Tra breve un nuovo regolamento

01/01/1997 - Marco Grana

In passato ci siamo trovati a commentare quello che sembrava uno dei passaggi finali della questione relativa al riconoscimento giuridico della figura dell’Educatore Professionale.

Si trattava della approvazione regolamento ministeriale che individuava la figura del Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica e Psicosociale (t.e.r.p.), avvenuta il 17 Gennaio 1997 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.61 del 14 Marzo 1997. Dopo quella data, però, a Brescia, in giugno, si è tenuto il congresso mondiale dell’AIEJI "Funzioni socioeducative in un mondo multiculturale", al quale, a diverso titolo hanno partecipato tra gli altri l’ANEP, l’AISEP (organizzatori), e il ministro della Sanità Rosy Bindi.

In questa sede, di fronte ad alcune osservazioni e domande del presidente dell’Anep, Paoletti, ed evidentemente a seguito di un dibattito che negli ultimi mesi ha coinvolto parecchi soggetti, il ministro si è impegnato a rivedere la questione, ed in particolare a formulare un regolamento che individuasse specificamente la figura dell’educatore.

Un operatore sociale e sanitario

Dopo alcune comunicazioni preliminari, il 14 Luglio nella sede del ministero della Sanità è stata definita una nuova bozza di regolamento che individua la figura dell’Educatore Professionale (e.p.). Prima di commentarla avvertiremo che a fine Agosto la bozza aveva già avuto il parere positivo del Consiglio Superiore della Sanità, e che era in attesa del vaglio del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti. Solo dopo questi passaggi sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Per come si presenta in questo momento, la bozza di regolamento, in termini generali, descrive una figura professionale certamente più caratterizzata in termini pedagogici rispetto a quella precedente relativa al t.e.r.p.p., che invece aveva come sfondo una situazione di terapeutica di tipo medico.

Vediamo in quali punti:

- il t.e.r.p.p. è un operatore sanitario, l’e.p. è un operatore sanitario e sociale;
- il t.e.r.p.p. svolge progetti terapeutici, l’e.p. attua progetti educativo/riabilitativi, entrambi elaborati in equipe multidisciplinari, l’orizzonte dell’e.p. è esplicitamente indicato: la partecipazione alla vita quotidiana, la cura del positivo reinserimento psicosociale, è inoltre indicato il compito fondamentale dell’e.p.: lo sviluppo delle potenzialità dei soggetti per il raggiungimento di livelli sempre più elevati di autonomia: come si vede non si parla e non si allude a guarigione, nè si mette l’accento sulla riabilitazione, si parla invece di autonomia in soggetti non ulteriormente caratterizzati (almeno in questa frase). E’ interessante il fatto che il termine autonomia non compaia nel profilo del t.e.r.p.p.

Ancora tre incisi sul regolamento: l’e.p. opera in strutture socio-sanitarie e socio-educative, come il t.e.r.p.p. può lavorare in regime libero-professionale, il diploma abilitante è quello universitario di Educatore Professionale (fatti salvi i casi che rientreranno nella prevedibile sanatoria).

Un riconoscimento in arrivo?

Vogliamo proporre ora alcune personali considerazioni che nascono oltre che dall’esperienza professionale, anche dall’intensa frequentazione di numerosi colleghi, dovuta alla organizzazione e alla gestione di iniziative di formazione.
Per tanti anni uno dei motivi più ricorrenti di assemblee, riunioni, chiacchierate, incontri tra educatori è stato: non siamo riconosciuti, nessuno si rende conto di quanto siamo importanti e di quello che facciamo.
In un numero precedente di HP (n.55), Emanuela Cocever osservava a questo proposito che fino a quando un soggetto afferma di valere qualcosa e pretende che la misura del suo valore gli venga riconosciuta (cioè assegnata) da un altro soggetto, percepito più in alto, la sua affermazione non sarà che una frustrante lamentela capace solo di rimarcare e confermare la debolezza del soggetto stesso. Questo capita agli educatori, e Cocever suggeriva di riflettere sul caso del movimento femminista che negli anni settanta aveva cominciato a autoriferirsi, cioè a scoprire il suo potere, il suo valore (il valore della donna) senza più chiederlo a qualcuno, scoprendolo e usandolo al suo interno. Il passaggio successivo è che a quel punto qualche soggetto esterno comincia a muoversi, a chiedere, a informarsi, a inquietarsi, e qualche equilibrio va a ridefinirsi.

In questi anni i soggetti che si sono attivati per far sentire la voce degli educatori sono stati diversi, e a diversissimo titolo, pensiamo alle associazioni di categoria, ad associazioni culturali, sindacati, scuole, gruppi impegnati su progetti specifici (per esempio il CDH, che produce questa rivista).

Tutti questi soggetti, con grandi limiti, con grandi lacune, ma anche con grandi sforzi (pressoché gratuiti) e impegno, hanno ottenuto qualcosa e hanno contribuito a produrre una cultura, quella grazie alla quale, per esempio, in sede di convegno mondiale si è potuto sostenere che l’educatore professionale e il suo lavoro stanno troppo stretti dentro il paradigma della medicina.

Ora, si profila la possibilità che in tempi ragionevoli gli educatori non solo ottengano l’agognato riconoscimento, ma che addirittura si vada a configurare un buona legge: cosa succederà dopo?

La responsabilità dell’educatore

Noi crediamo che già da ora, come educatori, organizzati o singoli, a prescindere dal percorso legislativo del regolamento, sia urgente porsi alcuni problemi che in questi anni sono stati tralasciati, proprio grazie alla scusa, madre di tutte le scuse, che gli educatori non avevano riconoscimento o contratto nazionale. I problemi che secondo noi sono urgenti potrebbero andare sotto il titolo generale: la responsabilità dell’educatore.

Per tanti anni il lavoro di educatore è stato un lavoro da studenti e da volontari di parrocchia.

Gli uni e gli altri non avevano né problemi di professionalizzazione né di deontologia: i primi perché erano interessati ad un piccolo stipendio che consentisse di mantenere almeno parzialmente gli studi e avevano aspirazioni professionali diverse, i secondi perché -mossi da un etica- non necessitavano certamente di una deontologia.

Sta di fatto che o per il fascino di questo lavoro, o per la disoccupazione, parecchi laureati e parecchi ex-volontari hanno poi continuato a fare gli educatori e si sono presi anche il diploma, sono cioè gli attuali educatori professionali.

Questi sono gli stessi educatori che per anni hanno lamentato la mancanza di riconoscimento sociale ed economico, dimenticandosi spesso di quali siano stati per tutti gli anni ottanta i reali canali d’accesso a questa professione (non c’era selezione, chiunque in pochi giorni poteva trovare un posto).

Ora, con un nuovo contratto nazionale, in attesa di un profilo, come educatori è necessario porsi seriamente qualche domanda: a chi risponde l’educatore? Di che cosa risponde? Chi può dirgli se sta facendo il suo lavoro oppure no? in base a quali criteri? Riteniamo che nascondersi dietro il dito della dimensione umanistica, della non misurabilità, della scarsità di risorse, sia ormai mortificante, proprio per gli educatori, perché mantenere nell’indistinzione la possibilità di criticare il proprio lavoro significa anche inibirsi la possibilità di capirlo, di migliorarlo, di definire delle aree di responsabilità (e quindi di riconoscimento sociale).

Va detto che qualcosa di significativo è già avvenuto: la definizione di parametri di qualità condivisi dalle Regioni e dal privato sociale (cooperative e associazioni) è stato un passaggio importante, che però riguarda molto gli aspetti amministrativi, economici, di gestione d’impresa, e pochissimo lo specifico del lavoro educativo.

Ora, gli educatori, attraverso le loro organizzazioni, nei loro luoghi di incontro dovrebbero essere capaci di definire dei parametri di qualità specifici per la loro realtà, e il problema di questi parametri non dovrebbe essere la misurabilità, ma la riconoscibilità (c’è o non c’è, è visibile o non è visibile). Comunque dovrebbero cominciare a sentirsi l’insostenibilità di una situazione in cui di fatto, nella realtà di molti servizi attuali, qualunque aberrazione è giustificabile.

In un seminario svoltosi alla Istituzione Minguzzi a Bologna si è parlato del senso del Progetto nel lavoro educativo, ed erano confronto due concezioni diverse ed interessanti. Una, per così dire, classica, dove il progetto è inteso come prodotto multidisciplinare che funziona da organizzatore di un percorso, l’altra invece dove veniva criticata sia in termini epistemologici sia in termini sociologico-culturali l’idea stessa di progetto (di derivazione industriale) e veniva proposta una altra modalità per organizzare il lavoro educativo (la costruzione contrattuale di contesti).

In entrambe le proposte, però, era ben presente una idea: sia il progetto sia la costruzione di contesti impegnano l’educatore a fare alcune cose, in un certo modo, con certe finalità. Verso chi è diretto questo impegno? Chi può verificarlo nei suoi aspetti tecnici?

La realtà è conosciuta da tutti gli educatori: nella maggior parte dei servizi pubblici, in appalto, e privati quando si fanno domande sul progetto si hanno questi tipi di risposte:

il progetto? Se ce, non lo conosco,

ma è di molti anni fa, ora la situazione è completamente cambiato: facciamo quel poco che possiamo e che è urgente, il progetto è bellissimo ma è stato formulato sulla luna, non ci sono le risorse per realizzarlo, qui abbiamo problemi più concreti.
Non è così dappertutto, e almeno nelle sedi formative e organizzative questa situazione viene riconosciuta e onestamente affrontata, ma è un buon esempio di quanto sia troppo facile per gli educatori giustificare quella che spesso è semplice improvvisazione.

Qualche parametro di qualità potrebbe per esempio essere costruito proprio su questo:

esiste un progetto, o comunque una formalizzazione dei compiti?

gli educatori ne hanno conoscenza?
hanno contribuito a definirla?
è applicata?
come si muovono in relazione ad essa?

Ma c’è ancora qualcosa di più serio da dire. Esistono situazioni dove il problema non è il progetto, ma il mantenimento della legalità e del corretto rapporto col sistema giuridico:
a livello sindacale, nel rispetto dei protocolli relativi ai trattamenti farmacologici e sanitari in genere, in relazione agli atti e ai soggetti giuridici.
A livello sindacale si tratta del banale quanto drammatico problema del rispetto dei contratti di lavoro, Bologna è (forse era) una realtà privilegiata, ma anche a Bologna i problemi non mancano.
Non ci dilunghiamo su questo sperando di farlo in altra occasione.
Per quanto riguarda il secondo punto, esistono situazioni in cui, con ogni ordine di giustificazione pseudo-etica o ideologica, gli educatori si prestano a collaborare a attività al di fuori di qualunque normativa, per esempio nella gestione del metadone, o, addirittura somministrano farmaci arbitrariamente. E’ necessario, secondo noi, rompere con l’inerzia culturale che rende impossibile di fatto denunciare queste situazioni (che si appoggiano a collusioni, complicità, frustrazioni, amicizie, rapporti personali), e dovrebbero essere gli educatori stessi a prendere l’iniziativa in tal senso.
Infine, un fenomeno che conoscono benissimo tutti gli educatori che hanno a che fare con giudici e con assistenti sociali del Ministero di Grazia e Giustizia: i giochi, le triangolazioni, le collusioni che si verificano quando un utente è soggetto a misure restrittive con ordinanza o decreto di un magistrato. La gara tra educatori e assistente sociali per dimostrare al ragazzo chi è il più buono, chi è più disposto a dichiarare il falso o a promettere di più. Si tratta di un fatto penoso, diffuso, che si riversa negativamente sia sul ragazzo sia sull’ambiente che lo circonda. Il problema è da inquadrare nell’ordine istituzionale (cioè nella dinamica relazionale tra ruoli e organizzazioni diverse), ma gli educatori (e anche gli assistenti sociali) dovrebbero cominciare a modificare qualcosa in questi comportamenti.

Una deontologia professionale

Fare la parte del grillo parlante o del provocatore non è mai simpatico, ma a volte può servire per avviare processi ormai non rimandabili, prima che per l’ennesima volta ci si debba appellare alle emergenze, o al fatto che qualcun’altro non ci riconosce.
In termini generali riteniamo che in presenza di un contratto nazionale di lavoro, e vicini, forse, alla soluzione del problema del riconoscimento giuridico, gli educatori abbiano l’opportunità e il dovere di darsi una deontologia, di garantire il rispetto di alcune regole, di pretendere il rispetto di alcune regole. Desideriamo accogliere il suggerimento di Emanuela Cocever: gli educatori comincino a parlare tra loro: scoprire cosa sanno fare, dirsi chiaramente quali sono i loro limiti ma anche cosa ci sta dentro questi limiti. HP potrebbe essere uno dei luoghi adatti ad ospitare contributi in tal senso: di riflessione, di proposta, di denuncia, di informazione sulle iniziative in tal senso.

Pubblicato su HP:
1997/59