Stereotipi e pregiudizi: il gioco dell'associazione di idee

01/01/2004 - Elisabetta Zanardi

Stefania avrebbe pronunciato una parola e loro avrebbero dovuto dire, di getto e senza pensarci troppo, tutto quello che gli faceva venire in mente quel termine. Alcuni bambini hanno affermato che era un po’ come il gioco delle sillabe che facevamo in prima elementare, basato sulla velocità e sulla memoria, abbiamo concordato che era proprio così, poi Stefania, dopo aver chiesto un volontario che scrivesse alla lavagna, ha pronunciato la prima parola: bambino.
Dopo alcune affermazioni quali “Facile, facile!”, i bambini hanno cominciato a esprimere tutte le associazioni relative al primo termine; hanno elencato, in ordine sparso, caratteristiche fisiche e psicologiche, contesti di vita ed esperienze, attingendo ampiamente ai vissuti personali e quotidiani. Mentre il bambino che si era offerto volontario trascriveva i termini alla lavagna, aiutato da Sandra e Roberto, Stefania guidava il gioco facendo intervenire i bambini, evidenziando le ripetizioni o indicando le categorie che man mano si andavano costruendo. Quando le parole scritte erano già numerose e includevano molte delle dimensioni collegate al termine “bambino”, Stefania ha fermato il gioco; questo è l’elenco di parole scritte alla lavagna:

BAMBINO = gioco, studio, scuola, famiglia, allegria, movimento, affetto, felicità, intelligenza, giocattoli, caramelle, nascere, infanzia, piangere, essere umano, carne, cervello, occhi, mani, gambe, testa, simpatico, antipatico, giocoso, pulito, felice.

Stefania ha deciso di passare al secondo termine, i bambini si aspettavano che il gioco proseguisse perché Stefania aveva prima chiesto di dividere la lavagna in quattro parti e questo li induceva sicuramente a credere che le parole sarebbero state altrettante. Il clima, già molto rilassato, si è fatto ancora più festoso quando Stefania ha pronunciato la seconda parola: vacanze. Anche in questo caso, come per il primo termine, le associazioni hanno attinto ampiamente dalle esperienze di vita dei bambini. Ecco i termini elencati:

VACANZE = divertimento, tranquillità, riposo, niente scuola, estate, mare, montagna, sole, partenza, allegria, valigie, hotel, treno, aereo, gioco, nuovi amici, gelati, viaggi, relax, novità, ricordi, malinconia, fotografie, imprevisti, rischi.

Anche in questo caso Stefania ha fermato il gioco e senza soffermarsi troppo ad analizzare i termini trascritti, ha indicato la terza parola, in questo caso il nome di un gruppo musicale bolognese, idolo degli adolescenti ma conosciuto e apprezzato anche dai bambini più piccoli, i “Lunapop”. L’indicazione di Stefania è stata accolta da un’esplosione di entusiasmo generale e i bambini si sono sgolati per riuscire a intervenire e dire le loro idee. Ho potuto osservare che, fino a quel momento, anche i bambini e le bambine che abitualmente non partecipano con grande slancio alle attività, che intervengono solo se sollecitati direttamente e in modo molto sintetico, avevano contribuito attivamente allo svolgimento del gioco, ingegnandosi a farsi notare quando la velocità o l’entusiasmo degli altri finiva per prevaricarli.
Le parole che i bambini hanno evocato relativamente a questo termine attingono sia alla loro conoscenza diretta del gruppo e delle canzoni più famose, sia alla libera associazione compiuta con il mondo della musica e dello spettacolo; tutte le parole associate sono comunque connotate positivamente:

LUNAPOP = musica, dischi, canzoni, vespa 50, Bologna, successo, concerto, chitarra, batteria, Cesare, palcoscenico, microfoni, fans, rumore, allegria, intonazione, voce, divertimento, agitazione, ballare.

Rimaneva a questo punto un solo termine e i bambini, dopo la parentesi di euforia generata dall’aver chiamato in causa la band musicale, erano eccitati e rumorosi ed è stato necessario un mio intervento per riportare un po’ di calma. Quando Stefania ha pronunciato l’ultima parola, però, il silenzio si è imposto spontaneamente e il gruppo è rimasto spiazzato dalla presentazione di un termine inaspettato: handicappato. Inizialmente nessuno ha alzato la mano, l’atmosfera di imbarazzo era molto evidente e, come nell’incontro precedente durante la scommessa, i bambini si guardavano tra loro o mi rivolgevano sguardi interrogativi.
Stefania, per sollecitarli, ha ricordato loro che dovevano dire subito quello che gli veniva in mente, senza troppo starci a pensare, aggiungendo poi che potevano esprimersi liberamente. Quest’ultima parte del gioco si è svolta in silenzio, con molta pacatezza mentre fino a quel momento i bambini avevano riso e scherzato liberamente.
Dopo aver nominato direttamente anche Stefania, in un clima sempre abbastanza teso e imbarazzato, in un silenzio piuttosto innaturale, i bambini hanno cominciato a esprimere termini legati alla loro affettività e alle emozioni determinate dall’incontro con Stefania ma non solo da quello: la maggior parte di questi sentimenti si trovava probabilmente già radicata nel loro inconscio, frutto degli stereotipi collegati, a livello culturale, alla figura del disabile ma non verificati attraverso la conoscenza diretta e il vissuto personale. Le associazioni hanno tutte una connotazione negativa: tristezza, sfortuna, malinconia, dispiacere, problemi, aiuto, pena.
Più a fatica i bambini sono riusciti a dare voce al loro imbarazzo, al disagio provato in quello come negli altri momenti in cui la presenza del Calamaio li aveva costretti a un confronto diretto con la diversità. Anche in questo caso si sono censurati, non hanno avuto il coraggio di dare voce a quella parte di loro che avrebbe dovuto esprimere ansia, paura, chiusura; poche sono infatti le associazioni in questo senso: impressione, stupore, antipatia, rifiuto, fastidio.
Altre associazioni rendono conto invece della sopravvalutazione delle persone disabili che anche gli adulti fanno, che nasce dalla considerazione implicita che vede il disabile non come un diversamente abile ma come una persona “sfortunata”, meno dotata degli altri ma in grado di bilanciare, con qualità speciali, le sue numerose carenze: non parla ma è molto intelligente, non cammina ma ha molto coraggio, non è autosufficiente ma compensa la sua dipendenza dagli altri con la sensibilità e la disponibilità.
Questo ultimo tipo di associazione risulta numericamente più significativa con i ragazzi delle scuole superiori, segno evidente di un maggior condizionamento culturale e di una più sentita esigenza di mettere a tacere il proprio disagio senza però superarlo: l’attribuzione di doti speciali a una persona disabile è un’operazione compensatoria che non esce però dalla logica dell’emarginazione e del rifiuto poiché il disabile, seppur per nobili ragioni, viene comunque considerato solo nella sua evidente diversità. I bambini più piccoli sono in parte liberi da queste strategie, ma solo in parte, come dimostrano gli ultimi termini associati: gentilezza, bontà, coraggio, sensibilità, sentimenti.

HANDICAPPATO = Stefania, carrozzella, non cammina, non capisce, fatica a parlare, comportamenti strani, deficit, disabile, deformità, diversità, codice genetico, cervello, tristezza, sfortuna, malinconia, dispiacere, problemi, aiuto, antipatia, rifiuto, fastidio, impressione, stupore, pena, gentilezza, bontà, sentimenti.

Stefania in questo ha caso lasciato ai bambini più tempo per le libere associazioni e il gioco si è svolto con tempi e modalità del tutto diversi rispetto alle dinamiche evidenziate con le altre parole. Quando però l’elenco scritto alla lavagna era, come riportato, molto ricco e comprendeva una grande quantità di vocaboli relativi a idee, emozioni e sentimenti, frutto di un profondo condizionamento culturale e degli stereotipi che esso genera, Stefania ha fermato il gioco e ha chiesto ai bambini di osservare, per alcuni minuti, tutte le parole scritte alla lavagna e di comunicare le loro considerazioni.
L’intenzione di Stefania, a me molto chiara, di far emergere la negatività associata alla parola “handicappato” è stata quasi subito colta perché alcuni bambini, quasi contemporaneamente, hanno osservato come, all’ultimo termine del gioco fossero collegate quasi soltanto idee negative o, con le loro parole, “cose tristi”.
A partire da questa considerazione, Stefania ha condotto un dialogo con i bambini chiedendo loro se lei sembrava così triste e sfortunata come avevano detto delle persone disabili e quali erano le sensazioni che collegavano invece al loro incontro. Molti bambini hanno spontaneamente affermato che, nel caso di Stefania, le loro associazioni erano positive e hanno espresso termini come allegria, giochi, divertimento, ottimismo, intelligenza, felicità.
Stefania li ha stimolati a porle delle domande, a esprimerle dubbi e curiosità continuando così il dialogo interrotto nell’incontro precedente: in questo caso i bambini non si sono limitati a fare domande relative agli aspetti tecnici e materiali della vita di Stefania ma si sono spinti oltre, cercando di capire in che modo lei si rapporti alla vita, al suo deficit e alle difficoltà che esso determinano. Stimolati dalla disponibilità di Stefania, dalla sua pacatezza, dalla pazienza e dall’attenzione con la quale li ha ascoltati e ha risposto, i bambini hanno infranto il muro dell’imbarazzo, del disagio e hanno fatto domande molto esplicite e dirette, hanno cercato di soddisfare le loro curiosità e i loro dubbi. Ne riporto alcune, a titolo esemplificativo, tra quelle più significative:
Sei nata così? Hai una famiglia? Anche tua sorella è disabile? Da piccola quali giochi ti piaceva fare? Tua madre era dispiaciuta che fossi nata così? Come ti senti quando vedi gli altri camminare e tu non puoi? Ti diverti con i tuoi amici? Ti dispiace di essere diversa dagli altri? Ti fanno male le gambe? Ti capita spesso di essere triste? Hai fatto fatica a imparare le cose a scuola? Come ti senti quando ti osservano perché sei disabile? Ti piacerebbe poter fare le cose da sola? Quali sono i tuoi difetti?
Stefania, rispondendo a queste e ad altre domande, ha cercato di spiegare ai bambini, in termini semplici e a loro accessibili, di condurre una vita piena e serena, di vivere, come tutti, momenti tristi e momenti felici, di non considerarsi sfortunata ma, al contrario, molto fortunata: ha una famiglia, molti amici che le vogliono bene e la aiutano, un lavoro che le piace molto e tante idee da realizzare. Ha raccontato che le piace molto leggere e studiare, ha frequentato le scuole superiori con ottimi risultati, disegna molto bene e utilizza per lavoro il computer. Ha poi spiegato, con la semplicità e la delicatezza che la contraddistinguono, che non è dispiaciuta della sua condizione, che non le mancano le cose che non può fare perché non le conosce. In questo caso ha utilizzato un bellissimo esempio: a lei piacerebbe camminare come ai bambini piacerebbe volare ma, come loro non soffrono di non poterlo fare perché non l’hanno mai provato, lo stesso vale per lei e per tutte le cose che non può fare.
I bambini hanno ascoltato con grande attenzione le parole di Stefania, alternando gioia a stupore, commentando tra loro le sue affermazioni e comunicando esplicitamente quanto fossero sbagliate le loro idee sulle persone disabili. Ovviamente questo è il risultato più evidente della riflessione che ha seguito il gioco della associazione di idee, ma sarebbe semplicistico sostenere che questo incontro diretto con la realtà dei disabili sia sufficiente per superare i pregiudizi radicati nei bambini; certamente si è trattato di un primo importante passo in questa direzione, che non ha distrutto del tutto gli stereotipi ma ha sicuramente intaccato alcune delle loro convinzioni.
Il risultato credo più importante è la scoperta di come non tutto quello che si crede trova poi conferma nelle persone o nelle situazioni che erano state considerate, di come sia necessario imparare a rivedere le proprie idee accettando la verità che viene dall’altro, di come questo percorso arricchisce chi è disposto a intraprenderlo. Si tratta di obiettivi educativi non verificabili in termini oggettivi, con prove pratiche e sperimentali, ma lo stimolo offerto non è certo caduto nel vuoto, ha lasciato una traccia nelle loro personalità in formazione aiutandoli forse a sviluppare un atteggiamento mentale di apertura e disponibilità nei confronti della realtà, anche quella che, portatrice di diversità, genera timori e paure e spesso determina la chiusura e il rifiuto. Indubbiamente questa esperienza, che i bambini hanno vissuto in modo diretto e personale, ha permesso loro di compiere, grazie all’aiuto di Stefania, una riflessione sui propri sentimenti e sulle proprie convinzioni, i cui frutti necessitano di tempi assai lunghi, di molte cure e di altre sollecitazioni per giungere a un’effettiva maturazione.
Il riscontro più immediato è stata la diversa considerazione che essi hanno elaborato di Stefania e dei disabili in senso più ampio, hanno capito che la sua forza, la sua gioia, l’atteggiamento positivo nei confronti della vita nasce dall’accettazione di sé. Questo elemento, che era già emerso durante il primo incontro, si è indubbiamente consolidato ed è stato esplicitato nei testi che i bambini hanno prodotto il giorno dopo, dei quali riporto alcuni passi:

“Stefania mi ha fatto cambiare idea sugli handicappati, perché avevo sempre pensato che fossero persone tristi per i loro gravi problemi. Ho anche capito che possono lavorare e sono utili alla società.” (Cristina)
“Con il gioco che abbiamo fatto ho capito che quello che pensavo sugli handicappati era sbagliato. Stefania ha fatto bene a venire a scuola per spiegarci queste cose. Alla sera come ci aveva detto la maestra ne ho parlato con i miei genitori e ho scoperto che anche loro credevano che i disabili sono persone tristi e sfortunate.” (Andrea)
“Questa esperienza mi ha insegnato che anche le persone disabili hanno molto valore e apprezzano la vita più di noi.” (Vincenzo)
“Stefania è una ragazza che ha dei problemi, gira su una sedia a rotelle e io la consideravo una persona molto sfortunata. Quando ci ha detto che non è per niente triste, che vive felice con tanti amici, ho cambiato idea su di lei.” (Elisa)
“Stefania è su una carrozzella perché non può camminare. All’inizio ho provato dispiacere perché lei è handicappata. Ma poi Stefania ci ha raccontato che lei è una persona come noi, ogni tanto è triste ma non sempre, ha tanti amici ed è felice della sua vita. Se non l’avesse detto lei io non ci avrei mai creduto che una persona così poteva essere felice.” (Matteo)
“Stefania è una ragazza disabile ma quello che mi ha colpito di più è che ha ammesso di esserlo senza farne un dramma ma neanche facendo finta di niente: ha un carattere forte.” (Irene)
“All’inizio pensavo che Stefania era una persona che non sapeva fare niente invece lei ci ha detto che ha studiato e sa disegnare molto bene. Dopo ci ha detto che avevamo sbagliato perché lei non è triste, anzi è sempre allegra. Allora sono diventata più felice.” (Najah)