendo un’intervista sul sito delle recenti Paralimpiadi di Torino a Danilo Destro, vice-campione italiano di Curling, alla domanda su cosa pensa del doping risponde così: “Lo sport è competizione, le pressioni a cui sono sottoposti gli atleti sono crescenti e c’e’ chi, per ottenere risultati migliori e non essere tagliato fuori da un mondo sportivo sempre più esigente, si spinge oltre. Non mi sento di escludere che il doping possa riguardare anche il mondo Paralimpico”. Vi sono stati cinque casi di doping ad Atene, che hanno sporcato l’immagine di uno sport simbolo di una rinascita sociale, di vittorie sulle avversità della vita. Un controsenso della umanità e non soltanto agonistico, forse è un segno di uguaglianza, un tentativo di adeguarsi allo sport dei record e della ricerca delle prestazioni oltre ogni regola. Di una cosa sono certo: i “dopati” delle Paralimpiadi hanno un peso in più sulla coscienza, possono sentirsi uguali a quelli normali, purtroppo. Noi del Calamaio chiudiamo il gioco dell’uguale o diverso, cancellando la “o” e mettendo una “e”; sì gli sportivi disabili sono uguali e diversi dagli altri; quello che mi auguro è che siano uguali nel raggiungere, con il cuore, con il sudore e con il cervello ogni traguardo, e diversi come sono tra loro diversi tutti gli uomini.

 

 

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Scuola ed educazione