Storie di Calamai e di altre Creature Straordinarie

01/01/2006 - Roberto Ghezzo

Il convegno Storie di Calamai e di altre Creature Straordinarie, che si terrà quest’anno il 24 e il 25 novembre a Bologna, è un appuntamento “di studio e gioco” per festeggiare il ventesimo compleanno del Progetto Calamaio e approfondire tematiche a noi care. “Studio e gioco” non vanno considerati concetti in antitesi: possiamo serenamente mettere in soffitta il detto “prima il dovere e poi il piacere”.

Tra le tematiche centrali del convegno ci sarà sicuramente l’estetica dell’handicap che è anche oggetto dell’articolo che segue di Stefania Baiesi. È un articolo molto interessante perché, dalla viva esperienza di vita di un’animatrice storica del Progetto Calamaio, si può toccare con mano il ruolo della bellezza nell’autoaccettazione di una persona con deficit. A ben vedere il Calamaio non fa altro che valorizzare una dimensione di animazione, di gioco e quindi anche di danza, musica, espressione, in una parola di bellezza che spesso rimane problematica in una persona con deficit.
L’animazione attuata nel Progetto Calamaio si pone in un terreno a metà strada tra l’educazione e lo spettacolo, cerca di portare i bambini in un terreno magico dal quale osservare e discutere con uno sguardo nuovo temi come la diversità e l’handicap. La prima risorsa è proprio la partecipazione attiva in questo processo di un animatore-educante che ha dei deficit: l’incontro con i bambini diventa occasione di scambio di conoscenze, di riduzione delle paure e imbarazzi, cioè degli handicap. La bellezza, il fascino, la magia, il divertimento degli incontri del Calamaio sono la prima spinta, anzi proprio il motore per ridurre gli handicap. Se una persona con deficit riesce attraverso la sua diversabilità a farci divertire, a creare magia e bellezza, allora automaticamente l’immagine stereotipata e negativa cucita addosso a queste persone viene meno, aprendo la possibilità di un dialogo autentico tra i bambini e gli animatori del Calamaio.

Nel momento in cui si scopre la bellezza anche nella lentezza, nel fare le cose in modo nuovo e diverso, nell’inaspettato, magari nell’errore, la diversabilità acquista una luce nuova, non generata dal confronto perdente con la “normalità” ma dalla riscoperta della originalità e creatività presenti in quella persona, in quell’animatore con deficit, che ha un nome e cognome, ha una personalità, ha degli interessi, dei gusti, degli hobby, ha una storia… Come quella che ci racconta Stefania nell’articolo che segue.

 

L’insostenibile bellezza dell’essere

di Stefania Baiesi

Io so di non essere una bella donna, magra, alta, un gran pezzo di donna… Non sono la classica donna alta, con forme fisiche particolarmente pronunciate e allettanti, da suscitare commenti di approvazione, magari eccessiva, con fischi volgari e parole poco eleganti!
Il fatto è che veniamo da una storia in cui chi era portatore di un deficit veniva chiuso in casa per vergogna e questa è stata anche la mia storia. Da piccola addirittura mi vergognavo se persone, che non fossero i miei genitori, mi osservavano andare in giro per casa, avevo imbarazzo a trovarmi con persone estranee; ad esempio in bagno, in intimità, farmi toccare, farmi fare il bidet. La mia casa è sempre stata un via vai di assistenti domiciliari, colf, persone che venivano addirittura appositamente a farmi il bagno… Mi vergognavo di farmi vedere in condizioni un po’ – come dire? – poco rassicuranti, non convenienti e imbarazzanti. In città o al mare, mi vergognavo di essere in déshabillé, con la mia schiena storta… Mi vergognavo dei vestiti che indossavo, e che avevo, e di non avere la disponibilità economica per potermi comprare qualcosa, non dico da serata galante ma anche solo qualcosa di decente, anche non di marca… Bastava che fosse stoffa di qualità, che non fosse cara esagerata e che fosse decente, oltre che ai miei occhi, agli occhi degli altri. Insomma, che piacesse a me.

Autoaccettarsi… accettando l’altro

Poi è accaduta una cosa molto importante: ho iniziato ad accettarmi attraverso una persona disabile a me molto cara. Prima di conoscerla, come ho detto, io non mi piacevo. All’inizio niente del mio corpo mi andava bene; la mia bocca, il mio naso troppo grande, a patata, il bacino troppo largo, il sedere troppo in fuori, la schiena storta, con le tre “osi” (scoliosi-lordosi-cifosi), le mie gambe corte, senza polpaccio, i miei piedi piccoli e tozzi… Avevo paura di non essere accettata da lui.
Invece è stato proprio lui che con la sua vita mi ha detto: “Se ci sono arrivato io, ci puoi riuscire anche tu!”.
Da allora, pian piano è cambiato tutto, non fuori ma dentro di me. Mi sono resa conto che il problema era dentro di me! Attraverso questa persona mi sono fatta coraggio, ripetendomi all’infinito: “Se c’è arrivato lui ad accettarsi, ce la posso fare anch’io!”.
Da allora la mia vita è cambiata in meglio: mi è cominciata a piacere la mia faccia, la mia mandibola che non era più troppo larga, il mio naso non era troppo largo, ho cominciato a scoprire di avere un braccio che funziona, con cui posso scrivere sia a computer, sia a mano, posso disegnare e fare molte altre cose, tagliare delle verdure, riempire alcuni tipi di pasta fatta in casa. Ho scoperto di avere una testa che funziona, di possedere delle ricchezze che sarebbe stato ingiusto usare solo per me e da mettere a disposizione di chi non le ha!
Lui è come me, è in carrozzina. Anche lui deve essere sollevato da altri: lo “stile” è lo stesso. Le differenze ci sono ma alcune difficoltà sono comuni, ed è andata proprio così: prima ho accettato lui, poi mi sono accettata io stessa. Da quando ho conosciuto questa persona mi sono messa a confronto con lui; da allora è cambiato tutto in me – ripeto, non fuori ma dentro di me – ho cominciato a sentirmi meglio con me stessa, più a mio agio con il mio corpo.

Uscire dagli schemi

La mia storia, come quella di tante, è partita dallo scoprire che avevo un deficit, una parte di me che non potevo di certo cancellare! In un modo o nell’altro, fatto sta che ce l’hai! Cosa fai? La devi comunque prendere per quella che è e da lì non si scappa! L’unica strada è accettarsi. Certo è difficile, molto difficile…
Ma quali sono le alternative?
Alcune persone sono convinte che non accettando la propria condizione fisica, si possa viverla meglio. Per me invece la vivi peggio, molto peggio! Quali sono le alternative ad accettarsi? Qualcuno me le sa dire, se ci sono? Io penso che ognuno di noi, disabile o “a norma”, non ne abbia molte: l’unica è prendere la vita per quella che è!
Se sei diversabile e ci nasci, non è che la tua condizione la puoi cancellare, né curare con troppa facilità! A meno che non succeda un miracolo, ma in poche e schiette parole mi viene da dire che se cerchi il miracolo vuol dire che non ti sei accettato/a, vuol dire che non hai ancora accettato di avere dei limiti, le tue mancanze.
Dobbiamo essere noi diversabili a uscire dagli schemi, e gli schemi dai quali dobbiamo uscire sono: lo schema della cura della malattia, della sfortuna, del pietismo.
Dobbiamo uscire dalla logica della cura e della riabilitazione o meglio dobbiamo riabilitarci in un altro senso. Non dobbiamo ridurre tutta la nostra vita a una riabilitazione soltanto fisica ma dobbiamo riabilitare la nostra immagine! Dovremmo pensare di allargare il senso della riabilitazione, di ampliarlo, sviluppare di più la nostra fantasia, la nostra mente, la nostra creatività in un altro modo artistico, alternativo.
Spesso passiamo gran parte della nostra vita in ospedale o nei centri di riabilitazione motoria; tra bastoni, stampelle, tripodi, quadripoli, carrozzine di ogni tipo e di fattezze diverse, a seconda delle nostre esigenze e delle modifiche stabilite dai medici, tra deambulatori, busti, corsetti, docce e gambaletti, strumenti utili, per carità, meno male che esistono, e dei quali oramai siamo diventati dei veri esperti. Andando al Centro di Riabilitazione Motoria di via Bernardi qui a Bologna, con personale qualificato e permanente negli anni, ho potuto usufruire dell’offerta di un servizio qualificato, ma questo centro l’ho rivalutato anche come luogo in cui si possono coltivare rapporti, amicizie durature ormai ventennali.
Bisogna uscire dalla logica della “campana di vetro dell’Iperprotezione!”, dalla logica della sofferenza, e non ultimo dalla paura degli altri di farti male. In un incontro a scuola un bambino mi si è seduto sulla schiena senza la paura di farmi male, in modo talmente naturale che da lì è nata l’idea di mimare la tartaruga con l’aiuto dei bambini. Per me era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere, mi ha lasciato stupita. Io fin da piccola sono stata trattata come dentro una campana di vetro. Quel bambino con naturalezza ha rotto la campana e io ho provato una grande emozione.

Il vestito fa il monaco

Noi portatori di deficit spesso ci ritroviamo con un’immagine brutta di noi stessi, che non ci piace, che non ci convince molto, che vorremmo cambiare. Da qualche parte bisogna cominciare e io direi che si può cominciare dal vestire.
Non mi piacciono i colori sgargianti, i colori flash con tinte di capelli particolari, per farsi vedere, non mi piacciono i comportamenti eccessivi: l’esuberanza, esibizionismi, piercing, tatuaggi...
A dire il vero in questi anni sono cambiata tanto anch’io. Ho cambiato modo di vestire in questi anni, sono cambiate le mie esigenze, sono diventata un po’ più sportiva, casual, mi sono modernizzata e anche molto. Ora sono elegante sì, mi ci vedo sempre bene, non è che lo disdegni, ma ora distinguo di più, molto di più; a seconda di quello che devo fare durante la giornata, mi vesto diversamente, a maggior ragione in matrimoni, battesimi, o quant’altro mi possa capitare di speciale.
Oltre ai classici colori blue, bianco e nero a me sono sempre piaciuti i colori tenui pastello da vestire, verdi scuri, smeraldo, bosco, oliva sia chiaro che scuro, alloro, tutti i marroni terra di Siena e ocra, rossa e gialla, beige per disegnare. Sì, io disegno! E scrivo! Questi sono i miei hobby, ci ho lavorato sopra e attraverso questi hobby mi sono accettata, e fatta accettare, a livello lavorativo.
Ho faticato degli anni a convincermi di valere qualche cosa.
Ma sono certa che è servito a qualcosa il lavorare, farmi conoscere, farmi vedere per quello che sono, le mie qualità, essere credibile, dimostrare di avere carattere, di avere delle idee dei pensieri delle cose da dire e da comunicare al mondo; è servito dire sempre il mio parere, sfruttare al meglio la mia fantasia, la mia creatività, precisione, quello spirito che ti dice di non lasciare le cose a metà, che ti invita, ti spinge a portare a termine quello che stai facendo, che ti viene da dentro e che a volte si dimostra come un fremito insostenibile.

Parole chiave:
Scuola ed educazione