Sul grande schermo

06/07/2011 - Alessandra Pederzoli

Elle s’appelle Sabine. “Lei si chiama Sabine”, l’esordio per Sandrine Bonnaire nelle vesti di regista. Un grande successo al Festival del Cinema di Cannes dove ha portato a casa il premio come miglior film della Quinzaine des Realisateurs. La Bonnaire viaggia vorticosamente nel tempo per raccontare la storia di Sabine, la sorella autistica rinchiusa da anni in un ospedale psichiatrico. Una serie di vicissitudini e di errori medici, un’esperienza traumatica di psicofarmaci e la difficile integrazione in ambienti a dir poco ostili, accompagnano il personaggio di Sabine che solo al termine trova un sottile e delicato equilibrio in una comunità nella quale riesce a ristabilire un contatto con il mondo. Il ritrovamento di alcuni filmati di famiglia che ritraggono e ripercorrono il vissuto di Sabine spingono la regista a raccontarne la storia. Le immagini accarezzano Sabine con leggerezza e maestria intrecciando una narrazione commovente ma non patetica, densa di significati e mai scontata. La vita di Sabine è raccontata con grandi e repentini passaggi temporali: talvolta è il tempo del passato, quello che si vede nei filmati girati durante l’infanzia della ragazza, a cui si alternano momenti in cui tutto sembra procedere in tempo reale. Il pubblico viene condotto ad amare la ragazza attraverso gli occhi della regista. La Bonnaire viaggia nel tempo e sembra quasi voler riparare un torto subito dalla sorella che ora diventa la protagonista di questo racconto a dir poco avvincente ed emozionante. La poesia è densa e riesce a sviluppare un intenso inno alla vita in cui anche la drammatica solitudine si riempie di emozione e di voglia di vivere.

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Tempo libero