Turismo accessibile: due domande a Franco Bomprezzi sul tema della comunicazione e dell’informazio

01/01/2004

L’attenzione crescente al tema del turismo accessibile ha portato un cambiamento nel modo di fare informazione in generale e in particolare nell’informazione turistica?

Direi di no, purtroppo. Sono cresciute di numero e di qualità le segnalazioni di percorsi o di progetti legati all’accessibilità, ma questo avviene ancora solo nel contesto di un’informazione dedicata e “a parte”, non semplicemente “normale”. Manca, tuttora, una consuetudine, da parte dei giornalisti esperti di turismo e di viaggi, a inserire nei propri servizi anche le informazioni essenziali relative alla fruibilità dei luoghi, degli ambienti, degli itinerari, delle strutture ricettive (alberghi, ristoranti, ecc.). Si tratta di un processo culturale abbastanza lento, perché in effetti anche l’offerta turistica non segnala sistematicamente come un effettivo “plus” le informazioni sull’accessibilità per tutti, anche quando esse ci sono. Sembra quasi che si ritenga in qualche misura non positivo segnalare che una località, un albergo, una meta qualsiasi, è anche pienamente accessibile alle persone con disabilità. Va detto, però, che solo nell’ultimo anno si sono sviluppate iniziative sistematiche di informazione e di formazione su questo tema.

Come, in futuro, l’attenzione all’accessibilità (di luoghi fisici e virtuali) può diventare parte del bagaglio professionale del lavoro del giornalista?

Credo che sia fondamentale inserire stabilmente nella formazione professionale dei giornalisti nozioni di qualità, riguardanti la cultura, i diritti, le aspettative, le esigenze, le differenze, delle persone con disabilità e non solo. L’accessibilità è un concetto di per sé in rapida evoluzione, da una visione ristretta al tema delle barriere architettoniche (con un occhio rivolto solo a chi vive, come me, in sedia a rotelle) a una concezione molto più ampia di mobilità per tutti. Questa evoluzione potrebbe favorire un atteggiamento di mainstreaming nel mondo dell’informazione giornalistica, anche di settore, ma occorre molto lavoro professionale, e non soltanto emotivo.