Solo soggetti asessuati

01/01/2001

Adolescenza, pubertà, risveglio della sessualità. Una compagna di classe, un po' gattina, mi consiglia. Mi trucco, mi metto un vestito blu, sta così bene con i miei occhi! Credo che, come per tutte le mie amiche, sia tutto arrivato anche per me. Mi rifiuto di vedere la realtà. Eppure la mia famiglia non mi lascia vestire come voglio io. Bisogna nascondere tutto. Non mettere dei pantaloni per non far vedere le mie gambe terribili.
Come ogni adolescente mi innamoro. Io do amore, ma l'altro non mi darà che carità. Gli adulti mi citano esempi di vecchie zitelle frustrate o di ragazze madri handicappate che trasferiscono tutto il loro amore sul loro solo e unico figlio, non hanno fatto l'amore che una sola volta, giusto per procreare.
Proibizione di andare in un locale. Se per caso riesco ad andarci, nessuno mi avvicina. Non ballo. Non flirto. Passo il mio tempo a piangere. Sempre le stesse frasi: «Non puoi avere delle relazioni sessuali». Come se il fatto di non camminare o di essere incontinente, potesse impedire l'atto sessuale. Ho voglia di vivere pienamente. Sogno, sogno di essere amata, di fare l'amore, sogno di essere una bella ragazza. Una bella ragazza, un termine che le femministe rifiutano. Mentre mi batto per l'indipendenza della donna continuo a vivere malgrado tutto in questa splendida contraddizione: essere comunque una donna secondo il criterio consumistico della donna-oggetto. Voglio dimagrire. Ma dimagrire non mi toglierà i bastoni, i miei attrezzi per camminare, il mio dimenarmi, il mio apparecchio urinario. E poco tempo fa ho scritto ad un medico estetista, dopo aver letto un articolo su Le Monde. Continuo lo stesso a sognare che tutto è bello e che ho un posto nella società. Quante volte ho avuto bisogno di rassicurarmi con libri, dischi e televisione, per dirmi che succederà, che riusciremo ad avere il nostro diritto alla sessualità! Ma sono privata di ogni vita sessuale affettiva. Una sola soluzione: il denaro. Fare come delle vecchie contesse che, di tanto in tanto, si pagano un ragazzotto di vent'anni.
Finchè vivevo con mia madre non vivevo che di amore a senso unico, e di masturbazione. E mi dicevo che quando vivrò da sola tutto cambierà. Che lusinga! Alla città universitaria però ce n'erano di uomini, su tremila studenti! Non sono mai uscita nè con un compagno di classe, nè con un collega di facoltà, nemmeno nel 1968 quando stavo tutto il giorno con uomini che volevano cambiare la vita. Comunque non è questione di non essermi innamorata.
Comincio guardando con ammirazione colui che è seduto al tavolo vicino. Sorriso ricambiato, dialogo, inizio di corteggiamento. Qualche minuto più tardi, al momento del caffè, dovrebbe essere già flirt. Ho finito di mangiare, mi alzo, e allora non c'e più nemmeno uno sguardo. La testa dell'altro si e riabbassata, tuffata nel piatto. Vado al bar; lui, passerà qualche minuto prima che lo raggiunga, e volterà ostentatamente la testa per non mostrare il suo imbarazzo. Quante volte l'ho rivisto quell'uomo alto, magro, biondo. E ogni volta mi è passato vicino volgendo altrove gli occhi.
E poi, qualche volta, funziona. Per due anni siamo usciti insieme, senza vivere insieme. Ognuno con la sua camera alla città universitaria, non c'era niente di troppo imbaraz-zante, e poteva essere preso per voglia di indipendenza. Lui senza dubbio ha voglia, e nello stesso tempo non voglia, di uscire con me. Ma l'incontro con i suoi genitori è significativo: proibizione di uscire la domenica mattina, la gente del paese che va a messa potrebbe vedermi. Lui vuole avere dei figli: che pretesto meraviglioso per dirmi che il mio posto rione in questo paese della Lorena. Per due anni subisco queste menzogne per paura di perdere tutto. È la prima volta che posso vivere l'amore potenziale che e in me. Ho talmente aspettato, preferisco vivere nella menzogna che affrontare la realtà. L'ambiente artificiale della città universitaria aiuta a perpetuare questa menzogna. Tutta la sua famiglia esprime alto e chiaro il suo rifiuto, ma sono lontani, e quelli che abitano a Parigi non li vedo nemmeno. Quando arriva l'ora della scelta i rapporti diventano sempre più difficili, la verità esplode. «Torno a casa, se tu diventassi sempre più handicappata, io cosa farei?». E stato detto tutto, bisogna ricominciare a vivere. Adesso so che il mio handicap mi impedirà sempre di vivere la vita amorosa alla quale ho diritto. E dire che tutto il nostro vicinato si domandava come un uomo cosi bello potesse uscire con una handicappata!
Quanti compagni con i quali ho lottato sono fuggiti. «Io ti amo, ma il tuo handicap mi impedisce di venire a letto con te». Resta la falsa amicizia basata sull'intellettualità. Sono stata educata per questo tipo di amore e l’ho vissuto spesso. Brigitte va a trovare in macchina un vecchio amico, un amico dell'epoca in cui non era handicappata. II giorno del matrimonio di questo amico è seduta alla sua destra, simbolo dell'amore platonico. Tornando a casa si è uccisa. Quante volte mi hanno chiesto se potevo avere rapporti sessuali. Non sono che un oggetto asservito, e devo ancora sentirmi capace di mostrarmi, di camminare, di spogliarmi. Gli uomini non devono amare che il mio cervello, il mio sorriso, i miei pensieri. La mia esistenza si ferma qui. II resto deve essere negato: è orribile. Non mi prendono in fotografia se non in posizioni in cui il mio handicap non si veda. Già durante i corsi preparatori mi facevano i complimenti per il mio sorriso, per il mio viso. Bisogna pure trovarmi qualcosa. lo mi abituo all'idea di non essere che un viso, un pensiero. Sono quella che sono, e se il mio corpo non corrisponde alle nonne, tanto peggio. Uomini o donne, siamo desiderabili. Nel nostro sistema sociale un uomo deve essere dotato, sano di corpo, virile e intelligente, con del denaro e del potere. La donna, lei deve procreare ed essere la rappresentante di questo potenziale di riuscita. Deve tenere la casa per benino, perché è il luogo della facciata della riuscita. Che cosa siamo noi, in mezzo a tutto questo? Niente. Non abbiamo il nostro posto da nessuna parte. Rappresentiamo tutto quello che non bisogna possedere. Non siamo donne per procreare. Non siamo uomini rappresentativi della virilità, del denaro e del potere. Non siamo che la rappresentazione dell’antidesiderio.
La mia follia, è uno stato depressivo che tengo accuratamente nascosto agli altri. È una lotta perpetua per dimostrare loro che sono qui, e che ci sto bene. Così tutti i rapporti sono falsi, perchè vita esteriore e vita interiore non corrispondono. Guardarmi in uno specchio mi è impossibile. Gioco solamente sul viso, per far dimenticare il mio corpo. Mi sforzo di nascondere tutto quello che potrebbe sconvolgere gli altri.
Quando in una coppia uno dei due è handicappato e l'altro no, o il valido rifiuta di riconoscere l'handicap dell'altro ed è la politica del «marcia o crepa», oppure l’handicappato è talmente presente che non c'e più posto che per lui. E gli altri fanno questo tipo di riflessione: «Ah! Insieme voi due parlerete dei vostri moncherini».
La politica del «marcia o crepa» riesco ad evitarla perchè mi trovo troppo al di fuori delle norme. La mia vita affettiva è fatta di vuoti di parecchi anni, senza alcuna vita sessuale, e di un alternarsi di disperazione e di ribellioni. Sola rottura, qualche avventura con uomini affascinanti, dolci come agnelli, ma che non sono venuti verso di me se non per carità, con i loro complessi e il loro senso di colpa.
Li domino con la mia affettività forte. Risultato: tutto diventa troppo faticoso, persino fare l'amore.
Ogni gesto della mia vita quotidiana appare loro impossibile: fare la spesa, lavare i piatti, cucinare, spostare un oggetto, lavorare. Un solo piano di scale e bisogna che mi trasportino, anche se sono capace di salire da sola. «Non fare l'avvocato, è troppo faticoso». Per il presidente dell’ordine degli avvocati, cosi come per l'amante, non sono capace di badare a me stessa.
Andiamo in barca, ma non metteranno mai dei mulinelli per recuperare la vela, «non si usa su questo tipo di barca bretone; in ogni caso non sei in grado di fare della vela». Sono come dei papà sdolcinati che ci ricordano affettuosamente che non siamo brave a niente, e in particolare non siamo in grado di servirli come donne. Finisce che se ne vanno. II nostro handicap li blocca, diventano impotenti.
Ci sono due categorie. I primi rifiutano qualsiasi atto sessuale e fuggono dal mostro che hanno scoperto. Al limite si rimane amici, senza parlarne mai più. I secondi, più rari, affettano una carità mescolata ad ammirazione beata. Ma bisogna ringraziarli talmente tanto di volerci amare che alla fine ci tocca accettare le loro idee, il loro modo di vivere, il loro modo di amare, persino platonico. E c'è ancora il pazzo maniaco al quale serviamo come madre e come psicoanalista. Ecco quelli che noi attiriamo: coloro che, come noi, sono rifiutati dalla società e dalle relazioni normali.
Non sempre ho voglia di piegarmi sugli altri. Eppure quelli là mi ci obbligano. Non siamo forse il loro specchio ideale? Vedendo noi, loro possono provare a se stessi che sono migliori di noi. Quelli che chiamo i pazzi sono persone troppo realiste per non vivere la loro follia fino in fondo, e molto attaccati alla vita concreta, che hanno bisogno di uno psicoanalista a buon mercato, e che, dopo aver smembrato il loro problema, rientrano in se stessi. Quando stanno meglio, non li vedi più.
Sono ingenua, e talmente alla ricerca degli altri che ho sempre lasciato avvicinarmi da questi tipi. Alla città universitaria noi, gli handicappati, subivamo la stessa cosa. Erano come mosche intorno a un barattolo di miele. Noi, noi eravamo là per riceverli a qualsiasi ora, pronti a sentirli parlare delle loro angosce, dei loro problemi e persino pronti a toglierli dall’imbarazzo, se necessario.
Loro parlano, parlano a non finire. Ma quando uno osa dire una parola: «Oh! Per te non e la stessa cosa». Si possono passare notti e notti ad ascoltarli, senza mai attirarsi un gesto da parte loro, senza poter credere in nessun momento di essere capiti almeno un pochino. Siamo solamente dei vasetti con orecchie. Quello che noi viviamo, quello che sopportiamo, non ha importanza. «A te si può dire tutto».
Oggetti asessuati che mendicano dagli altri, ecco ciò che ci offre il mondo dei validi. Oggetti per ascoltarli, oggetti per farli scaricare, oggetti per farli stare meglio, oggetti perche' ci sfruttino economicamente, oggetti perchè ci rifiutino quando si sentono meglio. In nome dell'handicap dobbiamo capire tutto, ascoltare tutto e non dir nulla.
Si rimorchia sempre vistosamente, altrimenti non ci guarderebbero nemmeno, non verrebbero nemmeno. Si giocano le nostre carte migliori. Per me sono le qualità intellettuali. E poi, eccezione, un giorno «lui» vuole. Si ha paura, tanto si è abituati al rifiuto. Si fa fatica a credere. Ci siamo, decolliamo, il sogno si concretizza. Tutto succede come per tutti gli altri. Perfino il matrimonio, i figli, come gli altri. Ma con il tempo, ecco che ricomincia. La sessualità e la forma più sorniona di schiavitù perchè non se ne parla, perchè è tabù. «Non posso fare l'amore con te, il tuo handicap mi blocca». Eppure quando ci siamo conosciuti non ti impediva di fare l'amore. Nessuna risposta. Sì, il mio handicap ha ripreso il sopravvento.
Bisogna dire che devono sfidare le immagini stereotipe delle donne e i miti idilliaci che sono serviti loro. Un gior¬no, sei mesi, un anno o due dopo, esplodono. Non possono più sopportarsi. In nessun momento si esprimono apertamente e se si vuole cercare di capirli si deve sopportare il loro umore, la loro aggressività, gli altri loro legami. Tutto questo, bene o male, continua a saldare la coppia. Noi accettiamo tutto, tanta è la paura che abbiamo. Si mantiene una parvenza di affetto, ma i veri problemi non sono mai abbordati. Noi sappiamo di non essere fatte per l'amore. Nel 1980 si tiene a Parigi un congresso sulla sessualità degli handicappati. Che cos'e? Degli handicappati che si ritrovano e parlano del loro piacere? Certamente no. II congresso prevede degli scambi di esperienze tra medici e psicologi. Si discute su quegli strani animali che sono gli handicappati, e sulle loro possibilità sessuali. Si discuterà per molti giorni sulle reazioni di un tetraplegico confrontate con quelle di un paraplegico, o del congelamento dello sperma che permette a un handicappato paralizzato di avere un figlio!
Non si è venuti qui per domandarci che cosa pensiamo, che cosa facciamo e che piacere proviamo. Non osano descrivere la nostra vergogna, i nostri fantasmi, dire come si è obbligati a rimorchiare, come si forza l'attenzione degli altri per obbligarli a considerarci persona vivente e umana, e non come un oggetto mostruoso. No, non si parla della no¬stra vita sessuale, non si parla della nostra esclusione. È solamente una riunione di grandi medici che, con il loro linguaggio forbito, analizzano la sessualità del loro piccolo popolo. Del piacere degli handicappati, tutti se ne fregano. Un handicappato potrà forse trovare un altro handicappato, li si guarderà come delle bestie curiose. Ma le affinità? Se è tutto quello che ci proponete, metteteci subito in quelle scatole di vetro come le rane che avevamo a scienze naturali, e vedete se possiamo carezzarci qui o la, misurate la durata dei nostri aneliti. Le vostre esperienze non ci interessano. Noi, quello che cerchiamo è semplicemente di vivere, fare l'amore, avere la nostra vita sessuale come tutti gli altri. Noi rifiutiamo una vita di vecchie zitelle frustrate o di collezionisti di farfalle. Quando rileggo le relazioni sul congresso riportate dai giornali ho l'impressione che i mostri non siamo noi, ma i medici.
Ah! Se non abbiamo niente con cui ispirare amore, perchè averci fatto sopravvivere? Si, non corrispondiamo ai canoni di bellezza femminile o maschile, ma da dove saltano fuori questi canoni? E dopotutto, nel piacere, non ne siamo forse capaci quanto gli altri, anche se siamo tetra-, para- o non so che -plegici? Siamo degli esseri umani e troviamo il piacere là dove si trova, e nel modo in cui vogliamo trovarlo. Sta a noi batterci, dirlo pubblicamente, anche se gli altri lo rifiutano, anche se bisogna aggredire. Bisogna osare, perchè la nostra vita, la nostra vera vita comincia da B, da questa vita sessuale, dal piacere.
La sessualità per noi è un'ossessione. Siamo talmente soffocati dalla frustrazione che anche tra handicappati non abbiamo il coraggio di parlarne. È l'argomento tabù per eccellenza. Facciamo come se tutto andasse bene. E quando una delle compagne si sposa, che sogni per le altre, che gelosia! Come c'e riuscita, lei? La prima cosa che si chiede quando ci ritroviamo tra handicappati e: «Hai un ragazzo?», e: «Il tuo ragazzo è handicappato?».
Dobbiamo gridarvi che abbiamo voglia di fare l'amore, che sappiamo fare l'amore, anche meno peggio di voi. Per voi noi siamo degli anormali. Ma sono il vostro amore e la vostra sessualità che sono ridicoli. Voi non conoscete nemmeno più il vostro corpo. Funzionate su schemi precostituiti. Si, abbiamo voglia di fare l'amore e non di essere solo dei mostri. Dobbiamo gridarvelo. Voi ci rifiutate senza sapere, senza conoscere la nostra sessualità, senza conoscere la vostra. Voi ci date solo l'obolo del vostro affetto. Noi non lo vogliamo più. E non parlate di impotenza davanti agli handicappati. La vostra impotenza non è dovuta ad altro che alla vostra sessualità normalizzata dal sistema. Noi vogliamo vivere i nostri amori, la nostra sessualità, la nostra espressione. E dobbiamo avere il coraggio di dirvelo, anche se vi aggrediamo.

Tratto da “Babette, handicappata cattiva” di E. Auerbacher, Dehoniane)

Parole chiave:
Sessualità