Soltanto acciaio e ossa

01/01/2003

Le preghiere dei bambini

Non brucino più interi quartieri.
Non si vedano più bombardieri.
La notte sia per dormire.
Si cancelli la parola punire.
Le madri non debbano piangere.
Nessuno più debba ammazzare.
Che ognuno possa qualcosa creare.
Che di tutti ci possa fidare.
Che i giovani ottengano tutto questo,
e anche i vecchi…ma presto.

Bertolt Brecht

Lia Levi, Cecilia va alla guerra, Storie d’Italia, Mondadori, 2000

In forma di diario e quindi raccontato in prima persona, il racconto della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di Cecilia, undicenne friulana. La storia è piacevole e fa intravedere come si viveva a quei tempi nelle zone di confine. E’ però una storia poco credibile, soprattutto nella seconda parte quando Cecilia, insieme all’amico Marco, insegue una spia che ha sottratto il diario del padre. E’ costruita in modo da “appassionare” e poter nello stesso tempo descrivere in modo meno “noioso” cosa succedeva tra i civili e i militari. Ma resta poco convincente e non sembra probabile che i ragazzini di oggi (a quasi un secolo di distanza!) possano immedesimarsi nei ragazzi protagonisti.

Gary Paulsen, L’uomo delle volpi, Superjunior, Mondadori, Milano, 1999

Intenso anche se breve, questo romanzo di Paulsen, uno dei più grandi scrittori americani per ragazzi, non è un libro che parla di guerra ma questo tema, anche se sullo sfondo, non è affatto secondario. Il bellissimo rapporto che si crea fra il ragazzo protagonista (un adolescente ospitato dagli zii, per allontanarlo dai genitori alcolizzati e violenti) e un vecchio dal viso sfigurato che vive isolato nei boschi, offre numerosi spunti sul tema della diversità, dell’amicizia e della crescita. Ma anche permette di vedere la guerra da due diversissimi punti di vista. L’uno, quello dell’Uomo delle Volpi, che ne rappresenta tutto l’orrore: “Hai sentito parlare di Verdun? (…) E’ stata la definitiva sconfitta della bellezza per mano della scienza; il trionfo delle macchine sulla carne” – indicò i libri - “In un certo senso ha cancellato ogni cosa contenuta là dentro, tutta la conoscenza umana (…). Ferro, ragazzo mio….acciaio contro carne, scienza contro bellezza. A Verdun pioveva ferro dal cielo, una pioggia di morte che durò mesi e mesi, uccidendo migliaia di uomini e storpiandone altrettanti, finchè non restò altro che ossa e acciaio (…). Acciaio, tanto di quell’acciaio che, perfino ora, dopo anni e anni, a Verdun non cresce nulla, neanche l’erba. Soltanto acciaio e ossa”. (p.61) L’altro, quello dei due vecchi zii che, nelle sere d’inverno, intorno al camino raccontano della guerra cercando di divertire. E anche di questo punto di vista sarà proprio l’Uomo delle Volpi a spiegare la ragione: “Quelle storie che raccontano alla fattoria…non lasciarti buttare giù. Vedi, per loro è semplicemente un tentativo di trovare una rosa in mezzo al letame. Gli uomini che le raccontano, tentano di ricordare quelle parti della guerra che può valere la pena evocare; tentano di scovare in mezzo a tutto quello spreco qualcosa di utile.” Ci pensai su e annuii. “Forse, ma non capisco come possano trovarci qualcosa di minimamente divertente quando tu…bè…” “Lo so, lo so, - la voce diventò sommessa e dolce – ma devono tentare, devono provarci; altrimenti è stato tutto per niente, e a nessuno piace fare qualcosa per niente” (p. 62).

David Kherdian, Lontano da casa, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1997

Il 16 settembre 1916, il Ministro dell’Interno turco ordinò “…la totale eliminazione di tutti gli armeni residenti in Turchia (dichiarando che) è necessario liquidarli completamente, per quanto tragiche siano le misure adottate, senza riguardo per età, sesso o scrupoli di coscienza”. L’autore è figlio di una donna, allora bambina, sopravvissuta allo sterminio, e in questo bel romanzo ne racconta la storia dal 1907 al 1924, accompagnando la madre, e noi insieme a lei, nel disperato viaggio verso i deserti della Mesopotamia, i campi di raccolta, le epidemie e le fughe fino alla sua partenza per l’America e la salvezza. Nel raccontarci una pagina di storia sconosciuta, Kherdian ci fa immergere nella vita e nella cultura di un popolo di cui molti ignorano l’esistenza, descrivendone con vivezza e partecipazione riti, usanze e tradizioni.

Sook Nyul Choi, Impossibile dirsi addio, Ex libris, E.Elle, Trieste, 1994

Pochi ragazzi saprebbero dare qualche informazione sulla Corea che non riguardi la produzione di scarpe da tennis o automobili. Eppure la storia di questo paese assomiglia tragicamente a quella di altri paesi più vicini, dominati da popoli “più potenti” e convinti di avere ragione. L’autobiografia dell’autrice si apre all’epoca della dominazione giapponese e si conclude dopo la divisione della Corea in due parti, tagliate dal Trentottesimo Parallelo e dal filo spinato che Sook riuscirà a scavalcare per sfuggire alla nuova dominazione russa, più subdola ma sostanzialmente opprimente come quella giapponese. E attraverso i suoi occhi di ragazzina vediamo la morte di una cultura antica e le sofferenze di un popolo cui non viene riconosciuta la dignità di esistere autonomamente e poter scegliere la libertà. Si viene catturati fin dalle prime pagine dalle vicende della famiglia di Sook e, seguendone le sorti, ci si ritrova a riconoscere il valore universale della libertà e della dignità dell’uomo, a qualsiasi etnia e religione appartenga.

Theodore Taylor, La bomba, Super Junior, Mondadori, Milano, 1995

Il primo pensiero, prendendo in mano questo bel libro, potrebbe essere che gli esperimenti nucleari nell’atollo di Bikini sono storia vecchia. Ma anche per questo è necessario rinfrescare la nostra memoria e far conoscere ai più giovani una pagina nera della storia americana che ha fornito ben poche informazioni in più rispetto a quanto già si sapeva sulle capacità distruttive delle bombe atomiche. In compenso, come ben racconta l’autore, che ha partecipato alle operazioni preliminari di sistemazione della laguna, ha segnato la fine di un piccolo paradiso e di tante persone cui è stato tolto tutto quello che avevano in cambio di niente.

Elizabeth Laird, La patria impossibile, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993

Pochi ragazzi sanno (ma quanti adulti?) chi sono esattamente i curdi e dove vivono, perché sono sempre in guerra e fuggono sempre. Questo libro, attraverso le vicende di Tara e della sua famiglia, ci proietta nella vita e nella storia di questo popolo dimenticato, costretto a cercare rifugio in altri paesi dove non è ben accolto e deve vivere in campi profughi poverissimi. E proprio il racconto di Tara alle prese con le code per l’acqua e per il bagno, con la poca pulizia e il poco cibo, ci riportano ad altri campi dove altri popoli sono costretti a vivere. Leggere libri del genere potrebbe aiutare a formare una cultura dell’accoglienza vera e profonda che tenga conto della dignità delle persone. In tempi difficili in cui le idee sono confuse e molti parlano di patria, ma spesso a sproposito, è bene rileggere la riflessione finale di Tara, ormai emigrata a Londra, ma che non vuole dimenticare la sua terra.

“Sto dimenticando la mia casa. Sto dimenticando il Kurdistan. - pensò chiudendo gli occhi assonnata. Poi, quando aveva rinunciato a sforzarsi, incominciarono a presentarsi alla sua mente delle immagini chiare, come in un sogno. Vide gruppi di ragazze che ridevano correndo giù per il pendio di una collina, coi vestiti di tutti i colori dell’arcobaleno che si gonfiavano nel vento come enormi fiori. Vide pastori con il turbante e con le spalle incurvate, che guidavano gli agnelli attraverso pascoli disseminati di fiori vicini a sorgenti gorgoglianti. Vide vecchie nonne piene di rughe circondate da bambini, che sedevano serene in un cortile ascoltando Baji Rezan dalle mani irrequiete che disegnavano nell’aria i personaggi delle storie che raccontava. Vide un gruppo di ragazzi dalle camicie bianche appena stirate che leggevano il giornale vicino al muro della moschea. Adesso il sogno diventava troppo frenetico, non riusciva più a controllarlo. Sembrò che le ragazze salissero nell’aria e fossero portate via dal vento. I pastori e le pecore si disperdevano mentre un’esplosione squarciava il pendio. Le nonnine soffocavano mentre le inghiottiva una nuvola di gas asfissiante. I ragazzi alzavano le braccia tutti insieme mentre quel foglio di carta cadeva a terra svolazzando, poi cadevano in ginocchio e baciavano la polvere, la polvere del Kurdistan, mentre sotto di loro si allargava una pozza di sangue, e un corvo si staccava da un albero e sbatteva le ali scendendo a librarsi sopra di loro. E poi, mentre Tara si rigirava e si dibatteva nel sonno, da due porte gigantesche che sbarravano la via verso le montagne, uscì una figura. Ashti, che zoppicava leggermente, venne avanti e si unì alla famiglia mentre il Kurdistan del sogno di Tara lentamente svaniva. “Siamo noi il Kurdistan, tu, io, Baba e Daya e Hero – diceva Ashti – Il Kurdistan è dove siamo noi. Il Kurdistan è la sua gente. La terra del Kurdistan è il nostro cuore. E tutto questo non potranno mai portarcelo via” (pp. 308-309).

Billi Rosen, La guerra di Anna, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1989

E’ quasi un’autobiografia la storia di Anna, ragazzina greca che deve confrontarsi con gli interrogativi e le difficoltà della guerra civile. Siamo in Grecia, subito dopo la seconda guerra mondiale. I partigiani comunisti, divisi e nascosti su montagne e colline, combattono contro i monarchici al potere. E la vita è difficile per una bambina i cui genitori sono sui monti e che deve fare i conti con la realtà di tutti i giorni, le rivalità tra ragazzi, l’odio e l’inimicizia che riflettono quelle dei grandi. Come tutti i romanzi usciti dalla penna di chi ha vissuto sulla sua pelle le vicende che racconta, anche questo è appassionante e in grado di coinvolgere profondamente, mentre racconta pagine di storia vere e poco conosciute, di cui sarebbe bene non perdere il ricordo.

Billi Rosen, Oltre la montagna, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993

Chi è curioso di sapere che fine ha fatto Anna può leggere anche questo libro in cui si racconta della sua vita in Svezia dove si è rifugiata con il padre. E’ un romanzo centrato sulla “fatica di diventare grandi” ma lascia intravedere anche le difficoltà dei profughi politici ad adattarsi ad una nuova vita e le difficoltà dei paesi ospitanti ad accettare le loro diversità e le loro sofferenze.

Robert Westall, Golfo, Superjunior,Mondadori, Milano, 1994

In questo periodo in cui incombe la minaccia di una nuova guerra contro l’Iraq è bene rileggere questo bel romanzo in cui Tom, un adolescente inglese racconta la storia del fratello Andy detto Figgis, dotato di una misteriosa e fortissima capacità di immedesimarsi e restare in contato telepatico con altre persone. Lo scoppio della guerra del Golfo lo trasporta nei panni del giovane iracheno Latif che deve difendersi dall’attacco americano. E nei panni di Latif soffre e trasmette con forza inconsapevole al fratello tutto il non senso, l’assurdità di una guerra che ha travolto e ucciso troppi civili, troppi poveri. E troppo poveri ha lasciato i sopravvissuti. Sarà Tom con l’aiuto di un medico, unici in grado di capire, a sostenere il fratello, fino al tragico epilogo. Latif morirà nei combattimenti e dalla memoria di Andy si cancellerà ogni ricordo mentre svanisce il suo potere telepatico. Vale la pena riportare le riflessioni finali di Tom che rimpiange la perduta sensibilità del fratello “Figgis era la nostra coscienza. Fisse o no, ci era indispensabile. Il deserto non è solo nel Golfo, è nel cuore della gente. Figgis era colui che vi portava la vita. Sono rimasto l’unico a preoccuparsi? Li sento, i ragazzi a scuola. Metà hanno già dimenticato la guerra del Golfo e gli altri sperano che Saddam commetta qualche sciocchezza, così potremo far saltare in aria il suo paese una volta per tutte” (pp. 80-81).

John Marsden, La guerra che verrà, Super Junior Mondadori, Milano, 1998

Siamo in un paesino australiano e sette ragazzi decidono di andare per qualche giorno a campeggiare in una zona isolata. Al loro ritorno scopriranno che il loro paese è stato invaso da nemici sconosciuti e che sono soli. La storia è avvincente e ha il pregio di stimolare una riflessione senza diventare didascalica. E’ attraverso le parole, i sentimenti e le azioni dei ragazzi che si può cercare di capire la differenza fra il bene e il male, il senso della guerra e della sofferenza e le inaspettate risorse dell’animo umano.

Arianna Papini, Pare un gioco, Edizioni Lapis, Roma, 2002 È un libro che si riallaccia all’attentato dell’11 settembre 2001 a New York per raccontare la realtà di tutte le atrocità. E’ scritto nella lingua dei sogni, dei ricordi, dei pensieri di una testa di bambina che non si sottrae di fronte alla tragedia di ciò che è successo. E’ un testo capace di intrecciare i fili delle guerre raccontando in modo pacato e deciso ciò che vedono e sentono i bambini quando, spettatori indiretti o protagonisti, passano attraverso il tempo della guerra. I bambini sanno della guerra, ne hanno istintivamente paura. Il libro esprime fino in fondo il loro bisogno di essere accolti in questa grande ansia, di non essere soli davanti al vuoto. Il libro, attraverso splendide illustrazioni e testi incisivi, diventa un’occasione di richiamo per tutti a ragionare sulle ferite indelebili che ogni guerra lascia e un invito ad imparare, in mezzo a tanto rumore mediatico, dal silenzio di chi le subite.