A tutto campo

01/01/1999 - Mauro Sarti

Questa ad Andrea Canevaro, è la prima di una serie di interviste fatte a persone note che operano nel campo del sociale. Una serie di domande che non riguardano un argomento in particolare ma che danno una visione a tutto campo del tema. Una chiacchierata non specialistica per guardare l’orizzonteAndrea Canevaro è uno dei tre professori di “pedagogia speciale” che esistono in Italia: Canevaro a Bologna, Montuschi a Roma, Smeriglio a Messina.. Solo tre, perché “di più sarebbe uno spreco di risorse” sembrano avere pensato i potenti organizzatori delle università italiane. Per questo deve girare l’Italia in lungo e in largo, correre a convegni, seminari. Valutare progetti, trovare il tempo per fare ricerca. E stare con gli studenti che frequentano il dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna di cui è il direttore. Con lui volevo fare una chiacchierata a tutto campo poi, sfogliando gli appunti che mi sono rimasti sul blocco, ho visto che a tante questioni non siamo riusciti a dare risposta. Con Canevaro ho così parlato di scuola, di formazione, d’integrazione. Di tecnologie e di ricerca.

L’impressione è che l’handicap sia un tema che viene spesso vissuto come superato, o messo da parte. Questo vale sia per l’immagine esterna che hanno le persone handicappate, per l’integrazione, per la ricerca scientifica. E’ d’accordo?

In parte sì e in parte no. Ho impressione che ci sia sempre la necessità di fare diventare eclatanti le cose, di stagioni tormentate. Invece servono tempi lunghi: ad esempio non è vero che la ricerca si è fermata. Se seguiamo la stampa estera vediamo che c’è un maggiore equilibrio, c’è più scienza e meno cronaca. E non solo per parlare del campo delle biotecnologie, ma anche facendo molta attenzione a quelle che si chiamano “risorse neurali”. Lo studio di cellule matrici di altre cellule, la cui funzione è attiva per tutto l’arco della vita... E’ una ricerca che non ha ancora una applicazione pratica, ma va in tutt’altra direzione della “programmazione della specie” che ha come obiettivo la riduzione dell’handicap. Mi sembra una ricerca fruttuosa e interessante.


E le tecnologie?

Si lavora molto sugli ausili. Ad esempio mi viene in mente come si stia cercando di educare una struttura informatica a sottotitolare un film per le persone sorde. Alcuni tecnici sono al lavoro utilizzando sperimentalmente la pellicola di “Pinocchio”, e questo procedimento aiuta molto la comprensione. Ma c’è un problema: bisogna educare voce per voce fino ad arrivare alla costruzione di una “banca di voci” che permetta poi di selezionare quella più simile fino ad arrivare alla sottotitolazione vera e propria. Sono a buon punto.

Eppure le risorse messe a disposizione non sono tante.

Il lavoro sulle tecnologie aiuta la produzione per la vita standard, la vita di tutti i giorni. E rendere flessibili gli standard comporta anche la diminuzione della disabilità: la produzione speciale è più cara, quella standard costa molto meno.

Se guarda oltre il Duemila cosa vede?

Vedo un rischio soprattutto: quello che porterà alla divaricazione tra una parte del mondo e l’altra. Tra il nord e il sud: nel 2006, secondo dati Unicef, una parte del mondo vivrà una diminuzione di persone handicappate del 14%; l’altra parte del mondo avrà un aumento di handicappati del 47%.

E in Italia?

In Italia vedo invece passi avanti per quanto riguarda l’integrazione. Certo, sono più privilegiate le zone d’Italia che hanno maggiore capacità organizzativa, e per questo io credo che bisognerebbe estendere a tutto il Paese l’esperienza dei “poli handicap”. Strutture che seguono la persona handicappata lungo tutto l’arco della sua vita, e quindi anche in età adulta. Quando invece in tanti credono ancora che basti trovare un lavoro, un primo inserimento, per risolvere la questione. Non è così, basta un evento non previsto, la morte di un familiare, la perdita del posto, per tornare indietro di anni. Naturalmente molto conta anche la scuola, e quello che per gli handicappati è il sostegno.

Parliamo di scuola, allora. E partiamo proprio dal sostegno.

Credo che ci sia stata un’enfasi eccessiva verso l’integrazione scolastica. Intendendola come integrazione “tout court”. Il mio parere è che bisogna storicizzare il sostegno, e non limitarsi ad una mera affermazione del “diritto al sostegno”. Non dico che non sia stata un’esperienza importante, ma bisogna anche guardare avanti: utilizziamo le risorse che sono a disposizione del sostegno, sblocchiamo i bilanci e investiamo quei soldi per fare cose diverse, produrre anche “servizi leggeri” che utilizzano le risorse che ci sono. Perché chi porta un bisogno porta sempre anche una risorsa.

Cosa manca in classe? E fuori dalle aule?

Servono insegnanti specializzati che siano in qualche modo stabilizzati, e soprattutto legati e presenti su un determinato territorio. Poi, non dimentichiamolo, siamo ancora molto indietro con gli interventi di carattere strutturale. Ancora oggi è una eccezione trovare un bagno attrezzato nelle scuole dove non frequentano più bambini con handicap, la tendenza è quella di sbaraccare tutto appena il bambino cambia scuola, oppure realizzare strutture posticce, in legno, smontabili poi appena non vengono più richieste per quel bambino specifico.

L’istituzione scolastica sembra ancora fare acqua da molte parti.

L’integrazione deve entrare nei programmi, non dimenticando anche di valorizzare il sapere della lingua italiana per usare i vocaboli giusti, un linguaggio corretto. Leggo ancora su molti giornali la parola “Down” con la lettera minuscola. In pochi sanno che stanno parlando del dottor Down, un medico che visse nello stesso villaggio dove abitò per quarant’anni Darwin. E poi: chi sa che in Italia sono 800.000 le persone Down?

Questione di programmi, di indirizzi ministeriali. O no?

A scuola non si studiano queste cose e invece andrebbero inserite nei programmi di biologia, di fisiologia... Una cosa che mi da molta amarezza è che molti bambini dopo avere passato magari cinque anni in classe con un bambino Down, facendo una bella esperienza, non trovano altri termini per definire questo handicap che indicare il nome del loro caro compagno di scuola. Questo non mi basta proprio: la scuola deve trasmettere conoscenza, deve trasmettere sapere.

Oppure colpa della politica?

La politica risente molto della superficialità cui accennavo prima. porta visioni parziali che hanno poi scarsa efficacia. Ad esempio io credo che bisogna mettersi a lavorare molto sulle “professioni di aiuto”. Quando nasce un bambino si possono prevedere tutte le tappe che interesseranno la sua vita (il pediatra, la maestra, poi il dentista...): bene, se durante la sua vita va incontro ad un abbandono deve intervenire allora il Tribunale dei minori. Mi domando: sono preparate queste persone? queste professionalità ad intervenire su casi del genere? Si conoscono tra loro i vari soggetti che vengono mano a mano chiamati in causa? Credo che bisogna soprattutto intervenire aiutando, formando le persone che già hanno un ruolo specifico nelle tappe dello sviluppo di un bambino, di una persona.. Coordinandoli e dando loro strumenti adeguati per affrontare i casi più diversi. Non vedo altre strade.

L’handicap, oggi, passa spesso anche in tv. La sua opinione?

Faccio parte della commissione Rai sull’handicap e la cosa che più mi ha colpito è la tendenza dei dirigenti Rai a intervenire sull’handicap con quelle che loro chiamano “pillole”: interventi estemporanei, di qualche minuto, buttati dentro al maggior numero di trasmissioni televisive e interpretati da personaggi noti del mondo dello spettacolo. Non credo assolutamente a questo approccio, sono cose pericolosissime: non mi fido, non ho alcuna certezza che questi personaggi famosi possano dire cose sensate e costruttive. Questo è un processo di vendita, non di comprensione.

Una proposta?

Bisogna invece lavorare per fare programmi che permettano di sviluppare delle conoscenze. E gli spazi ci sono: penso a “Sereno variabile”, a “Quark”, a “Linea verde”... Servono meno dibattiti e più linee di comprensione. Stavo pensando ad un programma sulle invenzioni, tutte le invenzioni. Quasi sempre sono collegate alla riduzione dell’handicap.