Se vuoi essere mia amica

01/01/2003

Dalla fine della seconda guerra mondiale alla seconda Intifada

“…i padri li osservavano orgogliosi, la folla li incitava
e a Ibrahim in quel momento venne da piangere,
vide quei bambini senza più scampo,
le idee che venivano ficcate nelle loro teste
a quella tenera età
non potevano avere più di sette, otto, nove anni,
dedicavano tutta la loro vita al loro popolo dedicavano tutta la loro vita a odiare il nemico
e a combatterlo…”

Randa Ghazi, Sognando Palestina

Amos Oz, Una pantera in cantina, Delfini, Fabbri, Milano, 1999

Come si stava a Gerusalemme nel 1947? Dai libri di storia sappiamo che la città era ancora occupata dall’esercito inglese mentre altrove si stava progettando la creazione dello stato di Israele. Ma qui, attraverso gli occhi e soprattutto le parole del dodicenne Profi, abbiamo un quadro molto più vivido e concreto. Sappiamo come si sentivano i bambini “nell’ultima estate del mandato britannico (…) agli incroci delle strade passavano ogni tanto dei mezzi corazzati (…), all’alba alcuni giovani andavano ad appendere ai muri e sui pali della luce i comunicati della resistenza.” (p. 22). E i bambini, intanto, giocavano con molta serietà a progettare piani per cacciare l’esercito invasore. Sappiamo come stavano i loro genitori, giunti nella Terra Promessa, con dolore e morti alle spalle. “I nostri genitori speravano che crescessimo come ebrei completamente nuovi, migliori, con le spalle larghe, il coraggio di lottare e la forza per lavorare la terra (…) per non lasciarci più condurre al macello come delle pecore. A volte però, loro tradivano un’immensa nostalgia per i luoghi da cui erano giunti qui a Gerusalemme, cantavano canzoni in lingue a noi sconosciute, traducendole alla bell’e meglio, perché sapessimo anche noi che c’erano una volta un fiume e un ruscello, boschi e campi, tetti di paglia spioventi e suoni di campane nella nebbia”. (p. 29-30) Ed è un po’ meno difficile capire chi vive adesso nello stato di Israele. Ascoltando i pensieri di Profi, anche noi riflettiamo e ci chiediamo chi è davvero il nemico? Chi è un traditore? Quando bisogna schierarsi? E con chi? Un libro bellissimo, di uno dei maggiori scrittori di Israele, che, raccontando una storia semplice, le vicende di una sola estate, senza pedanteria, parla di rispetto, di amicizia e anche di perdono.

Nava Semel, Lezioni di volo, Shorts Mondadori, Milano, 1997

Ricorda tanto alcuni dipinti di Chagall questo bel racconto ambientato in un piccolo villaggio di Israele, subito dopo la fine della guerra, dove si coltivano le arance e vive una bambina, Hadara, che vorrebbe imparare a volare. Lì vive anche Maurice Havivel, un ciabattino sopravvissuto ai campi di sterminio, al quale Hadara confida il suo desiderio. La storia è semplice, Hadara non volerà e il ciabattino se ne andrà per sempre ma lascerà nel cuore della bambina (e dei lettori) un segno indelebile: “…anche Monsieur Maurice aveva sognato di volare, proprio come me. E aveva fallito. Però saltando, si era spezzato il cuore, non una gamba. E non si può ingessare il cuore. Avevo detto che era un vigliacco, ma anche mio padre conosceva la paura, e io pure. Non era vero che Monsieur Maurice non mi avesse insegnato niente. Aveva cercato di insegnarmi a volare con tutti e due i piedi per terra.” (p.76)

Tamar Bergman, Il ragazzo di lassù, Delfini, Fabbri, Milano, 2002

E’ stato scritto quasi vent’anni fa questo bel romanzo che ci riporta in Palestina, al fianco dei primi coloni ebrei, dei primi kibbutz, prima ancora che venga proclamato lo stato di Israele. E mentre vediamo come crescevano i bambini che vennero poi chiamati “figli di un sogno”, scopriamo al loro fianco altri bambini, venuti da “lassù”. I sopravvissuti allo sterminio. Come Avramik, il piccolo protagonista. Due storie diversissime si intrecciano in queste intense pagine, quella di un popolo residente da tempo nella “terra promessa” e quella di tanti altri figli dello stesso popolo che arrivano, umiliati e distrutti, da altri paesi. Intanto vediamo il sogno andare in fumo, vediamo i primi segnali di una guerra troppo lunga di cui ancora non sappiamo immaginare una fine. Non a caso abbiamo sottolineato il fatto che il libro abbia quasi vent’anni e parli di un tempo ancora più lontano: molti di più dovrebbero essere i libri che ci aiutano a capire, che stendono fili, costruiscono ponti per aiutarci a colmare i vuoti di memoria e fare ancora più sforzi per cercare la pace.

Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori, Milano, 2002

23 novembre 1950. Tel Aviv. Naftali Bamburgher, ebreo tedesco, rifugiatosi in Palestina per sfuggire alle persecuzioni, consulente finanziario di una grande banca, ruba una enorme somma di denaro per ridistribuirla nei campi di transito che circondano la città, dove aspettano un futuro migliaia di ebrei sfuggiti allo sterminio. Un bellissimo libro, di non semplice lettura, che ci riporta alle origini di Israele, quando lo stato esistente sulla carta non era ancora nulla e il miraggio di una Terra Promessa si traduceva, per molti, in nuove miserie, lunghe attese e poche speranze. Naftali spiega il suo gesto molto semplicemente: “Ci sono molte persone che hanno bisogno di denaro, ma il metodo tradizionale per ottenerlo non è molto efficace, e così non riescono ad avere nemmeno un primo aiuto. Centinaia di migliaia di persone vivono nelle tende e nelle baracche…noi siamo riusciti ad arrivare in Palestina, ma mio padre non è venuto. Persone simili ai miei genitori sono andate di città in città, hanno patito tormenti che non conosciamo. E poi ci sono stati i campi degli inglesi. Adesso sono qui, finalmente. Insieme a decine di migliaia di altri rifugiati che mangiano cibi dal gusto ignoto alle loro labbra e portano dentro di sé angosce spaventose. Cosa ne sappiamo della solitudine di chi fugge come un animale braccato…(p. 27) Naftali dunque vuole risarcire, vuole assicurare un futuro, vuole vendicare “quello che hanno fatto a sua madre e che a lui era stato risparmiato” (p. 58). Nel disperato tentativo di trovare perdono al fatto di non essere stato con loro nei ghetti, nei lager, vicino ai camini. E mentre lo accompagniamo nella sua impresa dolorosa vediamo crescere una nuova generazione, incarnata dall’ispettore Avidan che gli dà la caccia. “Avidan era l’incarnazione dei sogni dei pionieri ebrei. Era nato in Palestina, e da lui ci si aspettava che fosse la creatura eccezionale chiamata “il nostro futuro” dalla generazione precedente, con una sfumatura di venerazione: la più grande rivincita della storia ebraica, la sua ricompensa. I pionieri abbandonavano le yeshivot, diventavano contadini, allevavano la nuova, spinosa generazione dei sabra, che in ebraico vuol dire cactus. Con nostalgia e fervido interesse la guardavano lavorare la terra, giocare a calcio, crescere sana con le spine all’esterno e uno spirito taciturno all’interno. Da Avidan, come da ogni sabra, ci si aspettava che fosse bello, alto, di poche parole, generoso, crudele se necessario, abile e fiero. In realtà si trattava di creature molto più complesse: il sogno non aveva creato quel che tutti si aspettavano. Quel che restava era la convinzione di aver sempre ragione, il disprezzo per la meschinità e per le buone maniere, l’eccessiva franchezza, le frasi caustiche. Un buon soldato con scarsa immaginazione, ma esperto e astuto; un perfetto esecutore che teme i genitori e li venera oltre misura, privo di ogni legame con i loro misteriosi ricordi e capace di vedere coi propri occhi”. (p. 46-47)

Galit Fink, Mervet Akram Shaiban, Se vuoi essere mia amica, Ex Libris, E.Elle, Trieste, 1993

Mentre il conflitto fra Israele e Palestina va assumendo toni sempre più drammatici e diventa sempre più tenue la speranza di un futuro di pace, è bene che i ragazzi possano leggere libri come questo che, a dieci anni di distanza, mantiene intatta la sua carica e la sua freschezza. Si tratta di lettere, autentiche, che si scambiano due ragazzine adolescenti: Galit, ebrea di Gerusalemme e Mervet, palestinese che vive nel campo profughi di Deisheh, vicino alla città santa. Così si apre la prima lettera di Galit da Gerusalemme, il 9 agosto 1988: “Mi chiamo Galit. Ho dodici anni. Sono israeliana. Provo una strana sensazione al pensiero di scrivere a una palestinese (…) Guardando sulla cartina ho scoperto che abiti soltanto a quindici chilometri da casa mia. Purtroppo, mi è impossibile venirti a trovare laggiù, perché dicono tutti che è troppo pericoloso. Scrivimi. Voglio sapere chi sei.” E così le risponde Mervet dal campo di Deisheh, il 15 agosto: “ Non so come rivolgermi a te. Non so se vuoi essere mia amica (…) Mi chiamo Mervet (…) Non odio nessuno. Amo la gente. Ma più di ogni altra cosa, voglio vivere libera nel mio paese, come te.” Ogni lettera è accompagnata da un breve resoconto di quello che succede nel paese, nel periodo corrispondente. Litsa Boudalika ne cura la corrispondenza con la cocciuta speranza che solo la conoscenza reciproca e la ricerca di radici comuni possa vincere la spirale di odio e violenze, altrimenti inarrestabile. E così, sottolineando che la radice della parola bambino è identica nelle due lingue (in ebraico, yeled e in arabo walad) così come la parola pace, (shalom in ebraico e salem in arabo), ci lascia in compagnia di due bambine che, pur convinte entrambe delle ragioni del proprio popolo, riescono a parlarsi e finiranno anche per incontrarsi nei giorni dell’Intifada. Una lezione autentica proprio perché non teorica ma legata al cuore di due protagoniste reali di questa guerra sanguinosa, che dovrebbe far riflettere sulle strategie e le strade da battere per giungere ad una pace vera.

Ouzi Dekel, Sui muri di Jabalya, EGA, Torino, 2002

Dekel è un refusenik, un militare israeliano che, dopo una breve missione militare a Gaza, si è rifiutato di servire nei territori occupati e per la sua obiezione di coscienza è stato in carcere in Israele. E’ proprio l’autore che ci racconta: “Sono stato soldato a Jabalya. Il 9 dicembre 1987, l’attacco della postazione militare nel cuore del campo ha segnato l’inizio dell’Intifada. Il racconto si svolge in quell’epoca che si è conclusa all’alba del 14 maggio 1994 quando le forze militari israeliane hanno abbandonato il campo”. Un punto di vista particolare, quello di un israeliano in un campo di palestinesi; un israeliano però attento a non calpestare la dignità di altri uomini anche se diversi da lui. Un racconto breve e intenso che aggiunge un altro tassello per aiutarci a conoscere meglio la storia di questi popoli, per aiutarci a capire. Al racconto seguono diversi approfondimenti sulla storia della Palestina e sul movimento di obiezione di coscienza dei militari israeliani.

Robet Gaillot, Momo Palestina, Jaca Book, Milano, 2002

E’ scritta in italiano e in arabo la storia di Momo che abitava in un villaggio, è finito in un campo profughi e, nel disperato tentativo di “tornare a casa”, si ritrova a lanciare sassi contro i carri armati. Poche righe di testo e belle illustrazioni per un libro che ha il pregio di aprire anche per più piccoli una pagina di storia difficile e dolorosa ma che deve essere conosciuta.

Dalia B.Y. Cohen, Uri e Sami. Due culture, un’amicizia, Supergru, Giunti, Firenze, 2002

Un temporale improvviso e la notte che scende fanno incontrare due ragazzi in una grotta. Insieme trascorreranno alcuni bellissimi giorni, isolati dal mondo. Sono tanti i racconti in cui, con quest’espediente narrativo, si fanno nascere nuove amicizie, amori e straordinarie alleanze. Ma in questo caso i due ragazzi sono “speciali”: Uri, ebreo, vive ad Haifa e ha da poco perso il padre mentre tentava di salvare alcuni amici intrappolati in un carro armato in fiamme. Sami è palestinese, la sua famiglia si è rifugiata in Libano mentre il fratello maggiore si è unito alle forze di resistenza. L’autrice è un’educatrice israeliana impegnata da tempo a cercare strade che possano far rinascere la speranza e, con questo romanzo, indica una strada, forse l’unica possibile: è solo la conoscenza che può far sorgere ponti e non muri ed è proprio partendo dai più giovani che si può costruire un futuro. Ricordate Mervet e Galit? La strada era già stata indicata. Forse vale davvero la pena di provare.

Randa Ghazi, Sognando Palestina, Contrasti, Fabbri, Milano, 2002

Forse è proprio vero che gli occhi dei bambini, gli occhi dei ragazzi vedono la verità, vedono quello che gli adulti non possono o non vogliono vedere. Questo libro ne è la dimostrazione. Attraverso le vicende di alcuni giovanissimi palestinesi, viviamo, siamo costretti a vivere, i giorni bui e senza speranza delle più recenti fasi del conflitto israelo-palestinese. Un conflitto senza speranza né via d’uscita. Così come la storia che si dipana fra disperazione, amicizia, odio, barlumi di speranza destinati a morire nelle ultime, tragiche pagine che non lasciano spazio a nient’altro che alla disperazione. E ci vuole una ragazzina per dirci che alla guerra non ci sarà mai fine perché l’odio, la morte, la distruzione traggono forza da se stessi e non si possono combattere reagendo con le stesse armi.

“A volte mi chiedo se usciremo mai da questa guerra, voglio dire, quant’è che combattiamo? I nostri padri e i nostri nonni e i nostri bisnonni non hanno fatto altro, e ora noi stiamo facendo lo stesso, e chi ci dice che non lo faranno i nostri figli e i nostri nipoti? Se un giorno smettessimo di combattere e di litigare coi soldati che capitano nei nostri villaggi? Se smettessimo di usare la violenza, cosa farebbero? Ci ucciderebbero lo stesso? Continuerebbero ad andare in giro coi carri armati e i mitra? Smetterebbero di occupare i nostri territori?” “Gihad, sono tutte belle parole, ma loro non hanno intenzione di ritirarsi, e non pensare che a noi piaccia combattere e rischiare la vita ogni giorno, ma noi ci stiamo solo difendendo, Gihad, o perlomeno stiamo difendendo tutto quello che ci è rimasto, qualche striscia di terra, se smettessimo prenderebbero anche questo…non hanno mai rispettato gli accordi, mai, hanno sempre e solo cercato di occupare terre, le nostre e quelle del Libano, come nel ’78, vogliono prendere tutto quello che riescono, per creare la Grande Israele, l’utopia estrema…” “Ma non possiamo arrenderci alla violenza! Io sono stufo di vedere la gente morire e di vivere in guerra da quando sono nato, ogni giorno della mia vita! Io voglio morire a casa mia, a novant’anni, nel sonno, non a vent’anni per un colpo di fucile!. Si sta così bene, in questi rari momenti di tranquillità. Si ha l’illusione che tutto sia finito.”

STRUMENTI

Ricordiamo che, a due anni dall’inizio della seconda Intifada (29/09/2000 – 20/10/2002), il bilancio è pesantissimo. Le vittime sono 2338 di cui 1758 palestinesi e 580 israeliani. Fra le vittime, oltre 300 bambini palestinesi e circa 70 bambini israeliani. A cui sappiamo di doverne aggiungere troppi, ancora.

Chi vuole avere maggiori informazioni può consultare i seguenti siti:

www.italiapalestina.it il sito di un’associazione italiana impegnata nel sostegno al popolo palestinese

www.btselem.org è uno dei più importanti gruppi di monitoraggio e difesa dei diritti umani e pubblica i dati, costantemente aggiornati, sulle vittime dell’Intifada

www.gush-shalom.org/english/index.html il sito di uno dei più antichi e consistenti gruppi pacifisti israeliani