Tra centri professionali e laboratori protetti

01/01/2004 - Mario De Pasquale

Il mancato inserimento lavorativo, o il non concludere l'iter scolastico, possono dipendere da diversi fattori. Vi possono concorrere cause esterne, o problematiche legate alla gravità dell'handicap. Se il soggetto diversamente abile giunge a questo punto, viene preso in carico dall'Ausl, che tra le varie soluzioni a sua disposizione può scegliere di avviarlo verso i corsi di formazione professionale, fino al raggiungimento del diciottesimo anno di età, e poi di inserirlo in un Centro di lavoro protetto.
I corsi di formazione professionale conducono gli allievi che vi partecipano su un cammino fatto di esperienze cognitive e di relazioni interpersonali al fine di svilupparne le capacità di autonomia e di interrelazione. I corsi dovrebbero preparare al lavoro, all'inserimento nella fabbrica, o in qualsiasi altra struttura produttiva.
I centri di lavoro protetto sono invece dedicati a chi, disabile, pur avendo concluso il percorso formativo, obbligatorio fino al diciottesimo anno di età, non è riuscito ad inserirsi in una azienda.  Ma non solo.
All'interno del tessuto sociale e produttivo un centro di lavoro protetto ha diverse funzioni. Può rappresentare lo strumento per il recupero e il conseguimento di maggiori abilità da spendere nel mondo lavorativo, o farsi carico di una funzione di ammortizzatore, in grado di alleggerire i problemi dei familiari della persona diversamente abile. Altrimenti possiamo intenderlo anche come una camera di decompressione, viste le difficoltà oggettive che un disabile incontra nel collocamento all'interno delle aziende del mondo del lavoro "normale". 
Per capire come funzionano ne abbiamo visitato uno, gestito dall'Opera dell'Immacolata di Bologna.

L'Opera, diretta da don Saverio Aquilano, ora fondazione come statuto giuridico, ha una storia antica. Nasce nel 1845. Le origini la vedono impegnata nel dare aiuto ai giovani diseredati. Continua così la sua funzione sociale fino al 1957, quando nasce il Comitato bolognese formazione professionale giovani lavoratori, una libera associazione che vede al suo interno figure come Luigi Pedrazzi e Giuseppe Dossetti. Il comitato promuove la formazione al lavoro per le classi disagiate, e collabora con l'Opera Pia, proprietaria degli stabili dove vengono tenuti i corsi. Una sinergia tra chi ha il capitale e chi ha le idee.
Nel 1968 (è l'anno del varo delle leggi 482/68 per il collocamento al lavoro, e della 118/68 per la formazione professionale dei disabili) l'Opera decide di affrontare il problema delle persone con deficit mentale. Un'attività portata avanti fino ai nostri giorni.

Due sono i rami d'attività: il Centro di lavoro protetto, e il Centro di formazione professionale.  
Confermando il frazionamento, che francamente appare eccessivo, tra le competenze delle strutture pubbliche nei riguardi delle problematiche legate all'handicap, il Centro di lavoro protetto riceve i finanziamenti necessari al suo funzionamento dall'Ausl, mentre l'attività della formazione è a carico della Provincia.
L'obbiettivo ultimo per i due rami d'attività è quello dell'inserimento nel mondo produttivo vero e proprio.
"Il lavoro ha finalità formative, migliora la sicurezza, la stima di sé, la capacità di essere autonomi. Questa è la proposta centrale". Così afferma Walter Baldassarri, direttore dei Laboratori protetti dell'Opera. Al loro interno, conto terzi per aziende dell'hinterland, vengono effettuati lavori di confezionamento, montaggio, prevedendo anche l'uso di macchine utensili. "Lavoro vero", tiene a precisare Baldassarri. Con tempi di consegna da rispettare, e controlli per la qualità del prodotto. È prevista anche una forma di retribuzione, che all'Opera chiamano indennità di presenza. Il denaro incassato dalle commesse viene redistribuito secondo un principio egualitario basato sul numero delle presenze sul posto di lavoro. Ogni disabile incassa annualmente un migliaio di euro.   
Per la Oma Bargellini vengono assemblate prese elettriche, per una azienda di Ponte Ronca vengono montate valvole antiriflusso, per la Italfarad vengono confezionati carburatori. L'età media per i disabili mentali dell'Opera è indirizzata verso l'alto. Si va dai trent'anni ai sessanta. E non potrebbe essere diversamente. I più giovani seguono ancora il percorso della formazione, o vengono inseriti in azienda attraverso borse lavoro, mentre per i casi più gravi è prevista la frequenza in centri diurni. 
Complessivamente sono assegnati al centro 120 disabili. Il rapporto con gli educatori è di uno a dieci. Altri 17 operatori assolvono a compiti di accompagnamento, o contribuiscono a dare vita agli atelier di teatro, ceramica, informatica e cucina. 
Dalle 8.30 del mattino, fino alle 17 circa del pomeriggio, per cinque giorni alla settimana, i momenti di lavoro si alternano all'integrazione formativa attraverso la frequenza negli atelier.
Quattordici utenti frequentano il laboratorio di ceramica, mentre sono in tredici quelli che si trasformano in attori all'interno dell'atelier di teatro, realizzato in collaborazione con la compagnia Camelot. Entrambi gli atelier hanno frequenti momenti di contatto e confronto con il mondo esterno. Niente pietismo, insomma, ma il tentativo apparentemente riuscito di offrire al pubblico un prodotto artistico, compiuto sia tecnicamente che nei contenuti.   

Entrare nei laboratori dell'Opera di via Decumana e di via del Carrozzaio, rimanda ad una dimensione di officina artigiana anni '80. Macchine utensili un poco antiquate ma efficienti, gruppi di lavoro raccolti intorno a isole di produzione fatte di tavoli da lavoro attaccati gli uni agli altri. Si mettono insieme prese elettriche, o si assemblano sifoni. L'arrivo del "giornalista" è accolto con interesse. Strette di mano e baci sulle guance vengono riservate al visitatore. C'è aria di cordialità, e di famiglia. Allo stesso tempo, come ci fa notare Emma, nome di fantasia per una operatrice, stiamo entrando in contatto con persone, affette sì da deficit mentale, ma in maniera lieve. Ovvero siamo in contatto con individui che si rendono conto della loro condizione di handicap. E spesso ne soffrono. L'entrata dello straniero rappresenta la metafora dell'ingresso del mondo esterno nella loro vita. Accende speranze, rinfocola i sogni sepolti nel fondo del cassetto. Non è una forzatura fare il parallelo con la routine che appartiene alla vita dei "normali", anche loro sempre alla ricerca di novità che rendano un senso alla realtà del vivere. Anche qui è lo stesso. Una pulsione che ci viene confermata, anche se in maniera empirica, dal desiderio di molti utenti, di andare a spendere la pausa pranzo nelle mense delle aziende "vere". Come a volersi disegnare un'identità di lavoratore meno ai margini possibile.
Nulla da eccepire sulla qualità dei centri visitati, ma gli interrogativi restano. Quali sono i criteri che regolano la collocabilità dei “diversamente abili”? Qui ne abbiamo visti alcuni lavorare egregiamente, con buon controllo motorio, e rapidità esecutiva nelle mansioni assegnate. E, come confermato dalle biografie di alcuni di loro, all'interno del centro sono presenti anche figure di ritorno, reduci da inserimenti aziendali magari riusciti, e poi conclusi per cause diverse: il trasferimento dell'azienda o la sua chiusura; l'impossibilità di assicurare il trasporto del lavoratore sul luogo di produzione; l'aggravamento della condizione di handicap del disabile. Qualche volta sono le famiglie stesse a preferire il collocamento all'interno dei Centri di lavoro protetto, piuttosto che in fabbrica. Per evitare "noie", o perché per pregiudizio culturale credono troppo poco alle possibilità di recupero del congiunto.        
Dal 1968 al 1998 (fonte interna) l'Opera dell'Immacolata ha inserito nel tessuto produttivo bolognese 300 lavoratori con deficit mentale lieve. Le borse lavoro, attivate dall'Opera per il 2004 sono 2.

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Lavoro