U come Uomo Ragno

01/01/2002 - Stefano Gorla

È probabilmente il più famoso dei personaggi della casa editrice Marvel, e forse del mondo del fumetto. Idolatrato da milioni d’adolescenti che hanno appreso tra le sue pagine l’arte dell’identificazione con l’eroe, l’Uomo Ragno è l’indiscusso capofila di una seria di supereroi che hanno mutato gusti e sogni degli adolescenti dagli anni Sessanta ai giorni nostri.
Ugualmente avvezzo al fumetto e al cartone animato o al cinema, l’Uomo Ragno è forse tra i personaggi dei fumetti più conosciuto al mondo. Tanto noto da penetrare, senza grossi problemi, anche nel mare magno dell’immaginario collettivo planetario.
L’Uomo Ragno è la maschera di Peter Parker, maschera dell’eroe dietro cui si nascondono i tratti della quotidianità di un occhialuto e complessato studente da College. Gracile e coscienziosamente studioso, Peter è continuamente snobbato dalle ragazze. Il timido e marginale Peter dopo essere stato morso da un ragno “radioattivo” acquista la forza e l’abilità di un ragno, il tutto connaturato alle sue dimensioni umane. Agilissimo, ha facoltà di aderire a quasi tutte le superfici e possiede una sorta di sesto senso premonitore che individua in anticipo il tono di ciò che succederà. Il potenziamento dei sensi e l’allenamento fisico consentono a Spiderman prestazioni fisiche straordinarie.
In lotta con il crimine, Peter Parker alias Uomo Ragno, è la personificazione della figura del doppio, dei piani della realtà che si mischiano, una sorta di schizofrenico di carta.
Nato nel 1962 grazie all’abilità e al genio di Stan Lee e Steve Ditko, l’Uomo Ragno è tra quei personaggi a fumetti degli anni Sessanta che hanno ricevuto, attraverso banali incidenti, uno o più “doni” in grado di modificargli radicalmente la vita. Doni di cui non si capisce subito il segno e il valore, doni di confine tra il vantaggio e lo svantaggio, in bilico tra l’aiuto e l’handicap.
Gli anni sessanta si aprono, da questo punto di vista, con una piccola rivoluzione accesa da una minuscola casa editrice, la Marvel.
Nel novembre 1961 viene pubblicato un albo dal presuntuoso sottotitolo: “Il miglior fumetto del mondo” era il numero 1 di Fantastic Four (Fantastici Quattro) alla cui spalle stavano i fecondi Stan Lee (Stanley Lieber) e Jack Kirby: The Man e The King (l’uomo e il re), secondo il verbo della leggenda.
È la “silver age”(1) del fumetto supereroistico quella che nasce dalla “casa delle idee (2)”: una nuova epoca per i supereroi, dopo la prima ondata degli eroi tutto d’un pezzo che hanno cavalcato la prima metà del secolo scorso.
La formula migliore che sintetizza gli anni Sessanta, dal punto di vista del fumetto americano, sta nell’intuizione di Stan Lee: “supereroi con superproblemi”. È la formula che trasformerà la Marvel in un gigante. I combattimenti e le azioni esagitate iniziano ad avere come contrappunto momenti introspettivi nei solipsismi dell’eroe o negli elementi didascalici nella narrazione.
Al primo gruppo di supereroi, i Fantastici quattro, e alle sue dinamiche “comunitarie” (un aspetto inedito per il fumetto supereroistico) seguono nel 1963, un’altra amalgama di mutanti: gli X-Men, sempre ad opera di Stan Lee e Jack Kirby.
Gli X-Men sono un gruppo che si espanderà nei decenni successivi inglobando nuovi e fantasiosi elementi. Un gruppo di individui che manifestano nel loro organismo, qualche mutazione genetica. Li raccoglie e coordina, il carismatico professor Charles Xavier, brillante scienziato dagli enormi poteri telepatici inchiodato ad una carrozzella. Il professor Xavier fonda una sorta di scuola per mutanti allo scopo di educarli ad un uso consapevole e altruistico delle proprie capacità. Intorno al professore si raduna un primo nucleo di mutanti: Angelo, Bestia, Ciclope, Marvel Girl e l’Uomo Ghiaccio. Eroi adolescenti, come i loro lettori.
Se l’Uomo Ragno, come abbiamo accennato, acquisisce i suoi poteri “grazie” al morso radioattivo di un ragno, lo scienziato Bruce Banner, investito dall’esplosione di una bomba gamma, si trasforma ne l’incredibile Hulk, il colosso verde creato nel 1962, sempre dalla coppia Lee-Kirby, che nel medesimo anno pescando nella mitologia nordeuropea, danno vita al mitico Thor, il tonante figlio di Odino.
Iron Man (1963, l’Uomo di Ferro) è una strana commistione tra uomo, robot e un pizzico di androide uscito dalla fantasia di Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck. Nello stesso anno nasce il signore delle arti magiche Doctor Strange di Stan Lee e Steve Dikto.
Nell’anno successivo è la volta di Daredevil (1964, in Italia solo Devil) di Stan Lee e Wallace Wood. Il giovane Matt Murdock viene travolto da un camion carico di materiale radioattivo, perde la vista ma centuplica la sensibilità degli altri sensi; e diviene il difensore cieco, da supereroe e da avvocato, dei deboli e della legge.
Sono nuovi eroi con dubbi e paure, diventati – e questo è un paradosso - in qualche modo ‘umani’ grazie alle loro menomazioni. Eroi che vivono all’interno di quella quotidianità che rapisce tutti: eroi con problemi di denaro e di accettazione di sé.
Tutti possono diventare eroi, sembrano suggerire questi fumetti. Chiunque, soprattutto gli adolescenti, possono identificarsi negli amici di carta. Non è più il tempo dell’eroe senza paura, senza dubbi, senza errori. La Marvel, in un epoca di grande sviluppo economico e tecnologico, sforna eroi che da un dramma iniziale si ritrovano tra le mani superpoteri e ottime occasioni per gestirli al meglio, spesso con una particolare attenzione per l’altro: sia esso un debole o l’umanità. È il bene che si confronta anche con le proprie contraddizioni. È l’elogio del limite, dell’incarnazione dell’eroe fallibile, dell’eroe cui viene affidata una particolare abilità, una vera e propria diversabilità che crea potenzialità ma anche frustrazioni. Anche per questi giovani eroi ci sono i problemi adolescenziali, le piccole cotte, la timidezza, la scuola o il lavoro, la solitudine o l’amicizia; elementi che divengono spazio per affermare la propria individualità.
La geniale formula di “supereroi con super problemi” comparsa all’inizio degli anni Sessanta, oltre a definire un indirizzo creativo e a determinare una dichiarazione d’intenti, diviene la cifra con cui rileggere la realtà, il concetto di normalità e quello di devianza, quello di handicap e quello di diversabilità. Limiti fisici, più raramente psichici, divengono perno della narrazione. Possibilità di sviluppo narrativo, momento di riflessione e, addirittura, di educazione del lettore. Che acquisisce attraverso questi fumetti, a volte un po’ superficiali e spesso privi di ironia, alcune chiavi con cui decodificare la realtà.

NOTE
1 esiste anche una golden age del fumetto americano, identificabile con gli anni Quaranta, anni in cui nasce un gran numero di supereroi.
2 Così è generalmente definita la Marvel.

Parole chiave:
Creatività, Cultura