Spazio al corpo

01/01/1997 - Davide Rambaldi

Come si traduce la consapevolezza della relazione tra spazio e corpo? In un primo luogo in una analisi degli spazi istituzionali: l’ospedale, il centro diurno, la scuola: dalla loro organizzazione si può capire molto sul tipo di idea di rapporto cge esiste tra malato e medico, tra operatore ed utente, tra insegnante e allievo. Ma esiste anche lo spazio personale.
Diverse sono le dimensioni del corpo su cui possiamo concentrare l'analisi: il corpo e il cibo, il sesso, la malattia e la cura, la pulizia, il movimento. Un'altra dimensione ampiamente esplorata è quella del rapporto tra corpo e spazio. Eppure rimane un rapporto più oscuro, meno maneggiato, in quanto lo spazio è una zona di confine, astratta, una dead zone nella quale siamo cosi immersi che ci sfugge, perché rimanda all’esterno, al fuori di noi assoluto, al mondo con il quale abbiamo a che fare, oggettivo, reale, indiscutibile. In fondo, non dobbiamo fare altro che muoverci. Ma la questione è più complessa. In primo luogo il mondo è cosparso di oggetti, in un equilibrio profondamente diversificato tra vuoto e pieno che ci costringe a muoverci in relazione ad esso. Non solo: gli spazi sono organizzati in modo da svolgere funzioni simboliche, cosicché noi ci sentiamo e comportiamo in maniera diversa se siamo in casa o in ospedale, in autobus o nella nostra automobile. Non è un caso che quel gran genio di Louis Bunuel ne "Il fantasma della libertà", ribaltando il mondo degli spazi, metteva i suoi personaggi nel gabinetto a svolgere i rigidi rituali sociali borghesi mentre il salotto buono era diventato un luogo da nominare sottovoce, la cacca oggetto di discussione, il cibo ripugnante rimosso collettivo.

Spazio e territori simbolici

Infine lo spazio è pieno di territori simbolici che appartengono agli altri , territori da non invadere , da con qui stare, da difendere. Si vede bene che lo spazio, da zona morta, astratta, vuota, è in realtà un luogo pieno: di regole, di funzioni simboliche, di fantasie. In questo senso l'antropologia e la psicoanalisi prima e la sociologia interazionista poi hanno molto insistito e approfondito l'analisi dello spazio come decisiva dimensione relazionale dell'uomo. Eppure, come si diceva, queste importanti acquisizioni intellettuali sono scarsamente maneggiate da coloro che si occupano di relazioni: parlo di insegnanti, educatori, assistenti sociali, medici; forse un caso a parte sono gli psicologi, che più di altri dovrebbero aver tradotto in prassi la consapevolezza di uno dei quattro fondamentali aspetti del "setting": lo spazio, appunto (gli altri tre sono tempo, ruolo e compito). Ma in termini pratici, appunto, come si traduce la consapevolezza della relazione tra spazio e corpo? In primo luogo in un'analisi degli spazi istituzionali. L'ospedale, il centro diurno, l’ufficio comunale o dell'Ausl, la scuola: che in un'aula gli spazi siano organizzati in un modo o in un altra determina il tipo di relazione tra gli attori che la occupano, insegnanti e bambini: rivela le probabili fantasie dell'uno e degli altri, la possibilità di muoversi diversamente, rivela che spazio/autonomia di pensiero è concesso o meno, che spazio di relazione tra pari e tra alunni e insegnante esiste, che grado di repressione e frustrazione si accumula, con le conseguenti esplosioni di aggressività, movimento, creatività. Se analizziamo l'istituzione scuola nella sua evoluzione riscontriamo certamente differenze sostanziali nell’organizzazione degli spazi nella sua storia e all’interno dei diversi gradi scolastici.

Differenze e profonde continuità

L'impianto scolastico, se si escludono le materne e i nidi, è sostanzialmente uguale da 150 anni. In realtà la scuola eredita tutta una concezione del corpo, della relazione gerarchica tra insegnanti e alunni, di stampo ottocentesco, che ha trovato un'emancipazione recente, faticosa e ancora controversa. Io ricordo che all'asilo, negli anni 60, e ancora alle elementari, ci costringevano a dormire sul banco con al più un cuscino, e che a volte eravamo costretti a tenere a lungo le mani incrociate dietro alla schiena lungo le stanghe dei seggiolini. Era un'idea del corpo che mortificava il movimento, sacrificato all'ordine indiscutibile di quello spazio pensato per rafforzare la ragione e lo spirito, al quale adeguarsi e piegarsi costituiva un giudizio di valore fondamentale che si traduceva nel voto in condotta. Oggi, negli asili, c'è il lettino, se dio vuole. La relativa crisi del modello scolastico tradizionale ha prodotto organizzazioni spaziali diverse, dall’utilizzo dei laboratori a soluzioni non "frontali" tra studenti e insegnanti. A volte gli studenti si mettono in trincea: in un corso di qualificazione sul lavoro per assistenti di base, i corsisti - adulti che lavorano nei servizi - avevano lasciato libera tutta la prima fila dei banchi occupando esclusivamente quelli dietro. I docenti si trovavano cosi ad affrontare una barriera spaziale che diceva molto sul livello di resistenza che questi adulti avevano nei confronti del corso, resistenza confermata da atteggiamenti passivi, restii alla partecipazione. E' chiaro che quando parliamo di corpo lo intendiamo come unità di mente e corpo: la resistenza non è mai esclusivamente intellettuale, è sempre e soprattutto affettiva ed è il corpo attraverso le sue emozioni che la esprime.

I centri diurni per disabili

I centri diurni per handicappati, istituzioni recenti, hanno costruito spazi tesi a favorire la relazione. A seconda che il modello di riferimento a monte sia più o meno educativo, sanitario, tecnico, gli spazi saranno diversificati. Il servizio nel quale lavoro, con un modello fortemente sbilanciato sull'educativo, ha costruito un primo piano a modello "casa" (rimandando cosi allo spazio famiglia), quello terreno a modello "laboratorio" (rimandando cosi allo spazio lavoro). La diversificazione dei due spazi si traduce in una diversificazione delle regole: certamente più rigide nel laboratorio e meno nella casa. I corpi degli operatori e degli utenti sono costretti a muoversi diversamente pur nello stesso spazio istituzionale, a seconda dei tempi, più o meno liberi. Lo spazio di relazione nel laboratorio è basso, essendo l'attenzione rivolta all'oggetto lavoro e alle regole che lo definiscono. Fuori dal laboratorio le attività individuate potrebbero quasi definirsi come un pretesto alla relazione educativa che lo spazio esterno al servizio o interno/casa non può che favorire: il pulmino, la gita, i negozi, la tavola, il bagno, la cucina, il soggiorno, ecc.La coscienza dello spazio istituzionale in cui agiscono le relazioni dovrebbe far parte del corredo professionale di ogni operatore. E' un'analisi che riguarda l'istituzione, che la definisce e definisce il livello di adeguatezza della stessa rispetto ai compiti di chi vi opera, del mandato e delle finalità generali per le quali in un'istituzione si lavora. Definisce infine l'assunzione/accettazione di un tipo di relazione stabilita da quello spazio o la sua messa in discussione: in altri termini, l’insegnante può accettare incondizionatamente il "frontalone" oppure adoperarsi per costruire in classe altre relazioni spaziali, a seconda dei compiti e degli obiettivi che si dà.E' chiaro che è difficile sottrarre lo spazio agli altri elementi del "setting" di lavoro, e in questo senso hanno ragione gli psicoanalisti a legarlo al tempo, al ruolo e al compito; ma questa discussione ci porterebbe troppo in là.

Spazio istituzionale e spazio personale

Oltre allo spazio istituzionale, lo spazio personale è un'altra delle relazioni fondamentali che il corpo intrattiene col mondo. Sappiamo che lo spazio personale è determinato in gran parte culturalmente, varia da cultura a cultura e non solo, da gruppo a gruppo. E comunque la propria cifra spaziale soggettiva determina profondamente il tipo di relazione che instauriamo con gli altri: è uno spazio pieno di fantasie, paure, desideri, difese, conquiste. Soprattutto il desiderio, pulsione corporea primaria, è uno degli elementi fondamentali di occupazione dello spazio, esso sancisce il contatto, la distanza, la prossimità e permette l'azione sessuale.Ognuno di noi ha una propria misura spazio-corporale più o meno distante/prossima dall'altro. Ogni educatore sa bene quanto sulla spazialità corporale si giochino elementi decisivi della relazione educativa: l’empatia, il contatto, il rispetto. Paolo, una persona handicappata con la quale lavoro da anni, mette alla prova gli educatoric)oosul rispetto dei suoi spazi corporei, deve essere lui a decidere il contatto e nessuno può permettersi di invaderlo senza autorizzazione. La sua rigidità fa da contraltare alla straordinaria affettività che poi regala a chi rispetta questa sua dimensione di sé alla quale è profondamente legato.Molte persone con problemi psichici popolano gli spazi del loro vivere di fantasmi paralizzanti, come quel ragazzo nel "Grande Cocomero" della Archibugi che vedeva lo spazio intrecciato di fili che impedivano il movimento, o come Rita, una utente che frequenta il servizio in cui lavoro, che, pur avendo ottime autonomie, è incapace di muoversi o chiedere il sale ` tavola: si ferma e aspetta che qualcuno si ricordi di lei e interrogandola poi glielo offra.
Lo spazio tra il suo corpo e la saliera è per lei inaffrontabile.In questo senso l'autonomia può essere una accresciuta coscienza del corpo di poter occupare lo spazio in un equilibrio tra due estremi: una fantasia onnipotente di spazi vuoti e una fantasia impotente di spazi pieni.

Quando si cambia

Un altro aspetto del rapporto spazio-corpo merita di essere approfondito: il cambiamento. Se la nozione di spazio che abbiamo fin qui discusso non può evidentemente ridursi alla qualità esterna, ma proprio perché è in relazione al corpo-mente, anche a quella interna, è chiaro che anche il cambiamento - l’aspetto temporale del rapporto io/mondo - è coinvolto con la spazialità. Se il nostro corpo cambia ontogeneticamente, la nostra psiche è profondamente influenzata dal rapporto con l'esterno, nel senso che il cambiamento è legato a un faticoso e perennemente destabilizzato equilibrio tra il nuovo/esterno e il consolidato/interno.E' evidente che non si dà cambiamento se il nuovo non entra, se cioè non si fa spazio nella propria dimensione intrapsichica. Detta in questi termini lo spazio non sembra che una discutibile metafora psicologica. Eppure ha una ricaduta forte nella prassi educativa e psico - terapeutica: il lavoro costante di demolizione delle stereotipie alle quali gli individui sono aggrappati non è altro che aprire spazi per poter permettere il cambiamento, per fare entrare un'altra visione del mondo, un'altra rappresentazione o percezione di sé, una scoperta di possibilità nuove per il proprio corpo e la propria mente, un salto di qualità in termini esistenziali. 

Pubblicato su HP:
1997/56
Parole chiave:
Comunicazione, Cultura