A spasso con Elena

01/01/1996 - Sandro Bastia

Federico Starnone, 28 anni, vive a Roma dove sta concludendo un dottorato diricerca in geometria algebrica e collabora alla rivista della sezione localedella Uildm. Recentemente ha pubblicato per la casa editrice Feltrinelli illibro Più leggero non basta - educazione alla diversità dove racconta la suaesperienza di obiettore di coscienza presso un'associazione che si occupa didisabili.

Perchè hai scelto di fare l'obiettore e perchè proprio in quel posto?


La scelta di fare il servizio civile l'ho fatta appena ho saputo che esisteva lapossibilità di farla, intorno ai sedici anni. All'epoca durava due anni, ma misembrava che comunque non ci potessero essere dubbi. Poi, però, i dubbi mi sonovenuti. Mi sono trovato appena laureato, a ventitrè anni, con la prospettiva diestinguere i miei obblighi nei confronti della patria nel giro di un anno emezzo se avessi scelto il militare (sei mesi di attesa al massimo prima dellachiamata) o di due anni e mezzo se avessi scelto il servizio civile (perl'arrivo della cartolina agli obiettori serve un anno in più).
Per chi deve cercare lavoro e ha bisogno di scrivere "militesente" sulcurriculum un anno non è poco. Alla fine però mi sono reso conto che inrealtà non avevo scelta: non avrei saputo fare diversamente. E ho consegnato ladomanda.
Sei mesi dopo mi è arrivato il riconoscimento. E' il foglio con cui lo Statoacconsente alla tua richiesta di svolgere il servizio civile. Con quello in unamano e la lista degli enti convenzionati nell'altra ho cominciato a girare pertutta Roma. Ho concordato la chiamata con l'opera universitaria, dove avreiassistito studenti disabili, ma ho contattato quasi tutti gli enti. Ne hotrascurati solo quattro o cinque, quelli più lontani da casa. Un anno dopo miè arrivata la cartolina che mi destinava a uno di questi.

"Educazione alla diversità": nel libro inizialmente ti descriviin modo ironico, con valori, motivazioni. Poi, lungo il percorso, hai cominciatoad incontrare il diverso, che era diverso anche da quanto ti aspettavi.


Anzitutto l'educazione alla diversità non è patrimonio di una minoranza: èuna cosa che hanno tutti. Infatti tutti hanno rapporti con la diversità (ciòche è altro da noi) e vi si confrontano secondo le linee proposte da un propriomodello (ostilità, curiosità, paura, attrazione...). Queste linee vengonomaturate elaborando le proprie esperienze, ovvero educando se stessi. Teniamopresente però che l'educazione alla diversità, come tutte le educazioni delresto, non si completa mai. Il nostro modello di riferimento nel rapporto conl'altro può - e deve - essere variato in continuazione. Questo perchè vivereè sinonimo di divenire: se restiamo identici a noi stessi, se i nostri modellinon cambiano, noi restiamo immobili. E l'immobilità è quanto di più lontanodalla vita. Quindi siamo oggetto di una continua educazione alla diversità peril semplice atto di campare.
Ovviamente vi sono educazioni più o meno proficue.

"Più leggero non basta"; mi sembra si riferisca, oltre che alleparole di Elena nel libro, a quella condizione, tipica dell'obiezione, in cui siè comandati a "prestare aiuto", essere disponibili. Nel tuo libroracconti di un percorso che ti ha portato da un primo momento in cui viveviquesto paradosso fino ad una situazione di grande coinvolgimento.


La voglia di vivere, direi. Ma mi spiego meglio. Essere oggetto di un obbligo,di un comando, non è che una delle situazioni di necessità della vita. Questesi susseguono, e in realtà sono la condizione più diffusa: spesso si odia ilproprio lavoro, bisogna fare la spesa, pulire la casa, eccetera. Necessità,obblighi. Possiamo decidere di assolverli abdicando a noi stessi, annullandocicome persone, cercando di non viverli. Oppure possiamo viverli intensamente,fino in fondo, come le cose che invece abbiamo scelto, sperando che quel poco dibuono che ne può saltar fuori compensi quanto di cattivo c'è nella necessità.Io sono stato fortunato.

Essere raccontati da un occhio esterno è uno degli arricchimenti datadalla presenza di un obiettore. Quali impressioni hai ricavato del mondo deiservizi per gli handicappati?


La stessa che si ricava dall'incontro con tutto ciò che risponde alla dicitura"mondo del..."; un universo tendenzialmente chiuso, che come taletende a vivere all'interno di se stesso autoalimentandosi: talvolta chi ci stadentro dimentica che sta lavorando per chi sta fuori (gli handicappati stessi) ecomincia a lavorare per raggiungere questa o quella posizione. Il che portaspesso a un grande spreco di risorse. Eppure c'è tanta gente in gamba...

Qual è stato il tuo rapporto con gli educatori?


Educatori, ne ho frequentati pochi. E quelli che ho conosciuto mi hanno datol'impressione di lavorare nei pompieri, non per qualche ente. Gente costretta afronteggiare solo emergenze, lavorando in condizioni di difficoltàinverosimili. La routine? Mai sentita nominare.

Quali sono le differenze tra gli ambiti e le competenze degli obiettori equelle degli educatori, ovvero, quale può essere l'impiego di un obiettore,quali le cose che è giusto che venga chiamato a fare e quali invece gli ambitiper cui è richiesta l'opera di un professionista come l'educatore?


La legge, saprai meglio di me, impone che l'obiettore non sostituisca nessunoche potrebbe essere pagato per il lavoro che fa. Per quello che ne so, questa èl'unica regola. Sistematicamente ignorata.

Quali sono state le motivazioni che ti hanno portato a scrivere di questaesperienza?


La gran voglia di raccontare quello che vivevo, le conquiste quotidiane. Soloche la realtà, raccontata allo stato puro, non ha senso quasi mai. Per scrivereil mio processo di crescita durante il servizio civile ho spesso dovutoreinventare ciò che mi succedeva, in modo che il "senso" che ne avevospremuto risultasse in maniera evidente da quello che raccontavo. Il libro,infatti, come tutto ciò che non è puramente giornalistico, è in gran parteuna rielaborazione della realtà.

La ritieni un'esigenza nata da una esperienza che "doveva"essere raccontata oppure è stata l'occasione per scoprirti scrittore?


Mi piacerebbe molto poter rispondere "sì, mi sono scopertoscrittore". In realtà gli scrittori sono bravi, molto più bravi di me. Iofaccio matematica, nella vita, e forse sono uno di quelli che non amano illavoro che fanno. Pazienza. E quindi, per necessità, ripiego sulla primaipotesi: un'esperienza che doveva essere scritta. Forse da un vero e proprioscrittore. Giudica tu.

Parole chiave:
Letteratura