Sport ed handicap mentale

01/01/2001 - Paolo Bertani

In questo articolo vogliamo soffermarci non tanto sugli effetti generali dell'attività sportiva nei soggetti praticanti, ormai conosciuti e studiati, ma analizzare più da vicino e proporre una riflessione sugli effetti specifici provocati in soggetti che soffrono di handicap mentale o comunque di disturbi nella sfera cognitiva o relazionale.
Premettendo, comunque, che gli effetti benefici comunemente riconosciuti alla pratica sportiva su persone cosiddette normali, lo sono vieppiù per persone più deboli o svantaggiate, in quanto vanno ad agire su quadri di sofferenza o disagio ancor più bisognosi di aiuto, sostegno, alleviamento, allontanamento dalla propria difficile realtà.
Pertanto, laddove il movimento provoca un miglioramento nelle condizioni fisiche del soggetto (apparato cardiocircolatorio, apparato respiratorio, tono muscolare, connessioni neuronali, funzioni neuro-vegetative, ecc.), tanto più troveremo i benefici di questo miglioramento amplificati in soggetti che, pur non avendo difficoltà motorie particolari, per la loro storia tendono ad una vita sedentaria, che risulta poco stimolante verso gli aspetti dinamici anche più banali (camminare, correre, saltare, salire e scendere scale, prendere l'autobus, andare in bicicletta, ecc…), che solitamente caratterizzano o dovrebbero caratterizzare la vita quotidiana delle persone.

Movimento e sviluppo armonico

Quando parliamo di effetti positivi sulle condizioni psicologiche di chi pratica sport (scarico delle tensioni e dell'aggressività, produzione di endorfine, soddisfazione, senso di appagamento, ecc.), allora dobbiamo pensare a quanto questo possa essere benefico in chi vive in uno stato di tensione interiore più o meno marcato, spesso costante nell'arco della giornata, e che più difficilmente può trovare occasioni di svago, di rilassamento psicosomatico, o magari non è in grado di canalizzare la propria aggressività ed è costretto dai suoi impulsi a sfogarla in modi anche violenti su cose o persone (con rischi per sé e per gli altri).
Una mancata esperienza di movimento produce nel disabile una condizione ancor più sfavorevole per l'esplicarsi delle connessioni neuroniche che stanno alla base sia dei possibili apprendimenti motori sia di quelli cognitivi. Per questo sarebbe ancor più fondamentale una pratica motoria fin dai primi anni di vita, periodo in cui si struttura lo schema corporeo, cioè l'immagine interiorizzata del nostro corpo e delle sue possibilità d'azione. Se, ad esempio, un bambino ha la possibilità di sperimentare una gamma di movimenti (capovolta in avanti, all'indietro, eccetera) il più ampia possibile, aumenterà esponenzialmente il numero delle sinapsi neurotiche, cioè di quelle connessioni tra cellule nervose, che rimarranno nel suo patrimonio neurofisiologico e che saranno utili per lo sviluppo armonico del soggetto nel suo complesso, dagli aspetti cognitivi a quelli mnemonici, da quelli emozionali a quelli intrapsichici.
Quando ci si rivolge a persone ormai adulte, possiamo intervenire solo nel mantenimento delle prassi acquisite o al più nell'apprendimento di movimenti semplici o basati su azioni già sperimentate.
Ma le abilità motorie non sono l'unico aspetto importante! È nell'ambito psicologico relazionale che possiamo giocarci la "partita"; i fattori motivazionali, emozionali, interpersonali sono sempre stimolabili e rinnovabili, possono migliorare di quantità e, soprattutto, di qualità.

Quale disciplina scegliere?

E qui anche la scelta della disciplina sportiva ha il suo significato. Tendenzialmente sarebbe meglio privilegiare i giochi di squadra, dove esiste una maggior quantità di possibilità relazionali, con i compagni di squadra, ma anche con gli "avversari"; e dove, dato da non trascurare, gli eventuali gap prestazionali tra uno e l'altro possono essere ovviati o superati proprio dal fatto di essere inseriti in un gruppo e nella distribuzione appropriata dei ruoli.
Non è da escludere, però, nemmeno la pratica di una disciplina individuale, in quei casi in cui abilità sufficienti e attitudine psicologica del soggetto lo permettano e lo consiglino. Tanto più se ci si rivolge a uno sport come l'equitazione, in cui il rapporto con l'animale offre ulteriori stimoli e implicazioni emotive particolari e non vi è un confronto diretto con gli "avversari".
Un'ulteriore distinzione può essere fatta tra sport di contatto e sport di confronto a distanza.
Nei primi si inquadrano quasi tutti gli sport di squadra (calcio, basket, pallamano, pallanuoto, ecc.) o discipline individuali quali ad esempio scherma, ciclismo, arti marziali, ecc.
Nei secondi si iscrivono la pallavolo (unico tra gli sport di squadra) o altri individuali come nuoto, tennis, bowling, sci, tennis tavolo, canottaggio, vela, solo per citarne alcuni.
In questo tipo di sport conta molto la motivazione del singolo, che deve essere piuttosto elevata, proprio per reggere al peso dell'impegno degli allenamenti e delle eventuali competizioni, che grava per lo più solo sul singolo atleta, supportato da un allenatore o da un altro compagno di allenamenti, quando presenti.
Rispetto a ciò gli sport di squadra sono più adatti a sostenere la motivazione e soprattutto consentono all'individuo di superare momenti di crisi, cioè, ad esempio, interruzioni dell'attività che, nel caso di disabili mentali, possono essere anche ripetute durante l'anno, a causa delle caratteristiche di instabilità e disagio proprie di alcune patologie.
Dopo un'interruzione, infatti, è sempre possibile reinserirsi in squadra, senza che vi siano state ripercussioni sull'attività, proprio grazie al numero di componenti, solitamente più che sufficiente.
Caratteristica fondamentale del gioco di squadra è il senso di collaborazione tra giocatori e il sentirsi parte di una catena in cui ogni anello è importante e porta il suo contributo.
Il rischio sarebbe quello di sentirsi un "anello debole", nel caso di ragazzi meno abili di altri (non essendoci categorie su base di competenze, ci può essere una grossa differenziazione di capacità tra componenti della stessa squadra); questo solitamente non avviene perché nel disabile psichico gioca un ruolo molto più forte il senso di appartenenza al gruppo o a una squadra e il solo farne parte è motivo di enorme soddisfazione e orgoglio, indipendentemente dalle prestazioni fornite o dal minutaggio in partita. Un passaggio fatto bene, un tiro in porta, una parata sono esempi di obiettivi minimi, ma già motivo di soddisfazione e realizzazione.

Sentirsi vincenti

Ciò, ovviamente, non riguarda tutti i soggetti disabili; è più facilmente riscontrabile in soggetti con handicap più grave. In ragazzi meno danneggiati sembra prevalere il sentimento agonistico o l'ambito prestazionale, forse anche perché più in grado di fare confronti, di cogliere le differenze, e perché più sensibili al risultato positivo, nonché influenzati dalla cultura sportiva prevalente, cioè quella che emerge da giornali e televisioni, per cui conta chi vince.
Il significato della vittoria per un disabile mentale può assumere valenze particolari.
Nel corso della sua vita in quanti ambiti avrà potuto assaporare il gusto della vittoria, quali occasioni avrà avuto per sentirsi "vincente"? Un disabile non ha un vissuto di "sconfitte" praticamente costante nella sua vita? Pensiamo alla scuola, alle relazioni amicali, a quelle affettive o sessuali: in quante e quali di queste ha avuto rimandi positivi e riconoscimenti significativi, che potessero contribuire ad una strutturazione della stima di sé ed in cui rispecchiare un'immagine positiva di sé?
Pertanto lo sport può essere uno dei pochi, se non il primo ambito in cui provare queste sensazioni, in cui sentirsi realizzato e soddisfatto del raggiungimento di un obiettivo, e in una squadra, non dipendendo tutto dalle singole capacità ma dal collettivo, ciò è possibile anche per i soggetti più deboli, che altrimenti sarebbero penalizzati.
In un sistema psichico di collegamenti ciò può avere i suoi effetti benefici anche in altri campi, quali il lavoro o i rapporti familiari, o anche le relazioni amicali e affettive.

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