Sul grande schermo

06/07/2011 - Alessandra Pederzoli

Siamo nel 1970. Mirco è un bambino toscano di dieci anni con una grande passione per il cinema. Perde la vista in seguito a un incidente: un colpo di fucile lo ferisce agli occhi a otto anni. La legge dell’epoca non permetteva ai non vedenti di frequentare la scuola pubblica, così i genitori sono costretti a farlo rinchiudere in un istituto, il “Chiossone” di Genova. Lì il bambino trova un vecchio registratore a bobine e scopre che tagliando e riattaccando il nastro riesce a costruire delle favole fatte solo di rumori e suoni. L’istituto cerca in tutti i modi di impedirgli di coltivare questo suo hobby ostacolandolo in tutte le maniere. Mirco invece, riuscirà a coinvolgere lentamente tutti gli altri bambini ciechi facendo loro riscoprire il proprio talento e tutta la normalità che vi è in esso.
È ”Rosso come il cielo”: la storia vera di Mirco Mencacci, che pur non vedente, è diventato uno dei più rinomati montatori del suono del cinema italiano (“Le fate ignoranti” e “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek, “La Meglio Gioventù” di Marco Tullio Giordana). Una storia questa che permette al regista Cristiano Bortone, da un lato, di raccontare la realtà delle persone non vedenti relegati in istituti differenziati, dall’altro di mettere in luce le capacità artistiche di un uomo che ha costruito un successo su una passione che va compagna alla sua cecità. Alla vicenda personale di Mirco si affianca, si sovrappone e si interseca, con maestria del regista, anche la storia della politica del paese di quegli anni. Così le manifestazioni, le incursioni della polizia nell’istituto per separare nuovamente chi fosse normale da chi invece fosse cieco. Quello che si guarda in “Rosso come il cielo” è un bell’equilibrio fra gli aspetti istituzionali, umani e personali, vuoto di ogni retorica e da elementi compassionevoli. Bortone dunque regala una bella favola, una favola moderna che è il racconto di una vita altrettanto moderna.
 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze