T come Tabù

01/01/2002 - Davide Barzi

Poverino…

Scherzare su certi argomenti non è mai stato uno scherzo. Ci vuole un mare di coraggio da parte di chi riesce a irridere senza paura delle conseguenze e ci vuole autoironia a fiumi da parte di chi viene deriso su aspetti, fisici o mentali, che magari esso stesso fatica ad accettare. Gli argomenti tabù sono tanti, sono quelli delle barzellette che si raccontano quando si alza un po’ il gomito: l’olocausto, i malati terminali, la morte dei propri cari. Tra questi ce n’è uno che ovviamente è il caso di approfondire in questa sede: i disabili.

Cuore senza cuore?

Agosto 1994. Il primo governo Berlusconi si è insediato da poche settimane. Nelle sua squadra c’è Antonio Guidi, ministro della famiglia. Disabile. Ha problemi di deambulazione e di articolazione della parola. Il settimanale satirico Cuore, col furore iconoclasta che lo ha sempre contraddistinto, spara in copertina un finto scoop raggelante: “Lo scandalo dei falsi invalidi travolge il governo – Si finge disabile per fare il ministro” . Sotto il titolo ci sono quattro fotomontaggi in cui Guidi viene impietosamente mostrato intento in una corrida a Bilbao, in tutù mentre esegue la seconda variazione dell’Uccello di fuoco, agli anelli ai giochi del Mediterraneo e impegnato nel free-climbing in Patagonia. Nel sottotitolo si dice che “In privato riesce a dire a velocità record ‘Trentatré trentini’ e ‘Tigre contro tigre’”. I polemisti non aspettano altro: “No, tutto ma questo no, stavolta avete esagerato!” Senza prendere posizione, basti sapere che una delle poche persone che ringraziano per l’articolo in cui l’ironia bonaria lava via tutte le incrostazioni di falso pietismo che di solito nascondono piuttosto male un certo razzismo è proprio lui, Antonio Guidi. Uno dei pochi pezzi che trattano seriamente l’handicap, a suo dire.

Agghiaccianti Meraviglie

Sei anni dopo, e arriviamo in ambito prettamente fumettistico, Leonardo Ortolani dà alle stampe il primo volume de Le meraviglie della natura. Si tratta di una raccolta di brevi storie che trattano casi limite della società. Si parla, per intenderci, di aborto, naziskin, mafiosi, prostitute, drogati, aids. Sull’ultimo tema lo raggiunge una delle critiche più decise: gli scrive un ragazzo che ha scoperto da dieci giorni di essere sieropositivo; sostiene che le altre battute lo hanno fatto ridere, quella no. Leo gli risponde che è chiaramente molto dispiaciuto, ma che dovrebbero farlo riflettere il fatto che ha riso degli altri soggetti e non della sindrome in questione solo perché l’ha toccato direttamente. Forse ancora più chiare sono le parole dell’autore: “Ovviamente non si può pretendere, innanzitutto da parte mia, di centrare sempre le cose giuste e di dirle nella giusta maniera. E non si può pretendere che tutti siano disposti ad ascoltarti mentre tu straparli, per cui se lo fai ti esponi al rischio di ricevere delle gran bacchettate.” Il motivo del fastidio provato da lettore è comprensibile alla luce di un’ironia non proprio alla portata di tutti: come se gli argomenti scelti dall’autore non fossero già abbastanza disturbanti, infatti, Ortolani sceglie di trattarli in un’ottica molto acida e graffiante, ma anche con l’ambizione di far discutere, pensare, ragionare, andando al di là della fulminea battuta. Non una lettura usa e getta, quindi, ma qualcosa che si insinua sotto pelle. Queste vicende erano già state pubblicate su Totem, rivista che aveva un target propenso a un certo tipo di trattazione. Mandarlo in edicola con grosse tirature, rivolgendolo all’ampio pubblico di ammiratori del creatore di Rat-man, a cui appartengono anche molti ragazzini che magari non hanno ancora gli strumenti per discernere il livello di lettura più profondo, è certo un’operazione rischiosa, ma per molti versi ammirevole.

Episodio II

Il secondo volume della serie reca in copertina la dicitura “Consigliato a un pubblico maturo”, ma si sa che questo tipo di indicazioni non vengono quasi mai tenute in considerazione, anzi spesso funzionano più da stimolo che da deterrente per il giovane lettore alla ricerca di emozioni forti. Ortolani rimane assolutamente convinto dell’operazione editoriale che sta portando avanti, ancor di più quando riesce a pungere sul vivo affrontando temi scottanti. I sei oggetti d’indagine scelti per il secondo volume sono il tifoso, l’omosessuale, il comunista e il morto (!!!), ma soprattutto – per quanto riguarda l’argomento qui in analisi – il cieco e il paraplegico. Le pagine riguardanti il primo, scorrono con dialoghi assurdi come quello di due mamme che si incontrano; la prima dice: “Mio figlio passa tutto il giorno davanti al televisore”; la seconda, che ha un figlio cieco, risponde: “Oh, il mio va bene anche se lo metti davanti al tostapane!”
“Ho una mia etica interna e cerco sempre di restare all’interno di determinate carreggiate.” ci tiene giustamente a sottolineare Leo. Solo una volta gli sembra di uscire da questi binari. Proprio nel trattare la storia di un paraplegico.

Il paraplegico

“È una striscia che aveva battute veramente feroci, cattive e basta. Volevo dare un senso a questa storia facendo passare il messaggio che la gente considera queste persone menomate quando invece sono persone e basta. Voglio dire: non ignoriamo la loro difficoltà nel muoversi, però non partiamo da lì per compatirle, perché c’è sempre questo atteggiamento… poverino… e non ti rendi conto che è una persona, è su una carrozzella perché ha avuto dei problemi o dalla nascita o per un incidente, però è una persona. Questo era il senso che volevo dare, però poi mi sono accorto che c’erano dei punti in cui ero andato un po’ ‘di zappa e badile’ e non avevo raggiunto l’obiettivo. Ho preso quelle sequenze, le ho tagliate e riscritte; la versione pubblicata nel volume, quindi, è molto diversa da quella che uscì su Totem. Mi rendo conto che, se fai qualcosa che poi finisce in mano a della gente, devi innanzitutto cercare di rendere chiaro quello che vuoi dire. In effetti se l’avessi pubblicata così com’era e qualcuno mi avesse dato dello s*****o, avrebbe avuto ragione. Mia moglie mi diceva di non stamparla ed è rimasta di quell’idea anche dopo le modifiche, ma credo di averle dato quel taglio che cercavo, di humor sì nero, ma che riesce a far pensare. Forse è un’idea presuntuosa, magari qualcuno la leggerà e dirà che ho veramente esagerato’”.
Forse, invece, ci auguriamo, qualche paraplegico gli scriverà ringraziandolo.

Parole chiave:
Creatività, Cultura