Storie vere

01/01/1998 - Nicoletta Ferrari

E’ sicuramente positivo il fatto che recentemente vi sia stato sulla scena editoriale un forte incremento di libri scritti da persone handicappate, che non parlano per sé o solo per sé, ma per chi non può o non sa parlare.
Questi testi hanno contribuito a dare voce agli handicappati, valorizzando la loro capacità, la loro originalità, le loro differenze e, oltre ad avere aperto una finestra su un mondo sconosciuto ai più, contribuendo perciò a smantellare alcuni pregiudizi o qualche stereotipo, sono anche di grande aiuto a chi vive questa condizione, proprio grazie all'energia e alla voglia di non arrendersi che queste pagine sprigionano.
Infatti da queste storie emerge una grande vitalità e una forza d'animo, come se la disabilità potesse diventare quasi un'opportunità per cercare e scoprire nuove risorse e possibilità, come si vede bene dalle parole di uno degli autori di autobiografie che ho recentemente letto: "Posso testimoniare come per me la malattia abbia rappresentato l'inizio della liberazione. (..). Da ciò che per il mio corpo è stata una mutilazione, la potenzialità spirituale e quindi la creatività ha avuto dei vantaggi".(1)
Tante volte infatti, l'handicap induce a ricercare le sorgenti del proprio essere, sottolineando la distanza tra quello che è fatuo e quello che è di valore: è una situazione che ti obbliga a riflettere, a crescere, ad essere meno distratti nel confronti della sofferenza altrui e più vivi.

Il vantaggio di non nascondere i propri limiti

Tutte le testimonianze di gente comune che vivono quotidianamente la realtà dell'handicap, in prima persona o nella persona di un familiare, raccontano delle difficoltà incontrate, degli amori negati, della disperazione, dello stupore o della derisione, ma anche della possibilità di vita e di convivenza con un deficit fisico anche grave.
Dice ad esempio Valente: "Il mio impegno è rivolto a recuperare la parte sana che c'è nel mio corpo, che è il cervello. Quando incontro i miei amici, ciò che mi accomuna a loro è proprio la facoltà intellettiva, ma questa proprietà personale, l'ho dovuta coltivare con l'esercizio quotidiano e, in questo senso, ogni esercizio richiede un impegno".(2)
Queste persone impegnate a vivere, giorno per giorno, un'esistenza diversa e non per questo inutile, non costruiscono mai di sé un'immagine vittimistica, anzi sottolineano sempre la necessità di una lotta coraggiosa contro l'esclusione di una società indifferente, come si legge in un'altra biografia: "Fare l'amore, vivere sola, fare delle passeggiate, andar in vacanza con gli amici senza il traino della famiglia: ecco per che cosa mi devo battere".(3)
Infatti in una società che, oltre ad avere paura, inneggia alla perfezione, alla bellezza ed all'apparire, l'essere handicappato è molto scomodo, e soprattutto è scomodo "pretendere", perché spesso il diritto del disabile di chiedere ciò che gli spetta si trasforma, per chi non lo vuole rispettare, in assurda pretesa: ognuno di noi vede solo ciò che vuole vedere e ascolta solo ciò che vuole sentire.
Restringiamo il nostro spazio di informazioni e siamo ben felici di escludere chiunque possa turbarci.
Ma la differenza tra le persone con handicap e gli altri non è qualitativa, ma soltanto quantitativa: gli stessi problemi, le stesse difficoltà, le stesse incertezze, che nelle persone normali sono vissute con una intensità definita e tollerabile e per un periodo di tempo limitato, per chi ha un handicap assumono particolare acutezza e forma duratura.
Se tutti ci accorgessimo che siamo, ciascuno a proprio modo, portatori di differenze, come mette bene in evidenza un altro testo in cui si legge: "io cammino e sembro sana, eppure ho dei limiti e li nascondo, come tutti. Leonardo invece il suo limite lo evidenzia. Ecco perché lui è handicappato e io no. Ma il confine è stabilito solo dall'apparenza"(4) e se fossimo abituati sin da piccoli ad individuare negli altri non tanto le diversità quanto gli aspetti comuni, non esisterebbero tante forme di emarginazione.

Ascoltare le storie dei disabili

Come sempre la soluzione a tale problema non nasce spontaneamente, ma bisogna educare la società a prendere coscienza della realtà dei disabili, perché anche gli handicappati sono delle persone complete, cioè essere umani che riescono, a volte utilizzando modalità alternative, non soltanto a realizzarsi studiando e lavorando, ma soprattutto facendo amicizie, intessendo rapporti, muovendosi, parlando, comunicando extraverbalmente, toccando ed essendo toccati, amando ed essendo amati, soffrendo e facendo soffrire, insomma, capaci di ricevere e di dare felicità e gioia.

"Avevo bisogno di amici, di persone della mia età che non mi dimostrassero pietà. Anche se ero infermo inchiodato in casa non era detto che potessi fare a meno di ciò che formava la trama della vita degli altri: il football, il ballo, le riunioni attorno ad un bicchiere di birra, le ragazze".(5)
Così racconta un giovane e ci ribadisce che tutti dovremmo capire che gli handicappati e le malattie croniche non sono problemi, sono condizioni, sono "fatti di vita", che bisogna cercare di decifrare, di capire, per ricomporre il valore della persona: "Rimane una cosa che mi consola: è che le varie età della nostra vita, come l'infanzia, l'adolescenza o la giovinezza, sono diverse da quelle che vivono le persone normali. Imparo che ogni tempo, anche se a noi sembra sprecato, è degno di essere vissuto e forse anche apprezzato".(6)
Ciò che l'handicappato desidera è la dignità alla quale ha diritto al di là del suo handicap, quella dignità che gli viene negata proprio a causa della sua menomazione.
Ma i "diversi" non hanno qualcosa in meno, anzi tante volte hanno qualcosa in più: lo straordinario dono di non subire i propri limiti e di saper trasformare la propria sofferenza in energia, come ci fa capire questo brano: "Fu un pensiero molto lineare a salvarmi dalla disperazione: un filo d'erba è utile, pur essendo la cosa più semplice su questa terra, perché costituisce il primo anello della catena alimentare, la catena della vita. Infatti dell'erba si nutrono gli animali erbivori, che a loro volta vengono predati dai carnivori e dall'uomo. Se quindi un semplice filo d'erba è indispensabile, ci sarà anche uno scopo per me che possiedo la facoltà di ragionare, di ammirare le bellezze del mondo, di amare". (7)
Ascoltare la storia di un handicappato contribuisce a dargli quella dignità che spetta ad ogni essere vivente e può esser il primo passo per superare il muro dell'indifferenza e smuovere le coscienze: ognuno di noi ha un ruolo nel mondo e tutti siamo necessari per costruire quello straordinario mosaico che è la vita.

1) Olmi Ermanno, E’ l'amore la forza più grande, in Schiavina Maria Antonietta, Diversi da chi?, Normali vite con handicap, Milano, Amoldo Mondadori Editore, 1995, pp. 115-116.
2) Valente Franco, Io invece, Roma, Editori Riuniti, 1987, p. 15.
3) Auerbacher Elisabeth, Babette handicappata cattiva, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1991, p. 32.
4) Nerozzi Lucia, Il bambino senza genitore, in Schiavina Maria Antonietta, Diversi da chi?, op. cit., p. 148.
5) Brown Christy, Il mio piede sinistro, Milano, Armando Mondadori Editori, 1990, p. 92.
6) Valente Franco, Io invece, op. cit., p. 59.
7) Bettassa Marisa, Storia di un filo d'erba, Piombino, TraccEdizioni, 199 1, p. 28.

Parole chiave:
Letteratura