Suggerimenti possibili e impossibili

01/01/2001

Spesso l'esplicitazione di aspetti della sessualità da parte di persone disabili produce una crisi che coinvolge chi vive a contatto con questa realtà. E' questa una crisi fatta di molte componenti, ma indubbiamente alcune di esse riguardano le relazioni stesse, siano esse caratterizzate dall'appartenere ai legami familiari oppure a rapoporti connessi con una professione di cura (operatori, insegnanti, terapisti e così via).
Possiamo immaginare la sesualità come un elemento catalizzatore che a volte esaspera e fa emergere emozioni e meccanismi di difesa presenti anche in altre situazioni, ma forse meno facili da cogliere.Giovanni Polletta afferma come la persona handicappata, che sia su una carrozzella, che sia preda di comportamenti incontrollabili, che evochi l'immagine del matto o dello scemo, farebbe comunque molta paura se non trovassimo il modo di pensarla come altra e diversa di noi, prodotto di un mondo e di una vita che non ci appartengono. E' grazie a questa estraneità che può diventare invece oggetto di interesse e di cura. Ma se qualche cosa rompe questo meccanismo e siamo costretti a guardarla con occhi diversi possiamo scorgere parti di umanità che possono farci riconoscere capacità emotiva, desideri, piaceri consapevolezza di sé.
La sessualità può a volte rivestire questa funzione di disvelamento in chi, pur non handicappato, si riconosce anche solo per piccoli brandelli si sé, in ciò che l'altro chiede, propone, manifesta.
Ancora Giovanni Polletta così continua: "infatti riconoscere l'uomo nell'handicappato comporta che noi si riammetta per noi stessi la possibilità di essere come lui: riconoscerlo come uomo vuol dire riumanizzare le sue limitazioni, riprenderle in qualche modo su di noi. Quelle caratteristiche limitazioni che fanno dell'handicappato un alieno sono state da noi un tempo deumanizzate ed attribuite per assimilazione al mondo della natura che umana non è; proprio in virtù di questa deumanizzazione l'handicappato è per noi non-uomo. Ecco perché riconoscerlo come uomo significa riprendere su di noi come umane, cioè come potenzialmente nostre, quelle limitazioni. Ciò che ci colpisce di esse è il loro carattere simbolico: non poter camminare e non poter capire può significare, per estensione tutto ciò che noi non abbiamo potuto, tutto ciò che di noi sappiamo limitato e dunque ogni nostra insufficienza e mancanza. Tutto ciò che, grazie all'oblio, ognuno di noi non può fare a meno di non ricordare, nel senso di toglierselo dal cuore, e di dimenticare, nel senso di toglierselo dalla mente. Rammentare e ricordare insufficienze e mancanze è doloroso; ed è il dolore della crisi. E' anche pericoloso perché insufficienze e mancanze quanto più ci appaiono grandi tanto più ci spingono ai margini dell'umanità ed al suo esterno verso la diversità. Il riconoscere l'uomo nell'handicappato è dunque doloroso perché riapre il capitolo dei nostri aspertti negativi ed è pericoloso perché la diversità ci minaccia come un fenomeno contagioso. Il primo modo che abbiamo a disposizione per superare la nosta crisi è quello di considerarci in grado, date le nostre capacità e competenze di compensare le limitazioni ed i deficit dell'handicappato: di farlo camminare se è uno spastico, restituendogli l'armonia e la coordinazione del movimento; di insegnargli a leggere ed a scrivere se è insufficiente mentale; farlo parlare se è sordo; e così via".
Cercare un rimedio, con analoghe modalità, ai limiti ed a impossibilità che la sessualità evoca, preoduce ulteriori contraddizioni e fragilità.
Queste riflessioni dunque, si potenziano nuovamente là dove la diversità si coniuga e confronta con la sessualità; la stessa gamma di sentimenti la esprimono le famiglie; infine le persone handicappate sono spesso incerte ed impaurite: esse sono gravate dell'essere anche meno dotate di strumenti ed hanno conosciuto sulla propria pelle e nello sguardo dei genitori e degli altri le conseguenze amare della proprie diversità e delle proprie incapacità.
La sessualità, le sue problematiche, il suo affacciarsi spesso inaspettato, nelle storie delle persone disabili e di chi ruota attorno ad esse, propone e rende nuovamente attuali molte dinamiche relazionali sopra descritte: dalla fuga nella non-umanità al desiderio di cancellazione del deficit, al pensiero inconsapevole di una possibile guarigione "attraverso la sessualità". A questi estremi si affianca così una interpretazione della sessualità come luogo di frontiera in cui dare spazio a desideri di normalità che cancellino le limitazioni del deficit. Facilmente si opera una restaurazione di antiche modalità: queste possono ripristinare la ricerca di soluzioni e provvedimenti nei quali il "sapere sull'altro" si sostituisce "all'essere con l'altro", visto che quest'ultima modalità non può prevedere un distanziamento ed una estraneità.
I suggerimenti possibili diventano tali se chi opera attorno alla persona disabile è disponibile a lasciare emergere i tanti elementi che sono inclusi in una vicenda di vita in cui si esplicitano condizioni e bisogni che rimandano alla dimensione sessuata della persona; non solo però una concessione alla loro visibilità, ma anche una disponibilità a ricercare una posizione che non esclude il proprio coinvolgimento; una posizione quindi capace di interrogarsi sui tanti elementi in gioco, senza privilegiarne a priori alcuni, censurandone altri. Tollerare questa ambiguità prodotta dalla ricerca di possibili percorsi di aiuto e comprensione, partendo dalla rinuncia ad avere già pronta la tavola dei saperi, è un po' la richiesta di tollerare la compresenza di emozioni e bisogni contrastanti, di similitudini e diversità, di potere ed impotenza. I suggerimenti impossibili sono il punto di partenza per la costruzione di uno spazio di confronto e mediazione in cui l'operatore, l'adulto che si prende cura, lo stesso genitore, si concede di "non sapere", rinunciando almeno in parte al proprio mondo di conoscenze sulla sessualità, le sue ragioni ed i suoi fini, per poi riconquistarle, modificate dall'ascolto e dall'incontro con ciò che essere con l'altro ha prodotto.
Questa sospensione di interpretazioni e soluzioni crediamo sia necessaria per poter conciliare il bisogno di avere suggerimenti in ordine alla dimensione affettiva, sessuale legate alla disabilità e, nel contempo, non cadere nella facile pratica di produrre ricette preordinate.
Possiamo anche porci alcuni interrogativi riguardo proprio ad alcuni indirizzi teorici che raccolgono una vasta gamma di comportamenti problematici, indicando le condotte da sanzionare o promuovere.
Perché spesso tali prescrizioni non sono sufficienti? Perché raccolgono successi che frequentemente si rivelano solo temporanei o producono successivamente nuove, seppur diverse, condizioni di disagio ed impossibilità di benessere? Perché la logica, così concreta del "come si fa", non riesce a saturare la richiesta di aiuto espressa da persone in difficoltà, siano esse handicappate o meno?
Forse una lettura di questi perché può essere approfondita non dimenticando che la relazione tra due persone, tra un paziente ed un operatore, ad esempio, è vuota quando si cerca e si predilige certezza, stabilità, traguardi. Pensiero e comunicazione possono originare ed evolvere solo là dove si è disposti a misurarsi con il dubbio, la mutevolezza, la transitorietà, forse là dove si riesce a rinunciare al controllo onnipotente…in fondo là dove non si chiude la porta di fronte ad un aspetto inevitabile: il dolore.
La sessualità produce rappresentazioni che evocano potenza, energie, calore, forza, eccitazione, dirompenti passioni; la malattia, la diversità, la presenza di deficit e menomazioni sono, in termini profondi, la reificazione del limite, del danno, dell'impossibilità, una sorta di implosione verso l'annientamento e la non vita.
Concedersi un terreno comune di scambio e condivisone rispetto ad un primo non sapere, non capire, porta verso la consapevolezza del sentire. Diventa possibile sentire il dolore: esso è diverso dall'angoscia, perché condivisibile, perché nominabile, perché raccontabile e quindi senza più il potere che invece i fantasmi del non detto hanno.
Sentire e comunicare il dolore è un passaggio, è l'avvio concreto del poter progettare, non ricalca le orme del fare per allontanare da sé, del negarsi al contatto autentico con l'altro.
Come orientarsi allora di fronte alla richiesta di aiuto? Il bisogno che viene portato, ha il diritto di essere accolto, ma vi è anche la necessità di costruire ipotesi e percorsi partendo da un atteggiamento di ascolto e sospensione di giudizio, che ogni nuova storia ha bisogno di vedere riconosciuto.
Il lavoro di aiuto dovrebbe:
- definire di quale problema si tratta; questo include la ricerca, mai scontata, di comprendere a fondo quanti soggetti sono coinvolti.
- Definire quindi di chi è il problema:
-della persona disabile?
-delle famiglie?
-dell'ambiente (umano e non umano) che ospita la persona disabile (strutture, operatori, coetanei…
-di tutte queste figure?
Oltre alla comprensione di qual è il problema e quante persone ne sono coinvolte, diventa importante capirne la problematicità, cioè lo sfondo da cui il problema emerge.
Questo aspetto richiama l'attenzione sulla possibilità di mettere in luce i molti elementi che la situazione problematica sottointende e di conseguenza richiede di focalizzare i bisogni ai quali ci si propone di rispondere.
Ancora, non può essere dimenticato il compito di rendere espliciti i significati, i valori, le rappresentazioni della sessualità entro cui si stanno muovendo i soggetti coinvolti e di conseguenza la necessità di chiedersi con quali parametri si sta interpretando la sessualità delle persone in difficoltà a cui si cerca di portare aiuto. E' inoltre importante indagare quanto l'eventuale comportamento sessuale problematico sia espressione di disagio o sia invece manifestazione di una nuova tappa evolutiva. Affiancato a questo aspetto si inserisce anche la ricerca di cosa rende "allarmante" quella situazione.
Spesso inoltre la sessualità è inconsapevolmente utilizzata come una sorta di cura "illusoria" per tamponare problematiche diverse e solo in parte connesse con questa tematica. In questa modalità possono ad esempio rientrare l'aggressività, il senso di impotenza e di inutilità della stessa persona disabile o delle persone che le sono accanto, la difficoltà di separarsi e accettare il tempo che passa ed i cambiamenti che accompagnano questa evoluzione e così via.
Questo permette di interrogarsi su dove si colloca l'adulto (operatore, genitore) rispetto al comportamento sessuale problematico; può in effetti emergere il desiderio di correggere una sessualità considerata "deviata", il bisogno di difendersi da un coinvolgimento sentito come preoccupante emotivamente; essere espressione di paura di fronte a implicazioni che evochino relazioni erotiche o erotizzate; la necessità di ristabilire l'ordine e la realtà precedente e quindi indirettamente non essere disponibili a riconoscere un cambiamento e la preoccupazione per la crescita e per una ricerca rispetto alla consapevolezza di sé, manifestata ad esempio, attraverso qualche aspetto legato alla sessualità.
Poter accogliere una richiesta di aiuto evidentemente significa non eludere questi e altri approfondimenti, nell'interesse di entrambi i poli della relazione e collocando di volta in volta la sessualità dentro la dimensione quotidiana di chi ne è coinvolto.
Forse lo spirito che concilia la necessità di comprensione e l'impossibilità di avere risposte certe può nascere solo dopo aver abdicato al proprio bisogno di sentirsi utili ad ogni costo e quindi anche di programmare l'imprevedibile; in fondo ciò che ha a che fare con il desiderio, il piacere, il contatto, la passione, la comunicazione, l'amore, la creatività…l'istinto…l'affetto…può avere mille o nessuna ragione per manifestarsi , mille o nessuna ragione da analizzare, interpretare, discutere.
Non necessariamente bisogna inventare un nuovo codice per capire se la sessualità è sessualità diversa, handicappata, distante perché espressa da chi è diverso, disabile, incapace.
Non necessariamente ogni cosa può essere svelata riconoscendo, attraverso la comune umanità, le similitudini, la vicinanza, la condivisione che la sessualità racchiude, dimenticando le differenze che il deficit o le sofferenze producono.
Forse tra suggerimenti possibili e impossibili può trovare posto il desiderio di non dimenticare il silenzio, l'imbarazzo e l'invisibilità che spesso la diversità evoca.

"Ci si può chiedere a cosa servono le passeggiate…Le passeggiate sono inutili. E così le poesie…Una passeggiata non significa nulla, il che è un modo di dire che in una certa misura significa qualunque cosa tu vuoi che significhi, e ha sempre più significati di quanti tu gliene possa dare…Solo l'inutilità è abbastanza vuota da contenere così tanti usi…Solo l'inutilità permette che la passeggiata sia totalmente se stessa."
(A.R. Ammons, 1968, pp. 118-119) *

nota
(*) tratto da T.Ogden, Reverie e interpretazione, Astrolabio, p.125

Parole chiave:
Sessualità