Se la riabilitazione diventa un abuso

01/01/1994 - Cristina Pesci

Violenza e riabilitazione sono due termini che nell'immagine comune difficilmente riusciamo a vedere affiancati. Se questo pensiero si fa strada nell'esperienza di qualcuno coinvolto come familiare, operatore o utente del processo di riabilitazione, la più spontanea reazione è quella di accantonare una problematica che troppo profondamente intaccherebbe l'idea stessa della "cura", dell'aiuto all'altro, della risposta ad un bisogno.

E' difficile parlare di abuso e violenza nella riabilitazione senza cadere in una elencazione di aspetti denunciati tra le righe della vita quotidiana di famiglie e bambini handicappati, di operatori e strutture (ambulatori, scuole, ospedali...), ma spesso allontanati da un'immagine complessiva forse troppo dura da riconoscere e accettare.
Violenza manifesta e violenza nascosta; ed è sicuramente quest'ultima, quella nascosta, la più difficile da riconoscere e affrontare. La violenza nascosta è quella che a volte si dà per scontata e quasi per inevitabile, quella che ad esempio non si prende cura di accogliere la nascita di un bambino handicappato fornendo alla madre e al padre tutto l'appoggio e l'attenzione che una condizione come questa richiede e lasciando quasi sempre sospeso il carico di incertezze e di dolore, di scelte e di elaborazione di ciò che è successo.
Sicuramente violenti possono essere avvertiti quei provvedimenti e cure che devono paradossalmente allontanare il neonato dalla madre per terapie intensive; oppure ancora i ritmi, i tempi delle pratiche riabilitative; la curiosità che la diversità provoca, inevitabile eppure tanto forte nel determinare l'immagine della corporeità e le strategie adottate dal bambino.

Il caso dei bambini disabili

Sono tante le variabili in gioco, prime tra tutte le reazioni e le capacità di adattamento specifiche di ciascun bambino, che diventa improponibile dare un quadro generale che accomuni ogni singola storia. Una riflessione attenta permetterebbe comunque di arrivare a riconoscere o scoprire che in alcuni comportamenti o reazioni del bambino handicappato si rivela una condizione avvertita come contrapposta ai propri desideri, subìta senza la possibilità di sottrarsi completamente a ciò che viene avvertito come pericoloso, motivo di paura e dolore.
Questa dimensione soggettiva rappresenta bene quel significato che la parola "soggetto" racchiude: "essere sottoposto a dei limiti". In questo caso un bambino handicappato si ritrova per definizione in una condizione in cui i limiti sono rappresentati non solo dalle situazioni più varie che la realtà propone a ciascuno; ci sono infatti limiti che nel bambino handicappato assumono spesso una vera e propria impossibilità a incidere sulla realtà, sul tempo e sullo spazio entro cui è immerso, salvo adottare questa passività trasformandola in piacere.
Ma "soggetto", come sottolinea Silvia Veggetti Finzi, significa anche artefice della propria condizione e delle proprie scelte, oltre che sottoposto a limiti; anche su questo piano la gamma delle scelte possibili subisce una forte riduzione in presenza di deficit, ma non esclude la possibilità di salvaguardare una spinta al desiderio di autonomia che produca quindi il piacere di incidere sulla realtà.
Perché questo piacere possa essere salvaguardato in misura sufficiente da potere riemergere come risorsa ogni qualvolta nuove e impreviste difficoltà mettono in discussione il processo di crescita nel percorso riabilitativo, è necessario che il bambino possa sentirsi riconosciuto nel proprio timore. In fondo ogni bambino in riabilitazione si trova a dover considerare l'alternanza continua del piacere della dipendenza al piacere di sperimentare nuove autonomie, spesso affrontando da solo il disagio di un tale conflitto.
Tenendo conto di quanto possa essere faticoso e difficile e quindi privo di piacere sperimentare funzioni che sono normalmente vissute come spontanee, istintive, occasioni di scoperta (mangiare, muoversi, afferrare, camminare...) la riabilitazione porta con sé situazioni molto controverse.
In un campo come quello della riabilitazione, esistono aspetti che in modo manifesto o in maniera più mascherata, possono rappresentare vere e proprie condizioni di violenza o comunque essere percepite come tali da chi, a causa ad esempio di un deficit congenito, si trovi a crescere e a strutturare la propria identità e autostima "nonostante" gli svantaggi e le differenze che la menomazione comporta.
Il termine nonostante è tra virgolette allo scopo di sottolineare quanto lavoro emotivo profondo sia richiesto a un bambino handicappato, chiamato ad apprendere come muoversi, percepire collegare le proprie esperienze nell'ambiente circostante e nelle relazioni che lo coinvolgono.
Se spostarsi autonomamente per un bambino che comincia a camminare rappresenta una occasione evolutiva di indipendenza non solo fisica ma anche psichica dall'adulto a cui il bambino partecipa con piacere, esiste un piacere vissuto di riflesso dal bambino, piacere proveniente dalla gioia e dall'orgoglio di un genitore che ad esempio assiste ai primi passi del proprio figlio.
Occasioni analoghe possono diventare per un bambino handicappato situazioni di delusione, di insuccesso, di invasiva presenza dell'adulto, non immediatamente riconoscibile come violenza ma ugualmente in grado di produrre una ferita profonda nella struttura e nella rappresentazione dell'identità del bambino continuamente giocata sul filo del "cosa sa fare, cosa non sa fare", del "troppo presto, troppo tardi".

Le violenze nascoste che negano la persona

Del resto se esistono e possono essere ammesse disattenzioni o errori nell'interpretazione degli effettivi bisogni e desideri che un bambino handicappato propone, generalmente si è molto meno disposti a considerare la presenza di un'altra importante dimensione. Il riferimento riguarda la dimensione interiore, soggettiva della esperienza legata alle terapie, alle manipolazioni, agli interventi più o meno cruenti per la definizione di una diagnosi, agli eventuali interventi chirurgici, alle apparecchiature utilizzate e così via.
A questo è necessario aggiungere una condizione che inevitabilmente si collega con l'elenco prima accennato e che forse più di questo, può rappresentare in termini soggettivi un vero e proprio vissuto di violenza subita; ad esempio le separazioni dalla madre da parte del bambino ricoverato o sottoposto a visite e cure, comunque l'allontanamento dall'ambiente familiare conosciuto, dai ritmi e dalle occasioni tipiche di una casa o di quegli ambiti dove comunemente si svolge la vita di un bambino.
La violenza nascosta può allora essere quella che inconsapevolmente nega la condizione di disagio, tralasciando la persona-bambino per occuparsi dell'handicap-bambino in cui emozioni, sentimenti, conoscenze, comunicazioni, sono separati e tutti filtrati da quel giudizio preordinato che la disabilità può portare con sé in quanto simbolo di diversità e dolore. In questo caso il bambino non è più soggetto della cura, del percorso riabilitativo scandito dalla sua persona e dai suoi bisogni, ma la riabilitazione e le terapie diventano i soggetti a cui il bambino deve adattare la propria crescita e la propria vita quotidiana.
La riabilitazione può trasformarsi nella occupazione della vita della persona handicappata, non solo nella scansione delle giornate, settimane, mesi e anni impegnati, ma nella immagine interna costantemente occupata a definire qualcosa che non è piuttosto che dare una dimensione di se stessi, per quello che si è.

L'angoscia di cadere

Se in questa lettura la riabilitazione assoggetta il bambino handicappato, la sua famiglia, il futuro, sicuramente si può intravedere in tutto questo un aspetto che produce effetti contrari alle intenzioni di chi cura; il bambino può difendersi congelando la propria partecipazione attiva e in definitiva il proprio sviluppo: una sorta di resistenza passiva che egli mette in atto per cautelarsi, come meglio può, da interventi che spesso inconsapevolmente lo sottopongono a situazioni avvertite come minacciose e che quindi lo inducono a sottrarsi dal partecipare alle proposte e alle aspettative dell'adulto.
Winnicott elenca tra le angosce primarie del bambino (1) l'angoscia di cadere. Ogni bambino la sperimenta nei primi mesi di vita. Via via questa lascia il posto a quella capacità motoria che implica la rassicurazione rispetto al "mondo" esterno, attraverso quelle possibilità di modificarlo, di controllarlo e cambiarlo con le proprie azioni (2).
Così il contenimento proveniente dall'esterno, dalla madre che tiene in braccio il bambino, si tramuta in una capacità sempre più autonoma di un sostegno proveniente dall'interno, da una condizione sempre più evoluta in termini motori ed emotivi che il bambino acquista crescendo.
In una condizione di deficit il contenimento dall'esterno si prolunga per più tempo rispetto al periodo fisiologico, influendo sulla costruzione di un'immagine corporea stabile e sull'angoscia primaria di cadere. Questa a sua volta, può prolungare la sua impronta, agendo così sullo sviluppo stesso della motricità, innescando un meccanismo a catena che non tralascia di influire anche sulla relazione primaria (simbiotica). La dipendenza fisica del bambino handicappato mantiene più a lungo, a volte indefinitamente, questo legame e il cerchio si può chiudere a volte ingabbiando il bambino e la famiglia (quasi sempre la madre) in un isolamento inespugnabile: nemmeno il tempo che scorre e gli anni che si succedono hanno a volte ragione di una tale condizione!
Infine una ulteriore paradossale condizione di violenza potrebbe diventare, a dispetto di qualunque profonda attenzione, quella secondo la quale già prevedendo danni più o meno visibili, più o meno recuperabili, ci mettessimo tutti a pensare che in fondo a un'inevitabile condizione di sofferenza corrisponde sempre e comunque un futuro prevedibilmente nero.
Il senso di continuità e di imprevedibilità che il futuro racchiude in sé, molto spesso sembra negato a chi cresce con un deficit. Il senso di continuità significa la possibilità di pensare proiezioni di sé nel futuro che diano anche ragione della fatica di crescere, di proporsi in prima persona, diventando autonomi.
In questo caso, autonomia rappresenta soprattutto la possibilità di progettarsi nonostante il proprio passato, senza dimenticarlo e quindi anche nell'impossibilità di cancellare le cicatrici di una probabile violenza vissuta, ma potendo contare su ferite che si sono rimarginate.

Note

(1) Winnicott D., "Gioco e realtà", Armando
(2) Imbasciati A., "Sviluppo psicosessuale e sviluppo cognitivo", Il Pensiero Scientifico

Parole chiave:
Sanità e riabilitazione