Specchio delle mie braghe

01/01/1993

L'immagine delle persone diverse

Grunge. No, non è verso di disappunto. È la nuova moda. Oddio, diranno quelli che non sanno ancora com'è. (Oddio, ripetono in coro quelli che sanno già com'è). Un po' stanchi dopo la grande abbuffata di "estetismo a tutti costi" degli anni '80 eccoci pronti a riciclare abiti ormai dismessi. Accozzaglie di stoffe, colori e fantasie: e le righe a farla da padrone. Le righe, appunto. Nel Medioevo indicavano uno status di diversità, un marchio infamante.
E oggi? Che ne è oggi dei marchi di diversità? Davvero la moda ha omologato tutto e tutti? Oppure ci sta solo provando? Ma soprattutto, la moda, o meglio ancora l'attenzione all'immagine ci interessa ancora? Interessa alle persone che, per definizione in quanto "diverse", non hanno avuto fino ad ora un accesso legittimo in questa sfera?
Alcuni segnali hanno attratto la nostra attenzione: sfilate di moda per donne in carrozzina, corsi di trucco per donne cieche, ausili con una cura particolare per l'aspetto estetico (oltre che per quello funzionale). Tutto, apparentemente, negli ultimi due, tre anni. Ed ecco il dubbio: che stia nascendo una attenzione tardiva (almeno rispetto all'ossessione dell'ultimo decennio) per l'immagine delle persone disabili? E se così fosse, che portata avrebbe?
Ci siamo posti queste domande e, per tutta risposta, ci siamo trovati con altre domande. 0 siamo di fronte ad un problema irrisolvibile o è la semplice prevenzione per tutto ciò che è troppo esteriore o per ciò che rischia di creare nuove differenze nel momento in cui dice di annullarle. Ecco perché abbiamo girato i nostri dubbi ad alcuni interlocutori e ciò che vi presentiamo di seguito sono le loro immediate risposte. Com'era prevedibile le posizioni si sono spaccate in due; "favorevoli e contrari", tanto per non rubare la formula. Le vostre opinioni invece le attendiamo in redazione. (V.B.)

Cristina Lasagni è autrice del video "Non sto parlando di nessun altra; frammenti di vita di donne handicappate". Dirige inoltre il trimestrale d'informazione giuridica "II diritto delle donne".
"Credo sia normale che oggi il mercato si rivolga anche ai disabili. Negli ultimi anni il mondo dell'handicap è uscito dall'ombra, ha fatto dei passi avanti. Testimone ne è anche l'attenzione recentemente dimostrata dai mass media verso questa fascia: ad esempio voglio ricordare la puntata della trasmissione "Milano Italia" di Gad Lerner, dedicata al problema della sessualità dei disabili. È il segnale che qualcosa comincia a modificarsi, anche se lentamente. Ma alla capacità di parola è legata anche l'affermazione sul piano economico, che è quella che al mercato interessa. La stessa cosa è successa negli anni '50, quando il settore dell'abbigliamento ha deciso di produrre anche per gli adolescenti, fino ad allora ignorati perché privi di un'autonomia economica. Con questo non voglio dire che dietro a questa proposta del mercato non ci sia una riflessione, ma certamente non è quella ad avviare il motore della produzione.
L'idea del corso di trucco per donne cieche mi piace. Credo che per ogni donna sia piacevole fare qualcosa che la faccia sentire più carina. Una donna cieca non potrà vedersi allo specchio, ma è probabile che amici, parenti e conoscenti le riconoscano un aspetto più gradevole. Quasi tutte le donne si truccano, perché a una donna cieca dovrebbe essere negato? F allora una donna che ci vede poco poco può truccarsi o no? Insomma, dov'è il limite? In una società conformista come la nostra, dove per sentirti parte di un gruppo devi essere vestito, pettinato e truccato in un certo modo, per una persona che ha gia problemi in più rispetto agli altri questo può essere un modo per sentirsi un po' più integrati. Lo stesso vale per gli ausili colorati. E' giusto dare una possibilità di scelta. Starà poi ai singoli decidere se utilizzare una carrozzina grigio-ospedale o rosa confetto.
Più perplessa mi lascia invece l'idea di una sfilata per donne handicappate o a cui parteciperebbero anche donne handicappate. Soprattutto, mi chiedo quanto servano altre proposte, magari rivolte a chi è su una carrozzina. A queste persone servono abiti larghi, che si possano sfilare facilmente. Forse che il mercato già non li propone?".

Daniela Bas, politologa, è specializzata in tematiche di sviluppo sociale.
"Innanzitutto per me "fa moda e immagine" chi è naturale, disinvolto, spregiudicato, ma soprattutto chi mostra originalità: l'importante è che qualcuno riesca ad essere diverso dagli altri. Ecco perché negli anni '90 tutto e tutti possono essere "moda e immagine". Le persone con handicap, considerate da sempre i diversi, hanno a propria disposizione dei punti di originalità in più se riescono ad aggiungere un tocco di naturalezza, disinvoltura, accettazione di sé ed anche orgoglio per come si è. Mi sembra logico che le persone con handicap colgano questo momento favorevole e si inseriscano sempre più in tutti i settori della vita dove l'immagine ha un ruolo: moda, ausili tecnici, mondo artistico... Chi diventa handicappato nel corso della propria vita si trova a doversi ricostruire un'identità, a confrontare il sé passato con quello presente. Si trova soprattutto con una nuova identità corporale, penalizzata, soprattutto finché è ancora in ospedale a fare
riabilitazione, da quel tipico abbigliamento grigio e informe, consono, appunto, al suo nuovo status fisico. Chi riesce ad attuare una riorganizzazione interiore, a trovare una immagine positiva di sé divenendo consapevole dei propri nuovi bisogni, può allora dare agli altri una immagine positiva. Chi acquisisce un handicap vede soprattutto colpita la propria desiderabilità. L'abbigliamento può diventare allora lo strumento per manifestare ciò che si è, è la libertà di sentirsi bene ed esprimere il proprio io attraverso l'io esteriore.
Sarebbe interessante rovesciare il concetto secondo cui gli anni '80 hanno avuto una influenza anche sul mondo dei detentori di handicap che ora, con dieci anni di ritardo, hanno deciso di mettersi alla pari. Al contrario è la società che ora è cresciuta e inizia ad apprezzare ciò che è diverso se questa diversità si distingue per la sua originalità. Prima la forza di rigetto della massa della società era troppa. Oggi le porte, anche se solo quelle di servizio, sono aperte e ci si può fare conoscere e riconoscere come uguali nella diversità".

Cristina Pesci, medico psicologo sessuologa, fa parte del gruppo ricerca e formazione Handicap e sessualità dell'Aias di Bologna.
"Un corso di trucco per donne cieche e il lancio di ausili colorati mi pare un modo ipocrita per abbellire qualcosa che non è piacevole.
Un modo perché la società possa mettersi il cuore in pace, perché si senta sollevata dal senso di colpa. Invece preferisco l'idea che a un corso di trucco per normodotate possa partecipare anche una donna cieca, che probabilmente si sentirebbe molto più integrata di quanto non possa sentirsi in uno spazio "a parte", creato apposta per lei. Aborrisco l'idea di una sfilata per donne disabili. Sarebbe come negare una parte dolorosa, alla quale, se si potesse scegliere, si rinuncerebbe volentieri."

Antonio Guidi, neuropsichiatra infantile, e attualmente responsabile dell'Osservatorio per i diritti della Cgil di Roma
"Sicuramente da qualche anno a questa parte si assiste ad una maggiore attenzione relativamente all'immagine delle persone handicappate. Però nel frattempo assistiamo ad un rallentamento delle forme di estetica esasperata che hanno contraddistinto gli anni ottanta. Una caduta del mito del super-bello che comunque non è attribuibile ad una maturazione culturale, ad una presa di coscienza che nel culto dell'estetismo finiamo per essere tutti spettatori di una realtà aliena. Siamo in un periodo di normalizzazione in cui la bellezza e l'efficienza non sono negati perché elementi di devianza ma piuttosto perché troppo di lusso. E' insomma una specie di risparmio.
Se ci fosse stato un vero superamento dell'ideologia non saremmo in una società frammentata in cui ognuno pensa di essere parte di una minoranza. Abbiamo infatti messo da parte i miti del bello, dei blocchi contrapposti, dell'abbuffata reaganiana ma non ci troviamo in una società più unita; oggi prevale una visione pessimistica e l'incremento del 400% nell'uso degli psicofarmaci è uno dei tanti segnali. In questa specie di cappa che opprime i valori si infiltrano però delle novità come ad esempio il coniugare efficienza ed estetica negli ausili. Avere una carrozzina migliore sotto entrambi i profili motiva sicuramente a sfruttarla at meglio.
Poi c'è un altro fatto molto importante: la sessualità, l'affettività delle persone handicappate, che una volta erano un diritto, oggi sono diventate un fatto fisiologico, naturale. Ecco la maturazione: la voglia di vestirsi e truccarsi come gli altri (di mettersi la Lacoste anziché la tutina) è un diritto e il segno di un salto di qualità.
Credo infine che per le case produttrici di pronto moda il settore handicap rappresenti un ambito di possibile sviluppo. L'importante è che la produzione di abiti su misura, con particolari accorgimenti per adattarsi ad esigenze diverse, non si trasformi in strumentalizzazione. Spero insomma che questi vestiti non costino cinque volte di più."